Fermo, l’oratorio di Santa Monica

Vista sull’oratorio di Santa Monica

Lungo corso Cavour/Via Girolamo Montani/Largo Valentini, a Fermo, accanto alla torre della chiesa di Sant’Agostino, si trova l’Oratorio di Santa Monica.

Fu costruito nel 1423 a spese di Giovanni Guglielmi, come riporta la lapide a caratteri gotici presente sulla facciata: “Anno D.ni MCCCCXXIII hoc opus fecit fieri Johannes Guglielmi… de Firmo”, persona allora molto influente in stretto contatto con l’ordine dei frati Agostiniani.

L’oratorio era inizialmente una chiesa dedicata a San Giovanni Battista e per questo motivo venne consacrata il 24 giugno 1425, come riportato dagli Annali di Anton di Nicolò. Passata in eredità agli Agostiniani, questi la concessero nel 1623 in uso come oratorio alla Confraternita di Santa Monica, alla quale fu poi ceduta a seguito della demaniazione.

La chiesa è un piccolo edificio a pianta rettangolare, con mura in laterizio. In facciata presenta un fregio di archetti pensili trilobati, con due monofore gotiche. L’interno è coperto con una volta a crociera affrescata e racchiude uno dei più antichi crocifissi lignei di Fermo (risalente al 1400) e il ciclo degli affreschi della vita di S. Giovanni Battista.

Il ciclo degli affreschi dell’Oratorio di S. Monica di Fermo, congiuntamente con il ciclo degli affreschi della chiesa di S. Agostino, sono uno dei patrimoni artistici più significativi di Fermo e delle Marche, uno splendido esempio di pittura quattrocentesca. Riguardo l’attribuzione, nel corso degli anni sono state avanzate svariate ipotesi: qualcuno vi ha visto la mano di Jacopo Salimbeni di San Severino Marche, altri quella di Giacomo di Nicola da Recanati e altri ancora quella di Pietro di Domenico da Montepulciano.

LA VOLTA
I dipinti sono decorati con allegorie cristiane e si riconoscono la figura della Giustizia, con in mano spada e bilancia; la Prudenza, con serpente e clessidra; nei tondi più in basso la Temperanza, nell’atto di versare acqua nel vino, e la Fortezza, con un cartiglio in mano. Nei tondi più in alto vi è raffigurata la Fede, con una croce, e una figura femminile dai connotati incerti.

Negli altri spicchi della vela vi sono anche la Speranza e la Carità. In questo modo sono state figurativamente unite le virtù teologali con quelle cardinali, volendo forse fare riferimento al fatto che queste ultime siano la base per la santità. Non a caso, le altre figure che rappresentate sono di santi Girolamo, Marco, Agostino e Benedetto.

La ricchezza ornamentale e la vivacità coloristica che decora le vele e i costoloni della volta contrastano in parte con il ciclo degli affreschi parietali sulla vita di San Giovanni Battista, più espressivi e cromaticamente più leggeri.

PARETE D’INGRESSO
Anche se fortemente mutila, vi è una scena che rappresenta la Natività del Battista da un lato e, dall’altro, due ameni viandanti con un asinello che discutono fra loro. E’ stato proposto un raffronto con un episodio del viaggio che fece la Madonna per visitare Sant’Elisabetta, un episodio già dipinto dai Salimbeni ad Urbino.

Nella parte inferiore vi sarebbe la resurrezione di Drusiana, che vede San Giovanni Evangelista benedicente una donna genuflessa. Nel Medioevo accadeva non di rado di accostare iconograficamente la figura di S. Giovanni Battista a quella di S. Giovanni Evangelista, con una naturale commistione tra i due santi e le loro azioni.

PARETE DI SINISTRA
Contiene gli episodi della vita del Battista durante il suo soggiorno nel deserto. Dentro una nicchia di questa parete, vi è raffigurata un’allegoria della Fede, che regge una croce, che fu poi coperta da un secondo affresco della Madonna con bambino del 1474. Sempre in questa parete, sono presenti i dipinti di due Santi: un S. Nicola da Tolentino, vestito di nero, e un possibile S. Biagio martire, seduto con vesti episcopali. Ci sono anche altre due scene: il Battesimo di Cristo, con la rappresentazione del fiume Giordano, e l’Ispirazione del Vangelo di Giovanni, con l’Evangelista intento a scrivere nell’isola di Patmos.

Il collegamento è presto detto: S. Giovanni Evangelista fu prima discepolo di S. Giovanni Battista; poi divenne discepolo di Gesù, quando il Precursore designò il Messia sul Giordano. È forse una delle scene più emblematiche, in cui la figura del Santo è maestosa e ieratica e il paesaggio è ravvivato da piccole scene con tocchi di realismo unici. Nell’altra zona della parete vi sono due ripiani sovrapposti, con due diverse scene della Predicazione del Battista, entrambe dagli accostamenti cromatici vivaci e con una tecnica pittorica unica in questa zona del centro Italia.

