La battaglia di Sentino, un conflitto multietnico nell’Italia del IV secolo a.C.

Resta d’attualità parlare della struttura multietnica dell’Italia di ieri, in un’epoca – oggi – in cui il diverso non dovrebbe fare più paura.

Alla metà del IV secolo a. C., da nord a sud lo Stivale era una variopinta fantasia di popolazioni ed etnie.

I Liguri erano stanziati nell’attuale Liguria, nelle Alpi Apuane e in buona parte del Piemonte. Gli Etruschi abitavano l’attuale Toscana e alto Lazio; le tribù galliche occupavano la Pianura Padana fino alle Marche settentrionali.
Sull’Appennino, dal Centro al Sud, convivevano più o meno pacificamente Umbri, Marsi, Peligni, Sanniti e Campani. Sulle coste dell’Adriatico centrale abitavano Piceni, Pretuzi, Frentani, Vestini e Marruccini. Più a sud, nell’attuale Puglia, si trovavano gli Iapigi.
Lungo le coste siciliane e sarde vi erano insediamenti cartaginesi e i Sardi, per ripararsi dalle scorribande dei Popoli del mare, vivevano nel cuore della Sardegna. Da Ancona a Reggio Calabria, infine, vi erano numerosi insediamenti greci, alcuni dei quali molto fiorenti, come Taranto e Siracusa.

Roma, in questa Babele di tribù e gruppi etnici, cresceva rapidamente: a seguito della conquista di Veio e della supremazia sulle altre città latine, iniziava a destare la preoccupazione di Sabini, Ernici, Aurunci, Equi e Volsci.
I Romani, infatti, assieme ai Sanniti, erano il gruppo etnico militarmente più potente. Fra i due ben presto cominciò a soffiare un vento caldo d’ostilità. Difficile ricostruire dal punto di vista storiografico il complesso quadro dello scontro fra i due, perché troppo lacunose e ambigue sono le testimonianze che ci sono state tramandate dagli storici. Quello che è certo è che i due popoli stipularono un accordo nel 354 a.C.: il fiume Liri era riconosciuto come confine naturale fra i rispettivi territori.

La pace, però, non poteva durare a lungo: i Romani, accerchiati da popoli stranieri si sentivano minacciati, tanto più che Etruschi, Galli, Umbri, Sabini e Sanniti decisero di allearsi in una Lega.

Roma rispose alla provocazione cercando alleanze presso alcuni popoli che vivevano lungo la costa adriatica: Peligni, Maruccini,  Frentani e Piceni (quest’ultimi preoccupati della discesa dei Galli). L’idea centrale della strategia romana era contro-accerchiare i Sanniti.
Il pretesto per la ripresa delle ostilità arrivò nel 350 a. C.: i Sanniti attaccarono i Campani, i quali chiesero aiuti militari ai Romani. La guerra che ne scaturì terminò due anni dopo, con il ristabilimento del precedente trattato.

Poi le ostilità fra Romani e Sanniti ripresero nel 341 e si protrassero fino al 304: guerra fatta di alleanze con città ostili agli uni o agli altri. Alcune città si spaccarono politicamente a metà, fra fazioni filoromane e fazioni filosannite. Napoli fu il caso più emblematico: la componente greca era apertamente filoromana, quella osca filosannita.

Ancora una volta le ostilità finirono con un trattato politico che non portò nessun risultato stabile.

Nel 302 a. C., dopo essersi alleati con i Lucani (“imparentati” con i Sanniti), i Romani invasero il territorio etrusco. Erano preoccupati dal fatto che popoli tradizionalmente invisi gli uni agli altri –  come Sanniti, Galli, Etruschi e Umbri – si alleassero contro un nemico comune. La Lega anti-romana avrebbe potuto coinvolgere alla lunga anche popoli che si erano mantenuti sostanzialmente neutrali o non ostili come, ad esempio, i Piceni.
L’esercito romano, dunque, si mise in movimento: al comando Quinto Fabio Massimo Rulliano, console della prima e della terza legione, e Publio Decio Mure in testa alla quarta e alla sesta. Completavano l’esercito un contingente di alleati latini e un contingente di cavalieri. Fra questi ultimi  vi erano anche un migliaio di uomini inviati dalla Lega Campana, i quali erano probabilmente fra i migliori guerrieri della Penisola.

Non è facile ricostruire con esattezza quali furono le operazioni che precedettero lo scontro diretto fra esercito romano ed esercito nemico.

