La battaglia di Sentino, un conflitto multietnico nell’Italia del IV secolo a.C.

Resta d’attualità parlare della struttura multietnica dell’Italia di ieri, in un’epoca – oggi – in cui il diverso non dovrebbe fare più paura.

Alla metà del IV secolo a. C., da nord a sud lo Stivale era una variopinta fantasia di popolazioni ed etnie.

I Liguri erano stanziati nell’attuale Liguria, nelle Alpi Apuane e in buona parte del Piemonte. Gli Etruschi abitavano l’attuale Toscana e alto Lazio; le tribù galliche occupavano la Pianura Padana fino alle Marche settentrionali.
Sull’Appennino, dal Centro al Sud, convivevano più o meno pacificamente Umbri, Marsi, Peligni, Sanniti e Campani. Sulle coste dell’Adriatico centrale abitavano Piceni, Pretuzi, Frentani, Vestini e Marruccini. Più a sud, nell’attuale Puglia, si trovavano gli Iapigi.
Lungo le coste siciliane e sarde vi erano insediamenti cartaginesi e i Sardi, per ripararsi dalle scorribande dei Popoli del mare, vivevano nel cuore della Sardegna. Da Ancona a Reggio Calabria, infine, vi erano numerosi insediamenti greci, alcuni dei quali molto fiorenti, come Taranto e Siracusa.

Roma, in questa Babele di tribù e gruppi etnici, cresceva rapidamente: a seguito della conquista di Veio e della supremazia sulle altre città latine, iniziava a destare la preoccupazione di Sabini, Ernici, Aurunci, Equi e Volsci.
I Romani, infatti, assieme ai Sanniti, erano il gruppo etnico militarmente più potente. Fra i due ben presto cominciò a soffiare un vento caldo d’ostilità. Difficile ricostruire dal punto di vista storiografico il complesso quadro dello scontro fra i due, perché troppo lacunose e ambigue sono le testimonianze che ci sono state tramandate dagli storici. Quello che è certo è che i due popoli stipularono un accordo nel 354 a.C.: il fiume Liri era riconosciuto come confine naturale fra i rispettivi territori.

La pace, però, non poteva durare a lungo: i Romani, accerchiati da popoli stranieri si sentivano minacciati, tanto più che Etruschi, Galli, Umbri, Sabini e Sanniti decisero di allearsi in una Lega.

Roma rispose alla provocazione cercando alleanze presso alcuni popoli che vivevano lungo la costa adriatica: Peligni, Maruccini,  Frentani e Piceni (quest’ultimi preoccupati della discesa dei Galli). L’idea centrale della strategia romana era contro-accerchiare i Sanniti.
Il pretesto per la ripresa delle ostilità arrivò nel 350 a. C.: i Sanniti attaccarono i Campani, i quali chiesero aiuti militari ai Romani. La guerra che ne scaturì terminò due anni dopo, con il ristabilimento del precedente trattato.

Poi le ostilità fra Romani e Sanniti ripresero nel 341 e si protrassero fino al 304: guerra fatta di alleanze con città ostili agli uni o agli altri. Alcune città si spaccarono politicamente a metà, fra fazioni filoromane e fazioni filosannite. Napoli fu il caso più emblematico: la componente greca era apertamente filoromana, quella osca filosannita.

Ancora una volta le ostilità finirono con un trattato politico che non portò nessun risultato stabile.

Nel 302 a. C., dopo essersi alleati con i Lucani (“imparentati” con i Sanniti), i Romani invasero il territorio etrusco. Erano preoccupati dal fatto che popoli tradizionalmente invisi gli uni agli altri –  come Sanniti, Galli, Etruschi e Umbri – si alleassero contro un nemico comune. La Lega anti-romana avrebbe potuto coinvolgere alla lunga anche popoli che si erano mantenuti sostanzialmente neutrali o non ostili come, ad esempio, i Piceni.
L’esercito romano, dunque, si mise in movimento: al comando Quinto Fabio Massimo Rulliano, console della prima e della terza legione, e Publio Decio Mure in testa alla quarta e alla sesta. Completavano l’esercito un contingente di alleati latini e un contingente di cavalieri. Fra questi ultimi  vi erano anche un migliaio di uomini inviati dalla Lega Campana, i quali erano probabilmente fra i migliori guerrieri della Penisola.

Non è facile ricostruire con esattezza quali furono le operazioni che precedettero lo scontro diretto fra esercito romano ed esercito nemico.

Livio riferisce che le operazioni militari precedenti alla battaglia si svolsero a Camars, l’attuale Chiusi (vd. Tito Livio, Ab Urbe condita, l, X): l’esercito romano si raccolse ad Aharna (Civitella d’Arno), a 10 km da Perugia.

Un’ipotesi è che da qui si mise in cammino verso Gubbio, seguendo l’attuale percorso della linea ferroviaria Fabriano-Sassoferrato, più facile anche da tenere sotto controllo. Poi, forse, da Gubbio l’esercito romano raggiunse il valico del Passo della Scheggia: percorso impervio, ma i Romani già si erano abituati da tempo alle guerre di montagna.

I Sanniti, secondo l’ipotesi più credibile, si mossero verso l’Etruria attraverso i territori degli alleati (Sabini ed Umbri). Unitisi agli Etruschi, proseguirono verso nord per unirsi agli alleati Galli nei pressi di Sentino.