PARETE DI DESTRA
Sotto un arco a tutto sesto vi è la raffigurazione mutila di una Vergine con Bambino, fra angeli e santi: un tema tipico dell’iconografia cristiana. La tinta neutra che è stata distesa dal restauratore Pio Nardini nella lunetta della parete era priva di elementi. Le storie del Battista proseguono: S. Giovanni Battista benedice attraverso una inferriata alcuni discepoli; la scena è mutila e purtroppo non è interamente identificabile. Accanto a questa scena, un’altra ancora più bella e ben conservata: il Banchetto di Erode.

Sotto ad un portico gotico che fa da sfondo, si svolge il banchetto dove ad Erode e ai suoi invitati viene portata la testa mozzata del Santo su un piatto d’argento. Gli astanti sembrano far parte di una corte principesca coeva al pittore e tutti hanno un ruolo: gli sguardi e i cenni dei commensali tradiscono emozioni contrastanti per l’evento a cui stanno assistendo.

Salomè e un paggio, con vesti arabescate, portano dinanzi i protagonisti la testa del Santo. Erode e il suo consigliere sono disgustati e preoccupati per le sventure che deriveranno da questo omicidio, mentre Erodiade è l’unica che ostenta un sorriso malefico, un ghigno di soddisfazione per ciò che ha di fronte. Da notare che sulla tavola non mancano richiami aneddotici come i bicchieri di vino rosso, i piselli e la fava fresca. Accanto, isolato sotto un portico minore, è raffigurato il boia che rinfodera la spada dopo la decapitazione, vestito come un brigante trecentesco.

La vivacità cromatica della scena contrasta con il tema cupo della morte di S. Giovanni Battista: questa è senza ombra di dubbio la scena più caratteristica dell’Oratorio di Santa Monica di Fermo ed è anche l’unica scena della vita del Battista, che non è rappresentata nel ciclo dei Salimbeni all’Oratorio di San Giovanni Battista di Urbino.

Il ciclo degli affreschi della vita di San Giovanni Battista si pone tematicamente in linea con il più celebre ciclo degli affreschi di Assisi. Nonostante la resa pittorica non sia comparabile a quella di Assisi, ci si trova di fronte a degli affreschi di una grande potenza comunicativa ed espressiva. Naturalmente, allo spettatore/fedele di oggi riuscire risulta difficile cogliere tutti i riferimenti simbolici e allegorici dei dipinti, a coglierne per intero tutti i suoi riferimenti e le sue allegorie resta più oscuro.

Informazioni utili:
L’Oratorio di Santa Monica di Fermo è visitabile con un biglietto di 2,00 euro nei seguenti orari di apertura:
Luglio ed Agosto:
Giovedì: ore 17:00-20:00 / 21:30-23:00
Venerdì: ore 17:00-20:00
Sabato: ore 17:00-20:00
Domenica: ore 17:00-20:00

Settembre:
Solo sabato e domenica: ore 17:00-20:00

Gli orari sono soggetti a modifiche.

In alternativa è possibile contattare l’Arcidiocesi di Fermo al numero 0734/229005 per visite su richiesta. All’interno dell’oratorio non è possibile scattare fotografie.

Bibliografia essenziale:
Bisogni F., Per Giacomo di Nicola da Recanati, in “Paragone”, 1973, pp. 44-72
Dania L., La pittura a Fermo e nel suo circondario, Milano, 1968
Maranesi F. e Papetti S., Gli affreschi dell’Oratorio di Santa Monica, Fermo, 1996
Rotondi P., Restauri di affreschi: Fermo, oratorio di S. Monica, in “Bollettino d’arte”, XXXI, 1937, pp. 321-322
Zampetti P., La pittura nelle Marche, vol. I, Firenze, 1988

Il Museo del Mare di San Benedetto del Tronto

Facciata del Museo del Mare
Facciata del Museo del Mare

Qualche settimana fa ci siamo recati a San Benedetto del Tronto, presso il Museo del Mare. Questo piccolo Polo Museale è collocato all’interno dell’attuale sede del Mercato Ittico all’Ingrosso, presso il Molo Nord di San Benedetto del Tronto. Al suo interno è compreso l’Antiquarium Truentinum, il Museo delle Anfore, il Museo Ittico “Augusto Capriotti” e il Museo della Civiltà Marinara delle Marche. Inoltre, anche se noi non abbiamo avuto modo di visitarla, fa parte di questo museo anche la Pinacoteca del Mare di Palazzo Piacentini, al “Paese Alto” della città.