Livio riferisce che le operazioni militari precedenti alla battaglia si svolsero a Camars, l’attuale Chiusi (vd. Tito Livio, Ab Urbe condita, l, X): l’esercito romano si raccolse ad Aharna (Civitella d’Arno), a 10 km da Perugia.

Un’ipotesi è che da qui si mise in cammino verso Gubbio, seguendo l’attuale percorso della linea ferroviaria Fabriano-Sassoferrato, più facile anche da tenere sotto controllo. Poi, forse, da Gubbio l’esercito romano raggiunse il valico del Passo della Scheggia: percorso impervio, ma i Romani già si erano abituati da tempo alle guerre di montagna.

I Sanniti, secondo l’ipotesi più credibile, si mossero verso l’Etruria attraverso i territori degli alleati (Sabini ed Umbri). Unitisi agli Etruschi, proseguirono verso nord per unirsi agli alleati Galli nei pressi di Sentino.

Il probabile percorso dei due eserciti nemici
Battaglia di Sentino: l’itinerario dei due eserciti nemici

Il teatro dell’epico scontro fu Sentinum, nel 295 a. C. L’identificazione più verosimile del luogo esatto si troverebbe nei pressi di Sassoferrato, benché a tutt’oggi manchino ancora le evidenze archeologiche a fugare ogni dubbio.

I due eserciti si trovarono faccia a faccia: i Romani da una parte, i Sanniti e i Galli dall’altra.

Il console romano Rulliano con le sue legioni fronteggiò lo schieramento dei Sanniti, cercando di restare sulla difensiva con il lancio di giavellotti dalla lunga distanza.
Mure, l’altro console, incalzò da subito l’esercito dei Galli: mossa azzardata, dato che questi erano guerrieri molto irruenti. Mure, però, era consapevole che i Galli avevano un enorme punto debole: come riporta Livio, erano poco avvezzi a sopportare il caldo.

L’esercito romano fu spiazzato da una novità che i Galli avevano serbato per coglierli di sorpresa: i carri da guerra. La cavalleria romana andò in confusione: molti cavalieri furono disarcionati, altri batterono in ritirata investendo la fanteria amica.
La battaglia non volgeva al meglio per i Romani. Fu allora che Decio Mure decise di compiere uno dei gesti più eroici che un condottiero romano potesse compiere: il rito della devotio. Mure si sacrificò votandosi alla divinità per la distruzione dell’esercito nemico.
Tale gesto ebbe un effetto galvanizzante sul morale dei combattenti: i Romani riuscirono a ricompattare le fila e Rulliano inviò un contingente di rinforzi. I Romani cominciarono a bersagliare i Galli con una pioggia battente di giavellotti che, conficcandosi negli scudi, destabilizzavano l’equilibrio dei fanti.

Nel frattempo, Rulliano ordinò alla fanteria di portarsi sul fianco dell’esercito sannita, ormai stanco, e di avanzare a passo. Compreso che la resistenza dei Sanniti era stata vinta, ordinò a fanteria e cavalleria la carica.
A quel punto i superstiti Sanniti persero il controllo e batterono in ritirata dal campo di battaglia, mentre Rulliano ordinava alla cavalleria di accerchiare completamente i Galli.
Dopo l’accerchiamento, il console romano fece inseguire i Sanniti fino all’accampamento che fu facilmente espugnato: la maggior parte dei soldati sanniti, infatti, si era ammassata lungo il fossato dell’accampamento, non avendo avuto il tempo di rifugiarsi dentro la palizzata.

Fu una strage: Galli e Sanniti persero probabilmente 25000 uomini, a cui vanno aggiunti 8000 prigionieri. I Romani, invece, persero circa 8700 uomini. Per Roma fu una vittoria straordinaria: i resti dei nemici furono bruciati in onore di Giove Vincitore.

Dopo la battaglia di Sentino la guerra si spostò nel Sannio, teatro di combattimenti per altri cinque anni. Nel 294 a. C., i Romani vinsero i Marsi e conquistarono l’Italia centrale. Gli Umbri furono sconfitti come anche molte città etrusche: Arezzo, Cortona e Perugia furono costrette a sottoscrivere trattati quarantennali.

