Fermo, l’oratorio di Santa Monica

Vista sull’oratorio di Santa Monica

Lungo corso Cavour/Via Girolamo Montani/Largo Valentini, a Fermo, accanto alla torre della chiesa di Sant’Agostino, si trova l’Oratorio di Santa Monica.

Fu costruito nel 1423 a spese di Giovanni Guglielmi, come riporta la lapide a caratteri gotici presente sulla facciata: “Anno D.ni MCCCCXXIII hoc opus fecit fieri Johannes Guglielmi… de Firmo”, persona allora molto influente in stretto contatto con l’ordine dei frati Agostiniani.

L’oratorio era inizialmente una chiesa dedicata a San Giovanni Battista e per questo motivo venne consacrata il 24 giugno 1425, come riportato dagli Annali di Anton di Nicolò. Passata in eredità agli Agostiniani, questi la concessero nel 1623 in uso come oratorio alla Confraternita di Santa Monica, alla quale fu poi ceduta a seguito della demaniazione.

La chiesa è un piccolo edificio a pianta rettangolare, con mura in laterizio. In facciata presenta un fregio di archetti pensili trilobati, con due monofore gotiche. L’interno è coperto con una volta a crociera affrescata e racchiude uno dei più antichi crocifissi lignei di Fermo (risalente al 1400) e il ciclo degli affreschi della vita di S. Giovanni Battista.

Il ciclo degli affreschi dell’Oratorio di S. Monica di Fermo, congiuntamente con il ciclo degli affreschi della chiesa di S. Agostino, sono uno dei patrimoni artistici più significativi di Fermo e delle Marche, uno splendido esempio di pittura quattrocentesca. Riguardo l’attribuzione, nel corso degli anni sono state avanzate svariate ipotesi: qualcuno vi ha visto la mano di Jacopo Salimbeni di San Severino Marche, altri quella di Giacomo di Nicola da Recanati e altri ancora quella di Pietro di Domenico da Montepulciano.

LA VOLTA
I dipinti sono decorati con allegorie cristiane e si riconoscono la figura della Giustizia, con in mano spada e bilancia; la Prudenza, con serpente e clessidra; nei tondi più in basso la Temperanza, nell’atto di versare acqua nel vino, e la Fortezza, con un cartiglio in mano. Nei tondi più in alto vi è raffigurata la Fede, con una croce, e una figura femminile dai connotati incerti.

Negli altri spicchi della vela vi sono anche la Speranza e la Carità. In questo modo sono state figurativamente unite le virtù teologali con quelle cardinali, volendo forse fare riferimento al fatto che queste ultime siano la base per la santità. Non a caso, le altre figure che rappresentate sono di santi Girolamo, Marco, Agostino e Benedetto.

La ricchezza ornamentale e la vivacità coloristica che decora le vele e i costoloni della volta contrastano in parte con il ciclo degli affreschi parietali sulla vita di San Giovanni Battista, più espressivi e cromaticamente più leggeri.

PARETE D’INGRESSO
Anche se fortemente mutila, vi è una scena che rappresenta la Natività del Battista da un lato e, dall’altro, due ameni viandanti con un asinello che discutono fra loro. E’ stato proposto un raffronto con un episodio del viaggio che fece la Madonna per visitare Sant’Elisabetta, un episodio già dipinto dai Salimbeni ad Urbino.

Nella parte inferiore vi sarebbe la resurrezione di Drusiana, che vede San Giovanni Evangelista benedicente una donna genuflessa. Nel Medioevo accadeva non di rado di accostare iconograficamente la figura di S. Giovanni Battista a quella di S. Giovanni Evangelista, con una naturale commistione tra i due santi e le loro azioni.

PARETE DI SINISTRA
Contiene gli episodi della vita del Battista durante il suo soggiorno nel deserto. Dentro una nicchia di questa parete, vi è raffigurata un’allegoria della Fede, che regge una croce, che fu poi coperta da un secondo affresco della Madonna con bambino del 1474. Sempre in questa parete, sono presenti i dipinti di due Santi: un S. Nicola da Tolentino, vestito di nero, e un possibile S. Biagio martire, seduto con vesti episcopali. Ci sono anche altre due scene: il Battesimo di Cristo, con la rappresentazione del fiume Giordano, e l’Ispirazione del Vangelo di Giovanni, con l’Evangelista intento a scrivere nell’isola di Patmos.