Il piano terra del Museo ospita l’Antiquarium, che raccoglie alcuni reperti archeologici dell’antico Castrum Truentinum, provenienti dal territorio tra il fiume Tesino, il Tronto e i territori di Monteprandone, Acquaviva Picena e Ripatransone. I reperti, rinvenuti dall’ArcheoClub locale o provenienti da scavi stratigrafici della Soprintendenza delle Marche, vanno dall’Età della Pietra al periodo piceno fino ad arrivare al dominio romano. Di notevole pregio è la “Collezione Guidi”, una serie di asce dell’Età del Bronzo, rinvenute nel primo novecento ad Acquaviva Picena nelle proprietà del marchese Antonio Guidi, sindaco di San Benedetto del Tronto tra il 1911 e il 1919.

san-benedetto-del-tronto-museo-del-mare-3Al primo piano si trova il Museo delle Anfore, che racchiude molte delle anfore recuperate dai pescherecci sambenedettesi nel corso dello scorso secolo. Raccolte e donate al Comune dal dottor Giovanni Perotti, sono state usate per un’affascinante esposizione didattica nella Sala 1, “Un Mare di Anfore”. A terra, una pavimentazione raffigura l’Europa e il Mar Mediterraneo, con esposte alcune tipologie delle anfore più comuni, come l’anfora di tipo Dressel 6A, tipica del Mar Adriatico. Nelle altre sale, non mancano i riferimenti ai commerci di olio e vino tra Greci e Piceni, fino alla grande ricostruzione parziale di una tipica nave da trasporto romana. Anche i Romani, infatti, trafficavano moltissimo nel mare Adriatico, usando le anfore sopratutto per trasportare una salsa di pesce chiamata garum.

RIproduzioni di imbarcazione romana da carico
Riproduzione di imbarcazione romana da carico


Uscendo dal corpo centrale dell’edificio e percorrendo un breve tratto esterno, si raggiungono le altre due ale del polo museale: il Museo della Civiltà Marinara delle Marche e il Museo Ittico
. L’esposizione riguardante la civiltà marinara è ricca di immagini, antiche carte, attrezzi da lavoro marinareschi e riproduzioni in scala di imbarcazioni tipiche del Mediterraneo. Un piccolo spaccato di passata quotidianità in una città di mare come San Benedetto del Tronto.

Il Museo Ittico “Augusto Capriotti” racchiude un’ampia collezione di flora e fauna marina proveniente non solo dall’Adriatico, ma da tutti i mari del mondo
. Il nucleo primitivo di questa raccolta la si deve al prof. Augusto Capriotti (1920-1970), ricercatore in microbiologia di fama internazionale.

Il Museo del Mare di San Benedetto del Tronto si trova in Via Colombo, 92 “Zona Porto” ed è possibile contattare la sede per informazioni e orari al numero (+39) 0735 592177 oppure visitare il sito http://www.comunesbt.it, http://www.museodelleanfore.it, http://www.museoitticocapriotti.com.

Il Museo archeologico di Monte Rinaldo

Aperto nel 2008, il piccolo Museo Civico Archeologico di Monte Rinaldo contiene una raccolta di reperti provenienti dal sito archeologico in località “La Cuma”.

Sede del Museo archeologico di Monte Rinaldo
Sede del Museo archeologico di Monte Rinaldo

L’ex Chiesa del SS. Crocifisso, in via Crocifisso snc, poco distante dal centro storico, è stata scelta come location ideale per i reperti archeologici in quanto la stessa chiesa fu edificata con materiali di riutilizzo provenienti dal sito archeologico.

In apposite teche sono esposte le lastre in terracotta che ricoprivano le travi lignee del tempio (appartenenti a diverse fasi cronologiche del sito di Monte Rinaldo), le antefisse del tetto con la rappresentazione della Potnia Theròn (la “Signora degli animali”), i materiali del frontone, con la testa di un giovane Ercole e altri frammenti di teste e panneggi. Inoltre, vi sono alcuni degli antichi ex voto anatomici raffiguranti animali e figure femminili, che i pellegrini portavano qui in offerta alla divinità, per ingraziarsi il favore di una sanatio.

Utilissimo a scopo didattico è anche il plastico qui esposto con una verosimile ricostruzione del santuario.

Il costo dell’ingresso al museo è attualmente di 3,00 euro e comprende anche la visita guidata al sito archeologico “La Cuma” di Monte Rinaldo. Per informazioni sugli orari di apertura o per prenotare una visita all’area archeologica di Monte Rinaldo, consigliamo sempre di contattare anticipatamente il Comune allo 0734 777121, oppure la D&P-Turismo e Cultura 347 2892519, o di visitare il sito www.monterinaldo.135.it per consultare gli orari aggiornati.

Bibliografia essenziale:

Annibaldi G., Monterinaldo, in “Enciclopedia Arte Antica”, Supplemento, Roma 1973.
Ciuccarelli M.R., Il santuario di Monte Rinaldo (Ascoli Piceno) e il suo territorio, Pisa 1999
Catani E., Il Santuario Ellenistico Romano presso Monterinaldo: Un’emergenza archeologica e monumentale dell’Ascolano, in “Il Piceno in età romana dalla sottomissione a Roma alla fine del mondo antico”, Atti del 3° Seminario di Studi per personale direttivo e docente della scuola (Cupra Marittima, 1991), Cupra Marittima 1992.
Sisani S., Umbria Marche, Guide archeologiche Laterza, Roma-Bari 2006.

