“Il cielo è blu, l’erba è verde”, conversazione con il pittore fermano Massimiliano Berdini

S’entrevoir in francese vuol dire “vedersi” o “incontrarsi brevemente” ed è la parola dalla quale deriva il termine italiano “intervista”. Mai come in questo caso il verbo francese è calzante per definire il breve e piacevole incontro, che abbiamo avuto con il pittore fermano Massimiliano Berdini nel suo studio.

D’accordo con lui abbiamo vissuto l’incontro come una discussione aperta, in cui le domande hanno costituito un pretesto tematico. Non abbiamo registrato la conversazione, affidandoci al registratore di una volta: carta e penna. Come il pittore rielabora in studio quanto abbozzato all’aria aperta, così noi abbiamo rimesso per iscritto il pensiero di Massimiliano.

Quello che più ricorderemo “di quella volta con Berdini” sarà proprio il difficile compito di dare ordine logico-discorsivo all’impetuoso flusso di concetti e immagini cui il pittore ha dato vita, rendendoci generosamente parte del suo mondo.

Dove e quando nasci? Qual è stata la tua formazione scolastica?
Sono nato a Fermo il 10 luglio del 1971. Per quanto riguarda la mia formazione, sono orgogliosamente autodidatta, da sempre. Penso infatti che la scuola, più che dare, tolga: per me è stata una teoria leggera, che non mi ha offerto quello che cercavo.

E’ vero, spesso la formazione trae il suo miglior nutrimento da fonti extra-scolastiche. In questo senso, allora, quali sono state le esperienze per te più importanti? Come hanno influenzato la tua arte?
La mia grande fortuna è stata incontrare Giuseppe Pende, che abitava proprio a due passi da casa mia. Pende mi ha insegnato a vivere l’arte, a vivere la passione per la pittura. Con lui ho instaurato un rapporto di amicizia e non la classica relazione maestro/discepolo. Io mi comportavo come una zanzara: le domande che gli ponevo erano come punture, con cui cercavo di carpire il suo pensiero, di succhiarlo come fosse il sangue, l’essenza dell’arte di cui avrei dovuto appropriarmi.

Fra gli artisti della tradizione, quali sono stati i tuoi modelli più importanti e quali i tuoi soggetti preferiti?
Sicuramente Giotto. Giotto mi ha insegnato come un’immagine può de-formare la realtà. Quando guardi l’immagine di S. Francesco nella Basilica Superiore d’Assisi, cosa vedi? Vedi un uomo immenso, eroico, che non rappresenta solo l’immagine fisica dell’uomo Francesco, ma anche quella spirituale del santo. Questo mi ha colpito molto. Ho conosciuto la pittura di Giotto attraverso i frati del convento fermano vicino a dove sono cresciuto. Crescendo a contatto con loro, ho vissuto l’incontro/scontro dell’arte comunicata dalla Chiesa e l’arte accesa nella mia interiorità. Oggi posso dire di aver raggiunto la pace fra arte, comunicazione dell’arte e fede. Io non sono più interessato né alla fede, né alla comunicazione dell’arte. A me basta osservare in silenzio: in quello che vedo c’è già tutto. L’uomo, il mostro edilizio, la campagna in fiore contengono già il tutto di cui fanno parte. Fino a qualche tempo fa, mi sono dedicato quasi esclusivamente alla rappresentazione dell’uomo, perché – in un certo senso – è “più facile” da trattare. Egli è solo una tessera infinitesima della Natura, infinitamente più complessa.

Quando ci siamo incontrati per la prima volta, ci hai raccontato che da piccolo tua madre ti portava con lei a lavoro, all’ex manicomio di Fermo, in via Zeppilli. Secondo te, c’è un nesso fra follia e arte?
Ingenuamente si potrebbe rispondere che l’arte è una specie di follia, ma si tratta di un costrutto romantico, tipo “genio e sregolatezza”… In verità, la pazzia, il manicomio – chiamiamolo con il suo nome! -, non c’entra niente con l’arte. Questa è assoluta lucidità, chiarezza suprema, piena coscienza di sé. La grave malattia, l’ottenebramento della mente, non può avere nulla a che fare con l’arte.