Testardi fino alla fine, i Sanniti fecero un ultimo, estremo, tentativo di vincere i Romani alleandosi con Pirro nelle guerre tarantine (282-272 a. C.). Pirro, condottiero mediocre, fu sconfitto. Fu così che Roma acquisì il pieno controllo dell’Italia Meridionale: le ricche città greche divennero civitates foederatae.

I Piceni, che fino a quel momento sembravano essere restati a guardare, furono accusati di essersi alleati con Pirro e di aver tradito i patti stabiliti con Roma. Furono invasi e sconfitti nella stessa Ascoli Piceno nel 268 a.C., ultimo popolo del Centro Italia ad essere sottomesso dall’esercito romano.

I popoli italici, fra cui Piceni, Etruschi, Sabini, Umbri, furono sottomessi e assimilati in quel lungo processo sincretico che prende il nome di “romanizzazione” e che porterà alla nascita dell’Italia: un processo di assorbimento e fusione di molteplici culture, lingue, culti e riti.

L’Italia ancora oggi pare essere un crogiuolo di popoli: la nostra speranza, al di là dei naturali problemi socio-politici che l’immigrazione può comportare, è che la nostra cultura, la nostra lingua e la nostra storia millenaria riescano ad unire popoli diversi fra.

Vi invitiamo a consultare il seguente link sulla rievocazione storica della battaglia di Sentino, tenutasi a luglio (2016): sentino.adpvgnamparati.eu.

Bibliografia
Tito Livio, Ab Urbe condita libri;
Guerre Sannitiche, voce di Wikipedia, link consultato il 26 dicembre 2016: http://www.treccani.it/enciclopedia/guerre-sannitiche_(Dizionario-di-Storia)/ ;
Astracedi M. e Barlozzetti U., Sentinum 295 a.C. La battaglia delle nazioni, Soprintendenza per i beni archeologici delle Marche, 2006;
Antonelli L., I Piceni: corpus delle fonti. La documentazione letteraria, Roma, 2003.

Un faccia a faccia tutto marchigiano

Spesso la ricerca, a qualunque livello sia compiuta, porta a scoperte inaspettate. Mentre cercavamo informazioni su Antonio Perpenti, cui è intitolata una via del centro di Fermo, ci siamo imbattuti in un libello pubblicato nel 1876 e custodito presso la Biblioteca dell’Harvard College, dal titolo

INAUGURAZIONE
DELLE STATUE
DI ANNIBAL CARO E GIACOMO LEOPARDI
A FERMO
il 25 giugno 1876*

Esso contiene il verbale, i discorsi pronunciati dalle autorità e la corrispondenza (lettere e telegrammi) scambiata con illustri personalità dell’epoca, in occasione di un importante avvenimento cittadino.

Il 25 giugno 1876, due statue, una dedicata a Giacomo Leopardi e l’altra ad Annibal Caro, venivano inaugurate con solenni festeggiamenti.

Nel verbale del libello si racconta che il conte Lorenzo Maggiori, morto il 21 settembre 1872, aveva disposto un “legato di 500 lire” affinché, entro i due anni successivi alla sua morte, fossero realizzate due statue, “l’una a Giacomo Leopardi e l’altra ad Annibal Caro”. Nel testamento il Maggiori scrisse:

“Questo legato io feci per amore della mia patria, e perché tutti avessero innanzi agli occhi un esempio che sia d’incitamento ad imitar le opere di que’ Gloriosi, e ciò in ossequio di quei grandi che illustrarono la nostra patria”.

Nel mese di ottobre, il Consiglio Comunale di Fermo accettò il lascito e commissionò il lavoro allo scultore Odoardo Tabacchi di Torino. Le statue furono terminate nel 1874. La soddisfazione fu tale che il Consiglio Comunale conferì al Tabacchi la cittadinanza onoraria. All’ingegner Pompeo Marini furono commissionati i disegni per i due basamenti.

Posizionate le due statue, il sindaco Perpenti ne dette l’inagurazione il 25 giugno 1876. Il marchese Giulio Antici, Ruggero Simboli e Vito Regini furono invitati a rappresentare Recanati, città del Leopardi; il marchese Giacomo Ricci, Pasquale Martellini e Alessandro Paci furono invitati a rappresentare Civitanova, patria natia di Annibal Caro.

Furono invitati anche Carlo Leopardi e Antonio Ranieri – rispettivamente fratello e amico del poeta recanatese – i quali declinarono per motivi di salute, come si legge nei telegrammi riportati in appendice.