Il santuario ellenistico-romano di Monte Rinaldo

Nell’entroterra della provincia di Fermo si trova il comune di Monte Rinaldo, un piccolo paese dell’alta valle del fiume Aso, che custodisce nel suo ameno territorio uno dei siti archeologici più affascinanti delle Marche e del Piceno: un santuario ellenistico-romano.

Tra il 1958 e il 1963, a seguito di alcuni lavori agricoli, sono venuti alla luce i primi rinvenimenti archeologici, che hanno dato il via ad una serie di interventi di indagine, a tutt’oggi non ancora terminati. A seguito degli scavi, nel corso degli anni ‘60, le colonne del porticato sono state fatte oggetto di anastilosi, cioè sono state reinnalzate, restituendo in parte l’aspetto monumentale che il sito doveva avere anticamente.


Il santuario si trova sul pendio della collina che porta al centro cittadino, in una località chiamata già “La Cuma”
. Nonostante l’etimologia del nome “Cuma” abbia fatto pensare ad evocativi contatti con l’omonima città della Campania sede della celebre Sibilla, in realtà il termine si riferisce alla morfologia del territorio: infatti, nei testi medioevali latini la parola cuma indica un terreno in pendio, che digrada a fondo valle, proprio come quello dove si trova il sito archeologico di Monte Rinaldo.

Il portico del santuario di Monterinaldo
Il portico del santuario di Monterinaldo

Il santuario sorgeva su un ampio terrazzamento artificiale, sostenuto dall’imponente muro di fondo del porticato settentrionale, lungo 63,50 metri. Davanti all’imponente muro si sviluppava il portico, costituito da due file di colonne (porticus duplex), una di ordine tuscanico, l’altra di ordine dorico: insieme creavano il perfetto sfondo scenografico dell’area sacra.

Di fronte al porticato, si trovava il tempio, oggi visibile solo a livello delle fondamenta. Le strutture sono state interpretate come l’alzato della cella del tempio, con due alae laterali, o come i muri divisori di tre celle sul modello del tempio capitolino di Roma.

L’ingresso doveva trovarsi sul lato meridionale, dove si trova l’attuale ingresso al sito archeologico. Recenti indagini hanno portato alla luce le fondazioni di un’ala del porticato ad Est, che doveva chiudere il complesso da quel lato, così come si può supporre accadesse ad Ovest del tempio. Nelle immediate vicinanze, vi sono altre strutture murarie, a suddividere cinque piccoli ambienti, collegati ad un pozzo (ora non più visibile) tra il porticato Nord e il podio.

I reperti più antichi, come gli ex voto anatomici, sembrano testimoniare l’esistenza del sito già a partire dal III secolo a.C., ma la reale monumentalizzazione del santuario si ha a partire dalla metà del II a.C. fino al I a.C.: proprio in quel periodo il territorio Piceno entrava nell’orbita di conquista di Roma a seguito della battaglia di Sentino.

Il santuario perse gradualmente importanza a partire dal II d.C. fino al completo abbandono nel III d.C., a seguito di frane e smottamenti, che ne compromisero l’utilizzo. Il materiale di recupero fu dapprima utilizzato per la costruzione di una domus romana non distante dal sito. Successivamente, altri materiali furono riutilizzati per alcune costruzioni di Monte Rinaldo, come ad esempio l’ex chiesa del SS. Crocifisso, oggi Museo Civico Archeologico.

Il quesito più grande cui gli studiosi non sono riusciti (ancora) a dare una risposta soddisfacente, è a chi fosse dedicato il tempio. Le ipotesi più accreditate volgono lo sguardo verso Artemide o Giove, anche sulla base dei materiali ritrovati. Altri hanno parlato di una dedica alla dea Cupra, l’unica divinità picena di cui ci sia giunta notizia; ma l’accostamento, seppur suggestivo, non ha trovato dati di conferma.

L’unico elemento sicuro è che vi fosse un culto correlato all’acqua, elemento fondamentale in una società agricola. I pozzi e le canalizzazioni ritrovati provano che vi fosse una sorgente, ritenuta probabilmente curativa: i pellegrini del santuario venivano qui a lasciare i loro ex voto anatomici (e non solo) per chiedere alla divinità protettrice una sanatio, cioè la guarigione di una o più parti del corpo affette da una patologia.

La tipologia del santuario di Monte Rinaldo rientra nella serie di templi porticati tardo-ellenistici, costruiti in ambito extra-urbano, in zone considerate di confine, con funzione di demarcazione sacrale. Solo nell’Italia centrale sono numerosi gli esempi che attestano tale modello architettonico: il santuario di Giunone a Gabii, quello di Ercole Vincitore a Tivoli, quello di Esculapio a Fregellae e il santuario del Sannio di Pietrabbondante.