Indubbiamente, però, dietro alla pazzia, spesso si nasconde una sensibilità artistica molto profonda. Molti folli sono stati artisti geniali.
Certo, ma dobbiamo assumere che il pazzo rinchiuso nel manicomio non era veramente malato. Spesso chi viveva una vita “normale” stentava a capire che gli internati non erano sempre persone malate, ma spesso gente non conforme alla società, che veniva isolata. Se ho conosciuto persone pure ed intelligenti nella mia vita, queste erano gli “ospiti” del manicomio. La follia dell’arte è questa purezza, che altro non è che l’assoluta coscienza di sé, e chi arriva a conoscere davvero se stesso, esce fuori dalla società. La follia è come il raggio di luce che attraversa l’intrico della foresta e arriva dall’altra parte. A proposito di matti … A scanso d’equivoci, per non destare timori sulla mia sanità mentale, rassicuro tutti, sostenendo che il cielo è blu e l’erba è verde (ma forse questa è solo una verità conformistica).

L’arte come strumento di ricerca: dove vuole andare la tua ricerca e dove ti sta portando?
La pittura non comunica, è ricerca infinita, ricerca per sé. Non comunica perché l’artista la fa innanzitutto per se stesso e perché non c’è niente da comunicare. Non c’è niente che debba essere detto ulteriormente. Come dicevo prima, nella cosa c’è già tutto.
L’opera pittorica è paradossale nella sua stessa esistenza, perché è un presente che non esiste, un presente che è fuori dal tempo; ma lo stesso presente non esiste, perché trapassa istantaneamente nel passato. Del tempo ci resta solo il futuro, quel che non è ancora stato. L’arte non comunica perché rimanda infinitamente la sua comunicazione al futuro. Non può parlare al passato, perché non c’è più; non può parlare al presente perché è confinato nell’attimo; può parlare al futuro che, però, non c’è ancora. Ecco che l’arte non può dare verità assolute, perché il suo contenuto è temporale: l’arte vive del suo tempo e, paradossalmente, quel suo rinviare al futuro la tiene aperta.

Cosa significa per te avere un pensiero libero e cosa significa essere un pittore libero?
L’arte non è mai stata libera. Gli artisti hanno sempre avuto bisogno di mecenati, protettori, finanziatori, committenti. L’arte è ed è stata strumento di un potere occulto, di cui gli artisti sono stati da sempre vittime. Il potere ha esercitato una violenza bestiale su di loro, che non hanno mai potuto essere davvero liberi. Penso subito a Caravaggio: quante angherie ha subito e quanti ostacoli hanno messo davanti al suo cammino? Egli ha, tuttavia, trasfigurato la violenza patita in assoluta bellezza.

Ma quindi proprio nessun artista è riuscito ad essere davvero libero?
A pensarci bene, forse solo i surrealisti sono riusciti a spezzare questo nodo di Gordio. Per uscire da questo mondo, si sono proiettati in un’altra realtà. Questa è stata la lezione dei visionari come Chagall, in parte Modigliani e soprattutto Dalì. Li amo per questo! La loro realtà altra, tuttavia, non è pura evasione, perché non dà certezze, non elimina il dubbio. Oh, il dubbio è fantastico, perché ti mette in azione, ti fa muovere per cambiare strada. C’è chi ha scelto deliberatamente di sbagliare sempre, per ripartire ogni volta. Io amo i visionari, perché riescono a vedere al di là. Il dubbio diventa una molla: per scavalcarlo devi “cambiare binario”.

Veniamo ora al Piceno. Nella tua vita di uomo e di pittore, senti un legame con il paesaggio in cui vivi? Come esso è presente per la tua produzione pittorica?
Il paesaggio per me è sempre presente, anche se – come ho detto prima – in passato mi ha turbato parecchio. La natura è una confusione perfetta: non vedi mai un solido ben definito, ma una figura completamente astratta, in-forme. Guarda ad esempio un cespuglio in un fosso: per l’occhio è inestricabile. Per guardare la natura con l’occhio del pittore, sei costretto a guardarla come se avesse una forma, altrimenti diventi pazzo. Ella non resta mai ferma, si muove, cambia, scorre. Per questo dico che il paesaggio è completamente astratto da ogni forma. Poi, se vogliamo andare avanti, si è parlato tanto di natura bella e ancora oggi la natura è bella; però Leopardi ci ha insegnato che sa essere anche cattiva, impietosa, brutale. La cosa straordinaria è che, nonostante tutto, in essa regna sempre una specie di pace, una serenità ineffabile. Oggi mi sto concentrando su questa serenità ineffabile: è per questo che dico che rappresentare la natura mi spaventa meno.