La statua del Leopardi attualmente si trova in Largo Euffreducci, dove si affaccia il liceo Classico “A. Caro”. La statua di Annibal Caro si trova all’interno del teatro dell’Aquila, vicino alla biglietteria.

In origine, le due statue si trovavano una di fronte all’altra nell’attuale Largo Calzecchi Onesti, al termine di Viale Vittorio Veneto, prima dell’ingresso nella piazza. Nell’archivio del sito dell’Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione del Ministero dei Beni e delle Attività culturali e del Turismo abbiamo trovato una foto che le ritrae nella posizione originale.

La foto è reperibile nel catalogo al seguente link: http://www.fotografia.iccd.beniculturali.it/index.php?r=search%2Fsearch&keyword=fermo&yt0=Cerca
La foto è reperibile nel catalogo al seguente link: http://www.fotografia.iccd.beniculturali.it/index.php?r=search%2Fsearch&keyword=fermo&yt0=Cerca

La statua di Leopardi, la preferita dei fermani, è stata restaurata nel 2009, grazie al contributo del Rotary Club di Fermo.

*La scansione in pdf può essere scaricata dal seguente link: http://www.barnesandnoble.com/w/inaugurazione-delle-statue-di-annibal-caro-e-giacomo-leopardi-a-fermo-il-25-giugno-1876-antonio-perpenti-fermo/1027638064

Bibliografia essenziale:
Perpenti A., Inaugurazione delle statue di Annibal Caro e Giacomo Leopardi a Fermo il 25 Giugno 1876, Fermo, 1876.

Ponti e miliari romani nelle Marche

Ponti, sostruzioni e miliari romani nelle MarcheNella mappa sono segnalati i principali ponti, le gallerie e i miliari presenti nelle Marche, i quali testimoniano la complessità e la modernità del sistema viario, costruito dagli antichi Romani nella regione.

 

PONTI

Ponte dei Ciclopi, della Via Flaminia, Cantiano (PU);
Ponticello, poco più a Nord del Ponte dei Ciclopi, Cantiano (PU);
Ponte di Diocleziano sul fiume Metauro, Fossombrone (PU);
Ponte detto delle Piangole sul fiume Metauro, nei dintorni di Pesaro (PU);
Ponte di Porta Rimini, sul fiume Foglia, Pesaro (PU);
Ponte di Smirra, Acqualagna (PU);
Ponte di Traiano, sul fiume Metauro, Fossombrone (PU);
Ponte Grosso, sul torrente Burano, Cantiano (PU);
Ponte Mallio, sul fiume Bosso, Cagli (PU);
Ponte Taverna, sul fiume Burano, Cagli (PU);
Ponticello dell’Abbazia, Acqualagna (PU);
Ponticello di Case Nuove, Acqualagna (PU);

Ponte di Caudino, Caudino, Arcevia (AN);
Ponte Genga, sul torrente Sentino, Genga (AN);

Ponte di Pioraco, Pioraco (MC);
Ponte sul fiume Potenza, in località Casa dell’Arco, Santa Maria in Potenza (MC);

Ponte sul fiume Tenna, località Molini, Fermo (FM);

Ponte Cecco sul torrente Castellano, Ascoli Piceno (AP);
Ponte sul rio Gran Caso, in località Marino del Tronto, Ascoli Piceno (AP);
Ponte sul fosso di Folignano, in località Piane di Morro, Folignano (AP);
Ponte sul fosso Pittima, in località Valle Scura, Ascoli Piceno (AP);
Ponte di Solestà sul fiume Tronto, Ascoli Piceno (AP);
Ponte sul fosso San Giuseppe, in località Mozzano, Ascoli Piceno (AP);
Ponte sul Rio Nile, in località Ponte d’Arli, Acquasanta Terme (AP);
Ponte sul fiume Tronto, in località Ponte d’Arli, Acquasanta Terme (AP);
Ponte sul fosso di Venerosse, in località Villa di Re, Ascoli Piceno (AP);
Ponte sul Rio Garrafo, Acquasanta Terme (AP);
Ponte di Porta Cappuccina, sul fiume Tronto, Ascoli Piceno (AP);
Ponte della Scutella, Cavignano, Ascoli Piceno (AP);
Ponte d’Arli, della Via Salaria, Ascoli Piceno (AP);
Ponte di Quintodecimo, sul fiume Tronto, Quintodecimo (AP).