Il santuario di Monte Rinaldo, tra il mare Adriatico e i monti Sibillini, nel bel mezzo delle valli del fiume Aso e dell’Ete, non lontano dall’itinerario dell’antica via Salaria Gallica, è un fulgente esempio del fenomeno storico di “romanizzazione” nel Piceno, in cui le tradizioni italiche e il sincretismo romano hanno trovato una maestosa simbiosi.

Plastico tridimensionale del sito
Plastico tridimensionale del sito

Oggi l’area archeologica “La Cuma” di Monte Rinaldo fa parte del TAU (Teatri Antichi Uniti delle Marche): in estate funge da sfondo scenico per spettacoli teatrali e culturali unici per atmosfera.

Infine, suggeriamo la visione di un interessante videoclip, presente online su YouTube, della British Pathè, leggendaria agenzia britannica di cinegiornali storici, in cui si documenta l’inizio dello scavo in quella che oggi è l’Area Archeologica “La Cuma” di Monte Rinaldo (segui il link per visualizzare il video: https://m.youtube.com/watch?v=bzLP6jkZcVo).

Bibliografia essenziale:
Annibaldi G., Monterinaldo, in “Enciclopedia Arte Antica”, Supplemento, Roma 1973
Ciuccarelli M.R., Il santuario di Monte Rinaldo (Ascoli Piceno) e il suo territorio, Pisa 1999
Catani E., Il Santuario Ellenistico Romano presso Monterinaldo: Un’emergenza archeologica e monumentale dell’Ascolano, in “Il Piceno in età romana dalla sottomissione a Roma alla fine del mondo antico”, Atti del 3° Seminario di Studi per personale direttivo e docente della scuola (Cupra Marittima, 1991), Cupra Marittima 1992
Sisani S., Umbria Marche, Guide archeologiche Laterza, Roma-Bari 2006

Il Fermano

In passato  per Fermano si indicarono due realtà territoriali analoghe, a seconda delle vicissitudini storico-politiche che unirono le due principali città, Fermo ed Ascoli, in un comune destino. Fermano fu  a volte sinonimo di Piceno, ma più spesso ne indicò una porzione, generalmente coincidente con le attuali Marche meridionali.

Un documento del 983 d. C. attesta per la prima volte l’esistenza della  Marca Fermana (Marchia Firmana), che fu una parte del Ducato Longobardo di Spoleto. Il suo territorio era compreso tra il fiume Musone ad nord e il Sangro a sud e comprendeva i Comitati di Camerino, Ascoli Piceno, le zone di Chieti e Teramo. In seguito alle complesse vicende storiche che videro antagonisti il papa e il re dei Normanni, la Marca Fermana si ridusse alla sola area delle Marche meridionali: nel 1080 il fiume Tronto fu preso come confine naturale tra lo Stato della Chiesa e il regno normanno.

Vista su Petritoli (FM)
Vista su Petritoli (FM)

Nel XIV secolo lo Stato Pontificio annetté completamente la Marca Fermana, che rimase assoggettata a Roma fino all’Unità d’Italia. Nel 1860, Fermo ed il suo territorio entrarono a far parte della provincia di Ascoli Piceno, non senza proteste: i fermani rivendicarono a lungo il loro diritto di trasferire nella loro città il capuologo di provincia. Ciò è avvenuto con la costituzione della provincia di Fermo nel 2009, che per la prima nella storia ha separato politicamente i due territori. Oggi, dunque, per “Fermano” si intende il territorio compreso da tutti i comuni che ne fanno parte. Provincia di Fermo

Quella temeraria scalata al cielo: la Casa Museo Osvaldo Licini

Nel piccolo castello di Monte Vidon Corrado, incastonato come una pietra preziosa nella bella campagna marchigiana, si trova uno di quei luoghi che non t’aspetteresti di trovare in un paese quasi sperduto fra i colli: la Casa Museo Osvaldo Licini.

Tutti conoscono, anche solo di nome, il grande pittore montevidonese, ma pochi ancora sanno che la casa, in cui visse dal 1926 fino alla morte, è diventata un museo.

Dopo un’attenta ristrutturazione dell’immobile, per opera dell’architetto Manuela Vitali, la casa è stata destinata a museo e restituita alla collettività. Tutti gli ambienti sono stati ricomposti con gli arredi e gli oggetti originali, generosamente donati da Caterina Celi Hellostroem, figlia adottiva della moglie dell’artista.

La casa di Licini è una veneranda dimora padronale del Settecento, disposta su tre livelli. Al seminterrato si trova la cantina, interamente in laterizio a vista: qui il Maestro preparava personalmente i colori e teneva riunioni segrete con i compagni di partito, durante il periodo in cui fu sindaco di Monte Vidon Corrado. Qui si trova la grande vasca per la preparazione del vino cotto e, appeso alla parete, un cerchio di botte in cui il pittore aveva inserito un crocifisso.