Essere pittore / artigiano oggi: cosa significa al tempo della “riproducibilità tecnica” essere pittore, avere una bottega? Ci si sente diversi?
Certamente sì, ha ancora senso: la fotografia (penso subito a essa) non ha tolto assolutamente nulla alla pittura. Il fotografo cattura un’immagine da un occhio artificiale che non è il suo. Può solo scegliere cosa fotografare. E’ vero, può sistemare e ritoccare qualche dettaglio, ma non è mai la sua visione: è la visione di una macchina. Per di più, la foto è qualcosa che guardi nell’attimo: per il dipinto hai bisogno di più tempo. La foto vive dell’immediatezza dello scatto, del colpo d’occhio, mentre il dipinto no. Non è un caso che Monet abbia dipinto venti volte la stessa cattedrale. Quando lo ha fatto è stato perché l’ha vista ogni volta sempre in modo diverso. E di fatto quella stessa cattedrale era ogni volta un soggetto diverso.
Avere una personalità artistica oggi rende naturalmente diversi e può creare sospetto in una società di perfetti integrati. La diversità resta un bene prezioso, ma a volte spaventa.

Il cosiddetto progresso, il cattivo progresso, ha deturpato il paesaggio: la natura viene ghettizzata, costretta a sopravvivere nello spazio che avanza. L’occhio di chi contempla non può spaziare ma è costretto a restringere il campo. Dipingere il paesaggio diventa per te denuncia del brutto o può essere ancora espressione del bello?
Dipende da cosa ritrai nel quadro: in un quadro puoi mettere in primo piano un manufatto umano, un mostro di cemento circondato dalla natura, per denunciare il brutto. Io non lo toglierei dal paesaggio per ragioni pittoriche: se volessi ritrarre solo la Natura, sceglierei una diversa prospettiva. Vedete, il fatto che in un paesaggio dipinto io rappresenti un capannone o un’altra bruttura non mi spaventa, perché la sua violenza nei confronti della Natura è solo temporanea. Il capannone fra venti o trenta anni sarà polvere; il paesaggio sopravviverà in tutto il suo splendore e si riapproprierà di ciò che gli è stato tolto.

E allora cosa pensi possa fare l’arte per custodire il paesaggio?
Io rovescerei i termini del discorso: la difesa della natura, di cui oggi tanto si parla, deve essere condotta, non tanto per salvare il pianeta, ma per salvare l’uomo. La prima specie che sparirà per eventuali disastri ambientali sarà proprio l’essere umano, la specie biologicamente più debole. La natura sopravviverà anche senza l’uomo. Difendere la natura significa prendersi cura del luogo in cui viviamo e tramandarne l’assoluta bellezza: è il nostro Paradiso.

Alla fine della nostra breve incursione nel laboratorio di Massimiliano, circondati da tele, pennelli, prove d’autore e colori in polvere, restiamo quasi incantati ad osservare quel paesaggio agreste, ancora in opera sul treppiede, che Massimiliano stava ultimando. Quella natura per noi, dagli occhi inesperti, è già sbocciata nel suo quadro, ma forse sarà più giusto osservarla ad opera terminata. Ci ripromettiamo di avere la possibilità di rivederci, magari mentre mescolerà le sue terre o alle prese con un bozzetto. D’altra parte, l’artista, come l’artigiano, deve essere conosciuto in corso d’opera, nella speranza che renda visibile a tutti qualcosa che ancora non lo è.

Un bicchiere di dolce tradizione: il vino cotto

Se doveste chiedere in giro qual è il vino simbolo delle Marche, molti intenditori vi risponderebbero senza dubbio: “Il Verdicchio!”. Ma se doveste porre la stessa domanda agli anziani del fermano, del maceratese o del piceno, con ogni probabilità ricevereste come risposta: “Lo vi’ cotto!”.

Il vino cotto è una bevanda più unica che rara ed è la più rappresentativa delle tradizioni culinarie e culturali delle Marche meridionali. Alcuni estimatori la farebbero risalire addirittura ai Piceni, che appresero la coltura dei vigneti dai Greci.

Quel che è certo, però, è che già al tempo dei Romani se ne conosceva bene la tecnica di preparazione e gli usi più adatti, sia come bevanda da pasto, sia come rinvigorente. Citato da Plauto e Plinio il Vecchio, ne abbiamo anche una breve descrizione della tecnica di cottura nel De Re Rustica di Columella (libro XII, 20):

“Si faccia cuocere il mosto dal sapore dolcissimo fino a diminuzione di un terzo, quando è cotto si chiama defruntum. Appena raffreddato si travasa nelle botti e lo si ripone per usarne”.