Il collegamento è presto detto: S. Giovanni Evangelista fu prima discepolo di S. Giovanni Battista; poi divenne discepolo di Gesù, quando il Precursore designò il Messia sul Giordano. È forse una delle scene più emblematiche, in cui la figura del Santo è maestosa e ieratica e il paesaggio è ravvivato da piccole scene con tocchi di realismo unici. Nell’altra zona della parete vi sono due ripiani sovrapposti, con due diverse scene della Predicazione del Battista, entrambe dagli accostamenti cromatici vivaci e con una tecnica pittorica unica in questa zona del centro Italia.

PARETE DI DESTRA
Sotto un arco a tutto sesto vi è la raffigurazione mutila di una Vergine con Bambino, fra angeli e santi: un tema tipico dell’iconografia cristiana. La tinta neutra che è stata distesa dal restauratore Pio Nardini nella lunetta della parete era priva di elementi. Le storie del Battista proseguono: S. Giovanni Battista benedice attraverso una inferriata alcuni discepoli; la scena è mutila e purtroppo non è interamente identificabile. Accanto a questa scena, un’altra ancora più bella e ben conservata: il Banchetto di Erode.

Sotto ad un portico gotico che fa da sfondo, si svolge il banchetto dove ad Erode e ai suoi invitati viene portata la testa mozzata del Santo su un piatto d’argento. Gli astanti sembrano far parte di una corte principesca coeva al pittore e tutti hanno un ruolo: gli sguardi e i cenni dei commensali tradiscono emozioni contrastanti per l’evento a cui stanno assistendo.

Salomè e un paggio, con vesti arabescate, portano dinanzi i protagonisti la testa del Santo. Erode e il suo consigliere sono disgustati e preoccupati per le sventure che deriveranno da questo omicidio, mentre Erodiade è l’unica che ostenta un sorriso malefico, un ghigno di soddisfazione per ciò che ha di fronte. Da notare che sulla tavola non mancano richiami aneddotici come i bicchieri di vino rosso, i piselli e la fava fresca. Accanto, isolato sotto un portico minore, è raffigurato il boia che rinfodera la spada dopo la decapitazione, vestito come un brigante trecentesco.

La vivacità cromatica della scena contrasta con il tema cupo della morte di S. Giovanni Battista: questa è senza ombra di dubbio la scena più caratteristica dell’Oratorio di Santa Monica di Fermo ed è anche l’unica scena della vita del Battista, che non è rappresentata nel ciclo dei Salimbeni all’Oratorio di San Giovanni Battista di Urbino.

Il ciclo degli affreschi della vita di San Giovanni Battista si pone tematicamente in linea con il più celebre ciclo degli affreschi di Assisi. Nonostante la resa pittorica non sia comparabile a quella di Assisi, ci si trova di fronte a degli affreschi di una grande potenza comunicativa ed espressiva. Naturalmente, allo spettatore/fedele di oggi riuscire risulta difficile cogliere tutti i riferimenti simbolici e allegorici dei dipinti, a coglierne per intero tutti i suoi riferimenti e le sue allegorie resta più oscuro.

Informazioni utili:
L’Oratorio di Santa Monica di Fermo è visitabile con un biglietto di 2,00 euro nei seguenti orari di apertura:
Luglio ed Agosto:
Giovedì: ore 17:00-20:00 / 21:30-23:00
Venerdì: ore 17:00-20:00
Sabato: ore 17:00-20:00
Domenica: ore 17:00-20:00

Settembre:
Solo sabato e domenica: ore 17:00-20:00

Gli orari sono soggetti a modifiche.

In alternativa è possibile contattare l’Arcidiocesi di Fermo al numero 0734/229005 per visite su richiesta. All’interno dell’oratorio non è possibile scattare fotografie.

Bibliografia essenziale:
Bisogni F., Per Giacomo di Nicola da Recanati, in “Paragone”, 1973, pp. 44-72
Dania L., La pittura a Fermo e nel suo circondario, Milano, 1968
Maranesi F. e Papetti S., Gli affreschi dell’Oratorio di Santa Monica, Fermo, 1996
Rotondi P., Restauri di affreschi: Fermo, oratorio di S. Monica, in “Bollettino d’arte”, XXXI, 1937, pp. 321-322
Zampetti P., La pittura nelle Marche, vol. I, Firenze, 1988

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