Il senso di una tradizione culinaria marchigiana contadina

Rustic bread slices on wooden board with bowl of olive oil and vinegar dip

Immagine creata con Gemini

Quando si parla di tradizione culinaria abbiamo in mente i piatti tipici dell’infanzia dei nostri nonni, nati a cavallo delle due guerre mondiali del secolo scorso. Essi furono i protagonisti di un cambiamento irreversibile: il passaggio dalla società mezzadrile al boom economico. Gli stili di vita, le tipologie di lavoro, la socialità e il tempo libero, i valori educativi, sono cambiati a tal punto che molte tradizioni sono inesorabilmente cessate o non sono state più tramandate, poiché hanno perso di senso nel nuovo contesto sociale, economico e culturale.

Il cibo, quello che in dialetto definiamo lo magnà, ha più di un senso per gli uomini:

  1. significa innanzitutto sopravvivenza (il corpo è una macchina elettrochimica che ha bisogno di tutta una serie di nutrienti per vivere);
  2. ha poi un senso sociale, di condivisione di tempi, luoghi e valori;
  3. ha anche un senso estetico, perché un piatto può essere bello da vedere e da gustare, al modo di un’opera d’arte;
  4. ha un senso edonistico, perché mangiare può essere piacevole (non a caso spesso viene indicato come uno dei piaceri della vita, come quando diciamo una bella magnata);
  5. ha un senso spirituale, poiché il cibo può avere un significato simbolico (pensiamo alla sacralità del pane e del vino).

La cucina, quando è sentita come una tradizione (un corpus unitario di sapori e di saperi), riesce secondo noi a tenere uniti tutti questi sensi, diventando un patrimonio culturale condiviso.

Specificare “marchigiana” è importante, perché la cucina tradizionale ha differenze notevoli a livello geografico; ma soprattutto è importante specificare che si sta parlando di tradizione culinaria contadina. La tradizione, quindi anche quella gastronomica, ha un’essenza storica: non può essere letta come un insieme di ricette date una volta per sempre.

La gastronomia si è modificata nel tempo, adattandosi ai paesaggi, ai cambiamenti del clima, ai cambiamenti di gusto, ai diversi assetti sociali, culturali e cultuali. Alcune ricette sono state dimenticate, altre sono cambiate adattandosi ai tempi; alcune erano appannaggio esclusivo delle ricche tavole dei nobili e poi dei borghesi; altre ricette sono state appannaggio del mondo rurale e pastorale, che costituisce in sostanza il passato di questi luoghi.

Per dare un esempio concreto di quanto sinora detto, penso al pane con l’olio, l’aceto e la mentuccia. Dal tempo dei Piceni prima e dei Romani poi, sono tre le coltivazioni che ancora oggi costituiscono il nerbo della nostra cucina: il frumento, l’olivo e la vite. I loro derivati, pane e pasta, olio e vino (da cui si ricava l’aceto) sono considerati alla base dell’alimentazione. E oltre a dare nutrimento, assumono tutta una serie di significati simbolici.

La mentuccia, dal profumo inconfondibile, rimanda a quell’antica conoscenza delle erbe spontanee, che noi oggi spesso consideriamo erbacce nei giardini, ma che sono da sempre fonte di sostentamento, condimento e ingredienti da usare nelle trasformazioni alimentari (la mentuccia veniva usata, ad esempio, anche per preparare il caglio).

Vale la pena interrogarsi su quale sia il senso dello sforzo di preservare la tradizione in generale e di farlo, qui, attraverso la gastronomia locale. Ci si può chiedere se lo scopo sia solo quello di mantenere la memoria di qualcosa, come in un archivio che qualcuno apre di tanto in tanto; oppure se la memoria dell’antico possa avere altri scopi: aprire nuovi orizzonti di senso che mettano in relazione fra loro, il passato e il futuro attraverso il presente.

Dobbiamo scegliere se vogliamo che la tradizione resti qualcosa che fa spettacolo o che desta curiosità durante le Sagre folcloristiche estive; oppure se vogliamo avere il più ambizioso progetto di farne una presenza permanente della contemporaneità in cui viviamo.

Sua maestà … I Princisgras!

Uno dei simboli della cucina marchigiana, in particolar modo maceratese e fermana, sono senza ombra di dubbio i vincisgrassi, variante regionale delle lasagne.

I vincisgrassi sono un primo piatto importante delle festività e delle grandi occasioni: ogni ristorante, cuoco o nonna che si rispetti ha la sua ricetta personale, con i suoi segreti tramandati di generazione in generazione. Se vi fermerete a chiedere la ricetta in due posti diversi, difficilmente vi risponderanno allo stesso modo! E questo contribuisce ad aumentare il fascino di questa specialità culinaria marchigiana!