Il procedimento è giunto identico sino ai giorni nostri: a seguito della pigiatura e pressatura delle uve locali (anticamente tutti i vitigni presenti in zona come Caccione, Chiapparone, Passerina, Pecorino, Pagadebit, Galoppa, Santa Maria, Trebbiano e oggi principalmente Sangiovese, Montepulciano, Maceratino), il mosto viene scaldato a fuoco diretto in calderoni di rame, fino a farne evaporare un terzo – spesso con l’aggiunta di qualche aromatizzante. La cottura determina la caramellizzazione degli zuccheri e la formazione di un colore granato profondo.

Botti contenenti vino cotto
Botti contenenti vino cotto

A cottura terminata, il mosto caldo decantato viene travasato in botticelle di rovere o castagno e lasciato invecchiare. Solitamente, si usa “rimboccare” il vino cotto invecchiato con del mosto concentrato e non ancora fermentato; tale pratica è tuttavia riservata ai più esperti, perché, se non effettuata con cura, potrebbe compromettere la sua lenta fermentazione.

La cottura del vino è stato un vero colpo d’ingegno, perché permetteva di mantenere inalterate le sue caratteristiche, senza temere che potesse inacetire. Tramandato di generazione in generazione, è stato il metodo migliore per produrre vino anche dalle uve più rovinate o particolarmente acide.

In tempi in cui lo spreco non era permesso e l’aggiunta di solfiti non era tecnicamente possibile, il vino cotto rappresentava un “dolce” tesoretto di cui avere somma cura. Ogni famiglia aveva una sua ricetta segreta, tramandata da padre in figlio: c’è chi aggiungeva una mela cotogna durante la cottura o chi usava mettere dei chiodi di garofano. Le varianti erano moltissime.

Era usanza inaugurare una nuova botticella di vino cotto ad ogni nuovo figlio maschio. Consumato persino nelle occasioni speciali, il vino cotto era ritenuto anche un potente medicinale contro raffreddore e influenza. Di fatto, recenti studi scientifici confermerebbero le sue proprietà antiossidanti.

Oggigiorno il vino cotto è considerato un eccezionale vino da dessert. L’abbinamento più tradizionale è accanto alle castagne arrosto, onde il detto: “Verso Sammartì, li unnici de novembre, je se dà ‘na guardata; se adè chiaro e se te ne va, te ce poli pure ‘mbriacà!” che vuol dire: “Verso San Martino, l’undici di novembre, si va a dare una guardata; se è chiaro e se ne hai voglia, ti ci puoi anche ubriacare!”

Ad oggi, sono due i borghi che vantano le manifestazioni folkloristiche più importanti, incentrate sul vino cotto marchigiano: Loro Piceno e Lapedona. Vi invitiamo a visitarle entrambe!

Bibliografia essenziale:
Sersante R., Trattato teorico-pratico dell’arte della vinificazione avutosi riguardo specialmente alle diverse qualità d’uve ed alla temperatura atmosferica degli Abruzzi, Chieti – Tip. Vella, 1856
Plauto, a cura di Faranda G., Pseudolus, Milano, 2000
Columella, De re rustica, disponibile online su: http://www.thelatinlibrary.com/
http://www.vinocottodelpiceno.it/

Un faccia a faccia tutto marchigiano

Spesso la ricerca, a qualunque livello sia compiuta, porta a scoperte inaspettate. Mentre cercavamo informazioni su Antonio Perpenti, cui è intitolata una via del centro di Fermo, ci siamo imbattuti in un libello pubblicato nel 1876 e custodito presso la Biblioteca dell’Harvard College, dal titolo

INAUGURAZIONE
DELLE STATUE
DI ANNIBAL CARO E GIACOMO LEOPARDI
A FERMO
il 25 giugno 1876*

Esso contiene il verbale, i discorsi pronunciati dalle autorità e la corrispondenza (lettere e telegrammi) scambiata con illustri personalità dell’epoca, in occasione di un importante avvenimento cittadino.

Il 25 giugno 1876, due statue, una dedicata a Giacomo Leopardi e l’altra ad Annibal Caro, venivano inaugurate con solenni festeggiamenti.

Nel verbale del libello si racconta che il conte Lorenzo Maggiori, morto il 21 settembre 1872, aveva disposto un “legato di 500 lire” affinché, entro i due anni successivi alla sua morte, fossero realizzate due statue, “l’una a Giacomo Leopardi e l’altra ad Annibal Caro”. Nel testamento il Maggiori scrisse:

“Questo legato io feci per amore della mia patria, e perché tutti avessero innanzi agli occhi un esempio che sia d’incitamento ad imitar le opere di que’ Gloriosi, e ciò in ossequio di quei grandi che illustrarono la nostra patria”.