Al piano terra vi sono la cucina ed il salone, con un arredamento dal gusto tipicamente nord europeo. Parte degli arredi, infatti, furono acquistati in Svezia e, come sappiamo dai documenti della dogana, arrivarono nel porto di Ancona nel 1932.

Nel salone si possono ammirare due opere originali: il Ritratto della madre (1922) e Paesaggio, entrambe del periodo figurativo di Licini.

Dal piano terra, attraverso un’ampia scala si sale al primo piano. Da notare il soffitto dipinto dal pittore stesso di azzurro e grigio, per coprire alcune crepe formatesi in seguito al terrremoto del 3 ottobre 1943.

Arrivati al piano superiore, si trovano le camere e lo studio dell’artista. Nella camera matrimoniale, sulla parete cui è addossato il letto un’altra pittura parietale di Licini fa da testiera: si tratta dell’Archipittura in stile costruttivista, un disegno geometrico su fondo nero basato sulla forma triangolare, al cui centro si trova un quadro della Madonna. Colpisce davvero molto la modernità di questa scelta di design e di colore per l’epoca originalissima.

Veniamo ora al Sancta Sanctorum della casa: il luminoso studio, in cui l’artista soleva lavorare indisturbato. Tutto è stato riposizionato come quando era vivo: la scrivania incrostata di colori vicino alla finestra, i manifesti delle mostre alla parete, la branda dove l’artista dipingeva semi-sdraiato per non stancare la gamba ferita durante la Prima guerra mondiale. Nelle mensole della parete sono stati persino riposizionati i pennelli, le tavolozze e i colori, ritrovati in cantina.

Gli anziani del paese raccontano che lo studio era invaso da una buona dose di “disordine d’artista”: libri e carte d’ogni genere invadevano ogni angolo del pavimento. Naturalmente, i libri oggi non ci sono più, ma la presenza del pittore è ancora, in qualche modo, tangibile: quell’uomo così carismatico, così forte, pieno di vita, sembra ancora abitare quei luoghi.

Al termine della visita è come se lo si conoscesse da sempre: si scendono le scale e si è un po’ malinconici, quasi che si volesse rimanere ancora un po’, per rivivere quell’atmosfera “ribelle” di un’artista, che alla “festa mobile” di Parigi preferì il ritiro pacato di Monte Vidon Corrado.

Il Piceno

Piceno (Picenum) è il nome che i Romani diedero alla loro Quinta Regio, desumendone il nome dal popolo dei Piceni, che abitavano questa terra già dall’XI secolo a. C.

Centro storico di Montedinove
Centro storico di Montedinove (AP)

L’antico Piceno abbracciava grossomodo le Marche meridionali, l’attuale provincia di Teramo e una parte dell’attuale provincia di Pescara. I suoi confini naturali erano: il fiume Esino a nord, l’Appennino ad Ovest, il fiume Saline a sud e il mar Adriatico ad est.

Oggi si è soliti riferirsi al Piceno, intendendo la sola provincia di Ascoli Piceno.

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Le Marche

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Il Monte Conero, uno dei luoghi simbolo delle Marche

Le Marche sono una regione dell’Italia centrale, situata lungo la costa adriatica. Essa è suddivisa in cinque province: Pesaro-Urbino, Ancona, Macerata, Fermo e Ascoli Piceno.

Già a partire dall’Età del Ferro, questa terra fu abitata da una miriade di popoli : Piceni, Siculi, Umbri e Galli. Anche nei secoli successivi, restò una terra variopinta, suddivisa in Stati più o meno estesi, più o meno duraturi. Non a caso, dopo essere stata nominata Picenum dai Romani, assunse durante il Medioevo il nome di Marche, proprio al plurale. In epoca feudale, infatti, la marca indicava un territorio di confine e le Marche lo furono di diritto, prima del Sacro Romano Impero, poi dello Stato Pontificio.

Le Marche restano un regione al plurale ancora oggi, un Arlecchino di città, di borghi, di dialetti e di paesaggi! Dai suoi colli, lo sguardo spazia dal mare Adriatico ai monti Appennini, in un paesaggio dolce e ondulato, che sembra più frutto di un sogno, che della realtà.

Le Marche in Europa

Una terra, un vino, un popolo. Le origini della viticoltura nel Piceno (parte seconda)

Veniamo dunque al Piceno. Sempre nell’VIII secolo a.C., sul versante Adriatico fra Marche e Abruzzo, i Piceni hanno avviato la produzione e commercializzazione del vino, allevando vitigni selvatici. A Matelica, negli scavi di Villa Clara, gli archeologi hanno ritrovato tracce di circa duecento vinaccioli, nella tomba di un ricco principe piceno vissuto nel VII secolo a.C.