Il probabile percorso dei due eserciti nemici
Battaglia di Sentino: l’itinerario dei due eserciti nemici

Il teatro dell’epico scontro fu Sentinum, nel 295 a. C. L’identificazione più verosimile del luogo esatto si troverebbe nei pressi di Sassoferrato, benché a tutt’oggi manchino ancora le evidenze archeologiche a fugare ogni dubbio.

I due eserciti si trovarono faccia a faccia: i Romani da una parte, i Sanniti e i Galli dall’altra.

Il console romano Rulliano con le sue legioni fronteggiò lo schieramento dei Sanniti, cercando di restare sulla difensiva con il lancio di giavellotti dalla lunga distanza.
Mure, l’altro console, incalzò da subito l’esercito dei Galli: mossa azzardata, dato che questi erano guerrieri molto irruenti. Mure, però, era consapevole che i Galli avevano un enorme punto debole: come riporta Livio, erano poco avvezzi a sopportare il caldo.

L’esercito romano fu spiazzato da una novità che i Galli avevano serbato per coglierli di sorpresa: i carri da guerra. La cavalleria romana andò in confusione: molti cavalieri furono disarcionati, altri batterono in ritirata investendo la fanteria amica.
La battaglia non volgeva al meglio per i Romani. Fu allora che Decio Mure decise di compiere uno dei gesti più eroici che un condottiero romano potesse compiere: il rito della devotio. Mure si sacrificò votandosi alla divinità per la distruzione dell’esercito nemico.
Tale gesto ebbe un effetto galvanizzante sul morale dei combattenti: i Romani riuscirono a ricompattare le fila e Rulliano inviò un contingente di rinforzi. I Romani cominciarono a bersagliare i Galli con una pioggia battente di giavellotti che, conficcandosi negli scudi, destabilizzavano l’equilibrio dei fanti.

Nel frattempo, Rulliano ordinò alla fanteria di portarsi sul fianco dell’esercito sannita, ormai stanco, e di avanzare a passo. Compreso che la resistenza dei Sanniti era stata vinta, ordinò a fanteria e cavalleria la carica.
A quel punto i superstiti Sanniti persero il controllo e batterono in ritirata dal campo di battaglia, mentre Rulliano ordinava alla cavalleria di accerchiare completamente i Galli.
Dopo l’accerchiamento, il console romano fece inseguire i Sanniti fino all’accampamento che fu facilmente espugnato: la maggior parte dei soldati sanniti, infatti, si era ammassata lungo il fossato dell’accampamento, non avendo avuto il tempo di rifugiarsi dentro la palizzata.

Fu una strage: Galli e Sanniti persero probabilmente 25000 uomini, a cui vanno aggiunti 8000 prigionieri. I Romani, invece, persero circa 8700 uomini. Per Roma fu una vittoria straordinaria: i resti dei nemici furono bruciati in onore di Giove Vincitore.

Dopo la battaglia di Sentino la guerra si spostò nel Sannio, teatro di combattimenti per altri cinque anni. Nel 294 a. C., i Romani vinsero i Marsi e conquistarono l’Italia centrale. Gli Umbri furono sconfitti come anche molte città etrusche: Arezzo, Cortona e Perugia furono costrette a sottoscrivere trattati quarantennali.

Testardi fino alla fine, i Sanniti fecero un ultimo, estremo, tentativo di vincere i Romani alleandosi con Pirro nelle guerre tarantine (282-272 a. C.). Pirro, condottiero mediocre, fu sconfitto. Fu così che Roma acquisì il pieno controllo dell’Italia Meridionale: le ricche città greche divennero civitates foederatae.

I Piceni, che fino a quel momento sembravano essere restati a guardare, furono accusati di essersi alleati con Pirro e di aver tradito i patti stabiliti con Roma. Furono invasi e sconfitti nella stessa Ascoli Piceno nel 268 a.C., ultimo popolo del Centro Italia ad essere sottomesso dall’esercito romano.

I popoli italici, fra cui Piceni, Etruschi, Sabini, Umbri, furono sottomessi e assimilati in quel lungo processo sincretico che prende il nome di “romanizzazione” e che porterà alla nascita dell’Italia: un processo di assorbimento e fusione di molteplici culture, lingue, culti e riti.

L’Italia ancora oggi pare essere un crogiuolo di popoli: la nostra speranza, al di là dei naturali problemi socio-politici che l’immigrazione può comportare, è che la nostra cultura, la nostra lingua e la nostra storia millenaria riescano ad unire popoli diversi fra.

Vi invitiamo a consultare il seguente link sulla rievocazione storica della battaglia di Sentino, tenutasi a luglio (2016): sentino.adpvgnamparati.eu.

Bibliografia
Tito Livio, Ab Urbe condita libri;
Guerre Sannitiche, voce di Wikipedia, link consultato il 26 dicembre 2016: http://www.treccani.it/enciclopedia/guerre-sannitiche_(Dizionario-di-Storia)/ ;
Astracedi M. e Barlozzetti U., Sentinum 295 a.C. La battaglia delle nazioni, Soprintendenza per i beni archeologici delle Marche, 2006;
Antonelli L., I Piceni: corpus delle fonti. La documentazione letteraria, Roma, 2003.

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