SOSTRUZIONI, GALLERIE E TAGLI NELLA ROCCIA

Taglio della roccia in località La Travetta di Acquasanta Terme (AP);
Sostruzione in località Vene di Santa Caterina di Acquasanta Terme (AP);
Sostruzione in località Marzola di Acquasanta Terme (AP);
Galleria del Furlo, Acqualagna (PU).

MILIARI

Pietra miliare di Tito, conservata presso il Museo archeologico di San Severino Marche
Pietra miliare di Tito, conservata presso il Museo archeologico di San Severino Marche


Miliari di San Severino (MC);
Miliario di San Marone, Civitanova Marche (MC);
Miliario di Macchie, San Ginesio (MC);

Miliario di Trisungo, Arquata del Tronto (AP);
Miliario di San Pietro d’Arli, Acquasanta Terme (AP);

Miliario di Marino del Tronto (AP);
Miliario di Porchiano ad Ascoli Piceno (AP).

Bibliografia essenziale:
Enrico Giorgi, Il territorio della colonia. Viabilità e centuriazione, in Storia di Ascoli dai Piceni all’età Tardoantica, a cura di G. PACI, Ascoli Piceno 2014, pp. 223-289;
Paolo Campagnoli, Enrico Giorgi, La viabilità delle marche centro meridionali in età tardo antica e altomedievale, in Tardo antico 2006, pp. 111-156
https://it.wikipedia.org/wiki/Lista_di_ponti_romani

Piceni: i figli della Primavera Sacra

Le origini del popolo piceno restano avvolte ancora nel mistero. Secondo l’archeologo Pallottino, si può parlare di una civiltà medio-adriatica sviluppata, benché priva di “quel livello di strutture urbane e di espressioni architettoniche e figurative monumentali che vediamo imporsi con la colonizzazione greca nell’Italia meridionale e affermarsi nell’area tirrenica fin dal VII sec. a. C.”. I Piceni non hanno mai abbandonato il tipo di insediamento protostorico, benché avessero raggiunto forme raffinate d’arte scultorea e metallurgica, come testimoniato dai notevoli reperti scultorei e dai ricchi corredi tombali ritrovati.

I Piceni erano un popolo perfettamente conscio della propria posizione e della propria identità, posto all’interno di una fitta rete di scambi commerciali e culturali con il mondo greco, con il mondo etrusco e con le popolazioni di origine celtica del nord Europa.

Pallottini ipotizza che prima del IX secolo a. C. nell’Adriatico centrale fosse presente un gruppo etnico sostanzialmente unitario. Un indizio sarebbe da rintracciare nel nome etnico di Safini, attestato da un’iscrizione ritrovata in Abruzzo a Penna S. Andrea, nei pressi di Cermignano. Questi Safini non sarebbero stati altri che i Sabini gravitanti in area tirrenica ed i Sanniti, presenti nel sud Italia.

In Abruzzo, è certo che l’etnia sabina fosse suddivisa in varie tribù: Frentani, Maruccini, Vestini, Pretuzi, stanziati fra il Gargano e il fiume Helvinum, quest’ultimo identificabile con il torrente Acquarossa, fra Grottammare e Cupra Marittima. Anche a nord dell’Helvinum, possiamo ipotizzare che esistessero varie tribù, anche se non vi sono evidenze archeologiche che provano ciò.

Ora, possiamo supporre che in un dato momento la tribù dei Picentes o Pikenoi abbia prevalso sulle altre, fino a dare il nome alla regione compresa fra l’Aterno e l’Esino. Pallottini tiene a precisare che a nord dell’Esino non si può parlare né di Piceno né di Piceni, definendo “erronea” la “distinzione proposta dai linguisti fra iscrizioni sud picene […] e nord picene per i testi di Novilara, la cui origine resta a tutt’oggi poco chiara”. La cultura di Novilara deve essere considerata antecedente ai Piceni e va messa in rapporto con la presenza di gruppi allogeni, di varia provenienza. Non dimentichiamo che in epoca protostorica il Mediteranneo era un crocevia di popoli, che praticavano intensamente il commercio marittimo. Si può ipotizzare che i vari gruppi etnici impiantassero empori e basi di scalo, lungo le rotte marittime costiere.

Giusto per far capire quale incredibile crogiolo di etnie fossero le Marche dell’epoca protostorica, basti pensare che la tradizione storiografica greca parla di Ombrici (Umbri) stanziati a nord del Conero. Questi avevano fondato un santuario dedicato a Diomede, di cui erano devoti. Gli Umbri avrebbero abitato il nord delle Marche nello stesso periodo dei Piceni, e sarebbero stati preceduti dai Siculi, poi fondatori di Ancona e Numana.