Il testo è presente nella biblioteca civica "Romolo Spezioli" di Fermo
Il testo è presente nella biblioteca civica “Romolo Spezioli” di Fermo

Per la preparazione si lessa la pasta sfoglia in acqua salata; poi la stessa viene tagliata a strisce, disposte in una teglia strato dopo strato, alternata con un condimento di ragù di carne, frattaglie di pollo, bovino, parmigiano, mozzarella o tartufo.

La prima testimonianza scritta di questo piatto risale al 1779, quando il celebre chef Antonio Nebbia ne tramandò la ricetta ne “Il cuoco maceratese”, con il nome di “Princisgras”. Al capitolo undicesimo, tra la descrizione di torte salate, gnocchi e altri primi piatti, Nebbia descrisse la preparazione della sontuosa “Salza per il Princisgras”:

 

Prendete una mezza libra de persciutto [circa 150 grammi], facetelo a dadi piccoli, con quattr’once [circa 120 grammi] di tartufari fettati fini; da poi prendete una foglietta [circa mezzo litro] e mezza di latte, stemperatelo in una cazzarola con tre once di farina [circa 90 grammi], mettetelo in un fornello mettendoci del persciutto, e tartufari, maneggiando sempre fino a tanto che comincia a bollire, e deve bollire per mezz’ora; da poi vi metterete mezza libra di pana fresca [150 grammi], mescolando ogni cosa per farla unire insieme; da poi fate una perla di tagliolini con dentro due ovi e quattro rossi; stendetela non tanto fina e tagliatela ad uso di mostaccioli di Napoli [tagliati in forma romboidale], non tanto larghi; cuoceteli con la metà di brodo e la metà di acqua, aggiustati con sale; prendete il piatto che dovete mandare in tavola: potete fare intorno al detto piatto un bordo di pasta a frigè per ritenere in esso piatto la salsa, acciocché non dia fuori quando lo metterete nel forno, mentre gli va fatto prendere un poco di brulì [crosticina]; cotte che avrete le lasagne, cavatele ed incasciatele con formaggio parmiggiano e le andrete aggiustando nel piatto sopraddetto, con un solaro [strato] de salsa, butirro [burro] e formaggio e l’altro de lasagne slargate, e messe in piano, e così andrete facendo per fino che avrete terminato di empire detto piatto; bisogna avvertire che al di sopra deve terminare la salsa con butirro e formaggio parmiggiano e terminato, mettetelo in forno per fargli fare il suo brulì…

Come si legge, si tratta di un piatto piuttosto elaborato, che con ogni probabilità era già presente da tempo nella cucina tradizionale delle Marche. L’origine del nome Princisgras viene solitamente fatta risalire a “Grasso dei Principi”, per indicare tanto la grassezza del piatto in sé, quanto la sontuosa nobiltà dei suoi ingredienti.

La ricetta del Nebbia sembrerebbe essere una variante “in bianco” dei vincisgrassi marchigiani, conditi con prosciutto cotto e tartufo. L’evoluzione nella sua variante “rossa” è quella che, secondo una tradizione locale, fu servita venti anni più tardi, nel 1799, al nobile Alfred von Windisch-Graetz. A seguito di un lungo assedio, le truppe austro-ungariche degli Asburgo riuscirono a riconquistare la città di Ancona, caduta due anni prima in mano alle truppe napoleoniche.

La leggenda narra che ad una delle cuoche a servizio presso una nobile famiglia filo-papale fosse venuta l’idea di sperimentare uno dei piatti del Nebbia, i princisgras, per ringraziare gli austriaci della liberazione di Ancona. Forse fu l’assonanza tra il nome del piatto e il nome del nobile Windisch-Graetz a suggerire alla cuoca di presentare il piatto come Vincisgrassi!

Il ricettario del Nebbia era ampiamente diffuso nelle Marche e non è da escludere che la cuoca di corte lo conoscesse bene, ma, non avendo a disposizione tutti gli ingredienti “canonici” della ricetta, optasse per la creazione di una variante, usando i più “esotici” pomodori al posto dei tartufi.

Ancora oggi le due varianti dei vincisgrassi, bianchi e rossi, permangono con alcuni adattamenti e i segreti dei ricettari che ogni famiglia e ogni vergara tramandano di generazione in generazione.

Bibliografia generale:
Nebbia A., Il cuoco maceratese, ristampa a cura di Scafà L. e Nebbia S., Grottammare, 1998
Ortolani C., L’Italia della pasta, Touring Editore, 2003
Petra C., Le ricette delle Marche in oltre 450 ricette, Newton Compton Editori, 2015