Nel mese di ottobre, il Consiglio Comunale di Fermo accettò il lascito e commissionò il lavoro allo scultore Odoardo Tabacchi di Torino. Le statue furono terminate nel 1874. La soddisfazione fu tale che il Consiglio Comunale conferì al Tabacchi la cittadinanza onoraria. All’ingegner Pompeo Marini furono commissionati i disegni per i due basamenti.

Posizionate le due statue, il sindaco Perpenti ne dette l’inagurazione il 25 giugno 1876. Il marchese Giulio Antici, Ruggero Simboli e Vito Regini furono invitati a rappresentare Recanati, città del Leopardi; il marchese Giacomo Ricci, Pasquale Martellini e Alessandro Paci furono invitati a rappresentare Civitanova, patria natia di Annibal Caro.

Furono invitati anche Carlo Leopardi e Antonio Ranieri – rispettivamente fratello e amico del poeta recanatese – i quali declinarono per motivi di salute, come si legge nei telegrammi riportati in appendice.

La statua del Leopardi attualmente si trova in Largo Euffreducci, dove si affaccia il liceo Classico “A. Caro”. La statua di Annibal Caro si trova all’interno del teatro dell’Aquila, vicino alla biglietteria.

In origine, le due statue si trovavano una di fronte all’altra nell’attuale Largo Calzecchi Onesti, al termine di Viale Vittorio Veneto, prima dell’ingresso nella piazza. Nell’archivio del sito dell’Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione del Ministero dei Beni e delle Attività culturali e del Turismo abbiamo trovato una foto che le ritrae nella posizione originale.

La foto è reperibile nel catalogo al seguente link: http://www.fotografia.iccd.beniculturali.it/index.php?r=search%2Fsearch&keyword=fermo&yt0=Cerca
La foto è reperibile nel catalogo al seguente link: http://www.fotografia.iccd.beniculturali.it/index.php?r=search%2Fsearch&keyword=fermo&yt0=Cerca

La statua di Leopardi, la preferita dei fermani, è stata restaurata nel 2009, grazie al contributo del Rotary Club di Fermo.

*La scansione in pdf può essere scaricata dal seguente link: http://www.barnesandnoble.com/w/inaugurazione-delle-statue-di-annibal-caro-e-giacomo-leopardi-a-fermo-il-25-giugno-1876-antonio-perpenti-fermo/1027638064

Bibliografia essenziale:
Perpenti A., Inaugurazione delle statue di Annibal Caro e Giacomo Leopardi a Fermo il 25 Giugno 1876, Fermo, 1876.

Ponti e miliari romani nelle Marche

Ponti, sostruzioni e miliari romani nelle MarcheNella mappa sono segnalati i principali ponti, le gallerie e i miliari presenti nelle Marche, i quali testimoniano la complessità e la modernità del sistema viario, costruito dagli antichi Romani nella regione.

 

PONTI

Ponte dei Ciclopi, della Via Flaminia, Cantiano (PU);
Ponticello, poco più a Nord del Ponte dei Ciclopi, Cantiano (PU);
Ponte di Diocleziano sul fiume Metauro, Fossombrone (PU);
Ponte detto delle Piangole sul fiume Metauro, nei dintorni di Pesaro (PU);
Ponte di Porta Rimini, sul fiume Foglia, Pesaro (PU);
Ponte di Smirra, Acqualagna (PU);
Ponte di Traiano, sul fiume Metauro, Fossombrone (PU);
Ponte Grosso, sul torrente Burano, Cantiano (PU);
Ponte Mallio, sul fiume Bosso, Cagli (PU);
Ponte Taverna, sul fiume Burano, Cagli (PU);
Ponticello dell’Abbazia, Acqualagna (PU);
Ponticello di Case Nuove, Acqualagna (PU);

Ponte di Caudino, Caudino, Arcevia (AN);
Ponte Genga, sul torrente Sentino, Genga (AN);

Ponte di Pioraco, Pioraco (MC);
Ponte sul fiume Potenza, in località Casa dell’Arco, Santa Maria in Potenza (MC);

Ponte sul fiume Tenna, località Molini, Fermo (FM);