Verosimilmente, la vicinanza geografica con gli Etruschi ha influenzato profondamente la viticoltura dei Piceni, sia per le tecniche che per l‘adozione di vitigni non selvatici. I Piceni praticavano probabilmente una viticultura a paletto, che doveva essere maggiormente diffusa nella regione compresa fra il fiume Metauro (a nord) e il fiume Tronto (a sud). Non sembra essere un caso che questa stessa area corrisponda, grosso modo, all’area di produzione del Rosso Piceno (o Piceno). Quest’area coincide anche con quella che a livello di dati archeologici ci ha restituito più reperti, attestando una frequentazione picena pressoché continuativa a partire dal IX a.C. Nella cartina sottostante, possiamo vedere la suddivisione della regione Marche per aree di produzione vinicola ed i siti di rilevanza archeologica. Abbiamo segnato con dei puntini i siti di maggiore interesse, con le testimonianze archeologiche picene certe. Oggi, l’area di produzione del Rosso Piceno è stata stabilita per legge dal Disciplinare di produzione dei vini a Denominazione di Origine Controllata (DPR 11.08.1968 G.U. 245 – 26.09.1968). In particolare, troviamo la maggiore espressione del vino Piceno tra le province di Ascoli Piceno e Fermo.

Nella vasta area marchigiana di coltivazione della vite vi è una zona più ristretta, che presenta delle differenze non solo a livello culturale, storico e archeologico, ma anche a livello di tecnica colturale. In una porzione dell’attuale provincia di Ancona, il vino che secondo il Disciplinare odierno si produce è diverso dal Rosso Piceno ed è denominato Rosso Conero. L’area del Rosso Conero, che appare come una sorta di “enclave vitivinicola” nelle terre del Rosso Piceno, è la stessa area che fu sotto il diretto influsso dei coloni greci di Ancona.
L’emporion di Ankòn, fondato nel 387 a.C. da esuli siracusani di stirpe dorica, influenzò non solo i commerci del Piceno verso l’esterno, ma anche il territorio dell’entroterra marchigiano: i coloni magno-greci importarono in quest’area la tecnica “ad alberello”, che ancora oggi caratterizza una parte della produzione del Rosso Conero (si veda ad esempio la cantina Umani Ronchi nell’osimano). Va ricordato, poi, che tale forma di coltivazione è ancora largamente praticata nelle isole greche, fatto che testimonia una profonda continuità storica.

Si può ipotizzare che le cultivar più utilizzate in queste zone fossero le stesse che sono utilizzate ancora oggi per la produzione dei vini rossi, quali il vitigno autoctono del Montepulciano e il Sangiovese (la cui origine è ancora molto dibattuta). I vini di Ancona dovevano indubbiamente essere di assoluto pregio: l’infaticabile Plinio il Vecchio, sempre nella sua Naturalis Historia, non lesinò sugli elogi tributati al vino “Pretoriano” del versante adriatico. Anche il celeberrimo cuoco Marco Gavio Apicio parlò nelle sue ricette del vino di Ancona (anconetanum).

Mappa vino e arche
Mappa della regione Marche con aree di produzioni vitivinicole DOC e DOCG e siti dei ritrovamenti archeologici piceni.

In Italia, i coloni greci riuscirono a trasformare il vino da semplice prodotto alimentare a merce di scambio, diffondendo anche il culto di Dioniso, il dio del vino e dell’ebbrezza. Gli stessi Etruschi ebbero una divinità omologa, Fufluns e, come i Greci, svilupparono un proprio rituale legato al vino. Potremmo, perciò, ipotizzare che anche i Piceni imitarono i loro vicini, imparando a sfruttare l’enorme potenziale vitivinicolo e commerciale delle loro terre. Verosimilmente, aspetti sociali ed economici assunsero una valenza cultuale, come può desumersi dalle forme ceramiche tipiche esclusive di quest’area.

(Clicca qui per leggere la prima parte)

Bibliografia essenziale:
AA. VV., Il vino in Italia, Milano 2015
Blakeway A., Prolegomena to the Study of Greek Commerce with Italy, Sicily and France in the Eight and Seventh Centuries, in «The Annual of British School of Athens», 33, pp. 170-208
Bianchi Bandinelli R., Torelli M., L’arte dell’antichità classica, Torino, 2010
Buono R., Vallariello G., Introduzione e diffusione della vite (Vitis vinifera L.) in Italia, in “Delpinoa”44, 2002, pp. 39-51
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Una terra, un vino, un popolo. Le origini della viticoltura nel Piceno (parte prima)

Il vino è una bevanda essenziale nella nostra cultura e da sempre ha rivestito un’importanza centrale. Ancora nel mondo contadino fino a pochi decenni fa, la vendemmia costituiva un rito, nel quale confluiva una complessa e profonda simbologia. Cerchiamo di ripercorrere le origini della viticoltura nella nostra terra: il Piceno.