Numerose fonti antiche fanno risalire l’etimo del termine “Piceni” al picus, il picchio, o alla pica, l’ambra. La tradizione del picchio è riportata da Tito Livio (Ab Urbe Condita, lib. XXXIV) e continua in Plinio il Vecchio. Da tali fonti, si evincerebbe che i Piceni avessero avuto origine dalla migrazione di una tribù Sabina, durante il rito della Primavera Sacra: «Orti sunt a Sabinis voto vere sacro ( Nat. Hist. III 13, 18)».

Secondo le fonti, durante la Primavera Sacra, tutti i primogeniti di uomini e animali erano sacrificati alle dinività ctonie. Questo rito cruento si ammorbidì nel tempo e fu sostituito con la migrazione coatta: i nati in primavera venivano espulsi dal villaggio d’origine. Non si può escludere un fondo di verità: l’aumento demografico imponeva la migrazione, che veniva giustificata a livello cultuale.

Paolo Diacono, nell’VIII secolo d. C.,  riassunse in epitome il De verborum significatu di Sesto Pompeo Festo (II secolo d. C.), che a sua volta costituiva un compendio del poderoso De verborum significatu di  Verrio Flacco, insigne grammatico di età augestea. In  Paul. Fest. P. 234 Lindsay, s. v. Picena Regio, leggiamo infatti: «Picena Regio, in qua est Asculum, dicta, quod Sabini cum Asculum proficiscerent, in vexillo eorum picus consederat». A Paolo Diacono fanno riferimento altre testimonianze simili, fra cui quella di Isidoro di Siviglia, che scrive nelle Etymologiae: «Picena regio, ubi est Asculum, a Sabinis est appellata quod inde vere sacro nati cum Asculum proficiscerentur, in vexillo eorum picus consederat».

Il termine vexillum farebbe pensare ad una migrazione di carattere militare. Forse, il picchio di cui parlano le fonti era animale sacro a Marte, dio della guerra. In Dionisio di Alicarnasso (1,14, 5), è riportata una notizia risalente a Varrone: nel santuario di Tiora Matiena, a 300 stadi da Rieti sulla via per Lista, esisteva un antichissimo oracolo sacro a Marte, paragonabile a quello di Dodona, in cui un picchio vaticinava su un palo. Le fonti non lo possono assicurare, ma è possibile che proprio da qui partì il ver sacrum verso Ascoli, attraverso Montereale e Amatrice.

Mappa dei ritrovamenti piceni nelle Marche

I Picenti sarebbero stati alleati dei Romani fino al 299 a.C. in funzione anti-Pretuzi, situati sotto all’Helvinum. I Romani puntarono verso l’Adriatico, cercando di dominare prima i Pretuzi, fondando probabilmente nel 289 Hatria, a sud di Teramo. Ad Hatria arrivava probabilmente la via Caecilia, la prima via publica, che collegava Roma all’Adriatico attraverso la valle del Vomano, percorsa già dai Sabini di Penna Sant’Andrea.

Mappa dei ritrovamenti piceni

Bibliografia essenziale:
AA.VV., I Piceni popolo d’Europa, Edizioni De Luca, Roma 1999, pp. 3-13.
Pallottino Massimo, “La civiltà picena”. Un’impostazione storica, in La civiltà picena nelle Marche. Studi in onore di Giovanni Annibaldi, atti del Convegno sulla Civiltà Piacena nelle Marche, 10-13 luglio 1988,  Maroni, Ancona 1988.

La Sybilla Picena fra storia e leggenda

Tra Marche e Umbria, nel bel mezzo del Parco Nazionale dei Monti Sibillini, si cela il mito della cosiddetta Sybilla Appenninica o Picena.

La Sibilla (utilizziamo la grafia italiana) era una profetessa, che aveva il potere di predire il futuro di chi la consultava, durante uno stato di trance mistica. La sua figura, dai contorni non perfettamente delineati, deriverebbe da culti politeistici orientali, che furono importati prima del IX secolo a. C. nella vicina Grecia, dove la sua presenza storica è ben attestata. Un frammento del filosofo Eraclito di Efeso – vissuto fra il VI e il V secolo a. C. – costituisce la prima fonte scritta sulla Sibilla. Egli la descrive come “colei che con voce disadorna dice cose che non fanno ridere [DK 92]”. Le sue previsioni, infatti, erano generalmente terribili e preannunciavano quasi sempre sventure.