Ponte Cecco sul torrente Castellano, Ascoli Piceno (AP);
Ponte sul rio Gran Caso, in località Marino del Tronto, Ascoli Piceno (AP);
Ponte sul fosso di Folignano, in località Piane di Morro, Folignano (AP);
Ponte sul fosso Pittima, in località Valle Scura, Ascoli Piceno (AP);
Ponte di Solestà sul fiume Tronto, Ascoli Piceno (AP);
Ponte sul fosso San Giuseppe, in località Mozzano, Ascoli Piceno (AP);
Ponte sul Rio Nile, in località Ponte d’Arli, Acquasanta Terme (AP);
Ponte sul fiume Tronto, in località Ponte d’Arli, Acquasanta Terme (AP);
Ponte sul fosso di Venerosse, in località Villa di Re, Ascoli Piceno (AP);
Ponte sul Rio Garrafo, Acquasanta Terme (AP);
Ponte di Porta Cappuccina, sul fiume Tronto, Ascoli Piceno (AP);
Ponte della Scutella, Cavignano, Ascoli Piceno (AP);
Ponte d’Arli, della Via Salaria, Ascoli Piceno (AP);
Ponte di Quintodecimo, sul fiume Tronto, Quintodecimo (AP).

SOSTRUZIONI, GALLERIE E TAGLI NELLA ROCCIA

Taglio della roccia in località La Travetta di Acquasanta Terme (AP);
Sostruzione in località Vene di Santa Caterina di Acquasanta Terme (AP);
Sostruzione in località Marzola di Acquasanta Terme (AP);
Galleria del Furlo, Acqualagna (PU).

MILIARI

Pietra miliare di Tito, conservata presso il Museo archeologico di San Severino Marche
Pietra miliare di Tito, conservata presso il Museo archeologico di San Severino Marche


Miliari di San Severino (MC);
Miliario di San Marone, Civitanova Marche (MC);
Miliario di Macchie, San Ginesio (MC);

Miliario di Trisungo, Arquata del Tronto (AP);
Miliario di San Pietro d’Arli, Acquasanta Terme (AP);

Miliario di Marino del Tronto (AP);
Miliario di Porchiano ad Ascoli Piceno (AP).

Bibliografia essenziale:
Enrico Giorgi, Il territorio della colonia. Viabilità e centuriazione, in Storia di Ascoli dai Piceni all’età Tardoantica, a cura di G. PACI, Ascoli Piceno 2014, pp. 223-289;
Paolo Campagnoli, Enrico Giorgi, La viabilità delle marche centro meridionali in età tardo antica e altomedievale, in Tardo antico 2006, pp. 111-156
https://it.wikipedia.org/wiki/Lista_di_ponti_romani

Lorenzo Mancini Spinucci

Conte Mancini Spinucci Il conte Lorenzo Mancini Spinucci nacque a Fermo nel 1902. Laureatosi in ingegneria civile, lavorò nell’agricoltura e nell’edilizia. A lui si deve il progetto della facciata del santuario della Madonna del Pianto (1935).

Uomo dal multiforme ingegno, viene anche  ricordato per i suoi interessi nel campo della parapsicologia*. Nel 1934 partecipò ad una seduta medianica con Bice Valbonesi, celebre medium che contava fra i suoi frequentatori Benito Mussolini e Gabriele D’Annunzio.

Durante la seduta uno spirito sconosciuto gli avrebbe predetto l’invenzione del magnetofono, ovvero lo strumento in grado di registrare le voci provenienti dall’aldilà.

Benché non fu egli stesso ad inventare la metafonia**, si impegnò in prima persona per promuovere la ricerca metafonica. A tale fine fondò l’A.I.S.P., l’Associazione Italiana di Studi Psichici, e il CE. RI. ME. PS***, Centro di Ricerche Metapsichiche e Psicofoniche. Gli studi sul campo erano pubblicati sul periodico di riferimento, la Rassegna di studi psicofonici: ricerca psichica e transcomunicazione.

Organizzò importanti congressi a carattere nazionale e internazionale di parapsicologia.

E’ morto nel 1996.

 

NOTE:
* Studio di presunti fenomeni, detti paranormali, non spiegabili in base alle leggi scientifiche (fisiche, biologiche, psicologiche ecc.) conosciute (Fonte: http://www.treccani.it/enciclopedia/parapsicologia/).
** Captazione di suoni estranei all’ambiente con strumenti magnetici.
***AA. VV., La medianità, Edizioni Mediterranee, Roma 1985, p. 145.

Bibliografia essenziale:
AA. VV., La medianità, Edizioni Mediterranee, Roma 1985.