Il vino è ed è stato uno dei simboli sociali più importanti per la storia dei popoli del Mediterraneo. Gli archeologi hanno datato addirittura al 5100 a.C. il primo rinvenimento di una giara, contenente i resti di una bevanda che può essere considerata l’antenata del nostro vino.

Tracce di proto-stabilimenti vinicoli sono attestate in Armenia, nella città di Areni, ed in Turchia, alle pendici del Tauros. Da queste aree, la coltivazione della vite si è verosimilmente diffusa in tutto il Medio Oriente: il Monte Ararat, la Mesopotamia e l’Egitto sono le prime regioni dove la vite è stata allevata per la produzione della preziosa bevanda. Non è un caso che nell’epopea sumera di Gilgamesh (Tavola IX), nella Bibbia (Genesi 9, 20-27) e nel mito egiziano di Osiride, la vendemmia costituisca un tema rilevante.

Andando avanti nel tempo, la viticoltura è stata esportata in tutto il Mediterraneo, grazie a popoli dediti al commercio e alla navigazione: i Micenei l’hanno importata in Grecia, i Fenici nelle colonie. Ciò è accaduto grosso modo fra la seconda metà del II millennio a.C. e l’inizio del I millennio a.C.

Il poeta greco Esiodo (VIII secolo a. C.) ci ha lasciato una descrizione molto precisa d’una tecnica di allevamento e vinificazione:

«Quando poi Orione e Sirio sono giunti a mezzo del cielo, e Aurora dalle dita di rosa riesce a vedere Arturo, allora, o Perse, raccogli tutti i grappoli d’uva e portali a casa; esponili al sole per dieci giorni e dieci notti; quindi per cinque giorni lasciali all’ombra, ed al sesto versa nei recipienti il dono di Dioniso ricco di letizie» (Le opere e i giorni, vv. 609-617).

In particolare, in questo passo Esiodo si riferisce ad una tecnica di vinificazione tipica della Beozia, che ricorda molto da vicino la produzione dell’odierno passito.

Il vino ha ricoperto un ruolo così centrale nella cultura dell’antica Grecia che anche gli ecisti (i capi scelti per le spedizioni delle colonizzazioni) portavano dalla madrepatria tralci di uva da impiantare nelle nuove colonie. Così, attorno all’VIII secolo a. C., i Greci importarono anche in Italia i loro vitigni. I Greci utilizzavano un tipo di coltivazione detta “ad alberello”: senza sostegni o con paletti semplici. Nell’Antichità, tale tecnica è descritta accuratamente da Plinio il Vecchio nella sua Naturalis Historia (I secolo a.C.).

La viticoltura italica di matrice greca è attestata figurativamente nella produzione di ceramiche decorate, che intorno al VI secolo a. C. prendono forme e nomi sempre più specifici, in relazione alla loro funzione. È interessante notare che gli storici dell’antica Grecia per lungo tempo hanno chiamato l’Italia con il nome di Enotria, ovvero la terra abitata dagli Enotri”, popolo del Sud Italia così chiamato in onore del loro capostipite: Enotro. Il nome Enotro deriverebbe, a sua volta, dal termine greco oinotron, cioè “palo da vigna”. Ciò confermerebbe il fatto che le popolazioni italiche possedessero una tecnica autoctona di viticoltura (con sostegno), ben diffusa nell’Italia meridionale. Il sostegno poteva essere costituito da un palo o dal tronco di un’altra specie arborea, come l’olmo o il leccio: si parla in tal caso di vite maritata.  L’uso del palo in vigna caratterizzerebbe tutti i popoli italici preromani, a differenza dei Greci.

Hydria Ricci
Scena di viticoltura: particolare dell’hydria Ricci (VII sec. a. C.), conservata a Roma nel Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia.

In Italia, prima dell’arrivo dei Greci, la vite era già coltivata, anche se solo nella sua specie selvatica. Sin dall’VIII a.C., nella Valdarno, gli Etruschi si servivano del frutto della vitis vinifera sylvestris, cioè la forma selvatica della vitis vinifera sativa, diffusasi attraverso la mediazione greca. Ben presto gli Etruschi si resero conto che l’addomesticamento della vite era essenziale per migliorare la resa della pianta. Per tale motivo, ne adottarono la coltivazione, attraverso tecniche più adatte ai loro climi e alle loro terre. Così, mentre nella Magna Grecia i coloni diffondevano la viticoltura ad alberello, nell’Italia centro-settentrionale gli Etruschi sviluppavano la viticoltura con sostegno. All’area della loro massima espansione coincide la diffusione della coltivazione della vite a sostegno vivo, sia in Campania che nell’Italia centro-settentrionale.

Molti studiosi hanno parlato di una sorta di “frontiera nascosta” in Campania, tra gli Etruschi di Capua e i Calcidesi di Cuma, che potrebbe essere geograficamente identificata con il corso del fiume Sele.

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