Nell’antica Grecia, esisteva già una figura profetica, con la quale condivideva probabilmente alcuni elementi: la Pizia del tempio di Apollo a Delfi. Contrariamente a quest’ultima, però, la Sibilla non sarebbe stata legata a nessun particolare luogo e forse neppure ad una particolare divinità; ciò le permise di “muoversi”, di volta in volta, da un luogo ad un altro.

Ritroviamo la Sibilla in tutto il bacino del Mediterraneo, Italia compresa. Qui, nel I secolo d.C., Marco Terenzio Varrone, nel suo Antiquitates Rerum divinarum, stilò un catalogo di dieci Sibille, che da allora è divenuto canonico. Esso comprende: la Sibilla Persica, la Libica, la Delfica, la Cimmeria, l’Eritrea, la Samia, la Cumana, l’Ellespontica, la Frigia e la Tiburtina. Precisiamo che spesso vengono citate come fonti attestanti la presenza di una Sybilla Picena anche passi del De Vita Cesareum di Svetonio (70-126 d. C.) e dell’Historia Augusta di Trebellio Pollione (IV sec.). In realtà, però, i due autori non ne parlano affatto.

Lattanzio (III-IV sec.) e Agostino di Ippona (354-430 d. C.) ripresero il decalogo delle Sibille, impiantandolo nella tradizione cristiana: nel passaggio dal paganesimo al cristianesimo, le Sibille furono trasformate in annunciatrici del Signore.

Seguendo Varrone, dunque, in epoca antica non sarebbe attestata l’esistenza di una Sybilla Picena o Appenninica; le uniche presenti in terra italica sarebbero state la Sibilla Cumana e la Sibilla Tiburtina. Questa, in particolare, è di nostro interesse, in quanto è citata da un autore francese del XII secolo, Philipe De Thaon. Costui citò un’antica tradizione latina secondo la quale la Sibilla Tiburtina avrebbe spostato la sua “sede” dal Campidoglio all’Aventino (Aventin). Per un errore di trascrizione o d’interpretazione, Thaon scrisse Apenin anziché Aventin: ecco probabilmente spiegata l’origine della nostra Sibilla, che in realtà sarebbe un costrutto squisitamente medievale.

La leggenda della Sybilla Picena diede vita nei secoli successivi ad un nutrito filone di leggende e romanzi cavallereschi, quali, ad esempio, Le avventure di Guerrino detto il Meschino di Andrea da Barberino (1370 ca.- dopo il 1431), oppure Paradis de la Reine di Antoine de la Sale (1388ca – dopo il 1461). Grazie alla “leggenda” della Sibilla, questi autori riscossero un discreto successo, già a partire dal XV secolo.

Tale genere di testi fu dunque alla base della caratterizzazione della Sybilla dell’Appennino, i cui tratti delineano una figura profondamente “distorta” rispetto alle Sibille dell’Antichità. La Sibilla nostrana è una donna-maga, strega, seduttrice, complice del demoniaco: un mix di elementi, che trovavano un terreno davvero fertile nel superstizioso centro Italia. I racconti di maghi, streghe malefiche e della Sibilla seduttrice erano utili per la predicazione francescana, intenta a sradicare movimenti eretici e i riti di chiara derivazione pagana, che ancora persistevano da secoli nelle nostre terre dell’Appennino umbro-marchigiano.

La Sybilla Picena appartiene alla leggenda, che si mescola ad una tradizione antica, storicamente attestata, che tuttavia non appartiene all’Appennino umbro-marchigiano. Ciononostante, la sua presenza aleatoria anche nel centro Italia è stato un elemento fondante per la cultura del territorio, tanto che la Sibilla assurge a personaggio simbolo del Piceno.
La Sybilla Picena ha riscosso notevole interesse anche negli ultimi anni, grazie ad autori locali che le hanno dedicato numerosi scritti, enfatizzandone gli elementi più suggestivi, in un quadro letterario fantasy e/o esoterico.

 

Bibliografia essenziale:
Tea Fonzi, La Sibilla dell’Appennino: una risorsa dimenticata, in “Il Capitale Culturale” n. 11, Macerata 2015, pp. 483-518.