Le Marche di Guido Piovene

Guido Piovene, giornalista e scrittore italiano, vissuto tra il 1907 e il 1974, è celebre per aver scritto Viaggio in Italia, una straordinaria guida letteraria del nostro Bel Paese. Il libro fu il frutto di un reportage che la RAI gli commissionò per un ciclo di trasmissioni radiofoniche, andate in onda tra il 1953 e il 1956. Nonostante siano passati più di cinquant’anni, lo sguardo attento, quasi profetico, dell’autore e la sua maestria letteraria ne fanno un’opera ancora attuale.

Leggere un libro di questo tipo oggi ha lo stesso significato della lettura delle Periegesi di Pausania o della Geografia di Strabone: è uno studio del passato (in questo caso, il nostro passato), che ci fa notare cosa è cambiato e cosa no da quel momento e ci dà lo spunto per riflettere sul nostro presente.

Ritratto fotografico di Guido Piovene (fonte: Wikipedia).

Lo stesso Piovene, attraversando la nostra Penisola, fotografò un Paese in continuo movimento/cambiamento: “Mentre percorrevo l’Italia, e scrivevo dopo ogni tappa quello che avevo appena visto, la situazione mi cambiava in parte alle spalle… Industrie si chiudevano, altre si aprivano; decadevano prefetti e sindaci; nascevano nuove province”.

In questa sua fotografia, l’immagine delle Marche è pittoresca e ancora attuale e abbiamo voluto riproporla, perchè rileggerla dà piacere rileggere. Di seguito abbiamo trascritto quelle che per noi sono le parti salienti del capitolo che Piovene ha dedicato alle Marche: è curioso, per noi marchigiani, vedere come un vicentino abbia saputo cogliere con così tanto acume lo spirito della nostra terra.

Le Marche sono un plurale. Il nord ha tinta romagnola; l’influenza toscana ed umbra è manifesta lungo la dorsale appenninica; la provincia di Ascoli Piceno è un’anticamera dell’Abruzzo e della Sabina. Ancona, città marinara, fa parte per sé stessa. In uno spazio così breve, anche la lingua muta e ha impronte romagnole, toscane, umbre, abruzzesi, secondo i luoghi. Tanti diversi spiriti ed influenze, palesi anche nel paesaggio, sembrano distillarsi e compenetrarsi nel tratto più centrale, in cui sorgono Macerata, Recanati, Loreto, Camerino. Nessuna città marchigiana ha un vero predominio nella regione. Verso Bologna gravita il pesarese e parte dell’anconetano; il resto verso Roma, supremo miraggio per tutti.

Ma per quanto ne accolgano i riverberi, le Marche non somigliano veramente né alla Toscana né alla Romagna né all’Abruzzo né all’Umbria. […] Più ancora dell’Emilia e dello stesso Veneto, le Marche sono la regione dell’incontro con l’Adriatico. Questo piccolo mare qui si spiega più intimo, più libero e silenzioso, con i suoi colori strani, che lo fanno diverso da tutti i mari della terra. Parlo di certi verdi freddi, grigi traslucidi, azzurri striati di rosso, che ricordano i marmi pregiati e le pietre dure. A differenza del Tirreno, l’Adriatico ha colori rari ed eccentrici, il gusto dell’anomalia. Si direbbe che le acque si propongano di imitare materie preziose ed estranee. E la collina marchigiana, volgendosi verso l’interno,  è quasi un grande e naturale giardino all’italiana. […] E’ il prototipo del paesaggio idillico pastorale. […]

Se si volesse stabilire qual è il paesaggio italiano più tipico, bisognerebbe indicare le Marche, specie nel maceratese e ai suoi confini.

L’Italia nel suo insieme  una specie di prisma, nel quale sembrano riflettersi tutti i paesaggi del Terra, facendo atto di presenza in proporzioni moderate e armonizzandosi l’un l’altro.

L’Italia, con i suoi paesaggi, è un distillato del mondo. Le Marche dell’Italia.

Qui abbiamo l’esempio più integro di quel paesaggio medio, dolce, senza mollezza, equilibrato, moderato, quasi che l’uomo stesso ne avesse fornito il disegno. […]

E’ abitudine dei viaggiatori stranieri, cercando quale delle nostre regioni dia il senso peculiare del nostro Paese, indicare la Toscana e l’Umbria. Credo che questo accada perchè di solito le Marche sono fuori dai lori itinerari. Questa regione, infatti, non è conosciuta ai più per visione diretta in proporzione alla sua grande bellezza naturale e artistica. […]

Ma forse alla popolarità delle Marche nuoce anche l’assenza di quegli aspetti stravaganti, sorprendenti, eccitanti, che attirano le fantasie in cerca dello straordinario. Non si ritrova nelle Marche né il primitivo né l’estremamente moderno. Nulla di iperbolico. E’ una terra filtrata, civile, la più classica delle nostre terre. […]

Difficile trovare altrove una così esatta corrispondenza tra gli animi ed il paesaggio. Chi ne cerca le origini storiche ricorda che alla sua origine stanno due razze diverse: i Piceni e gli Umbri, che non riuscirono mai ad assorbirsi a vicenda. Altre influenze, come quella gallica e quella ellenica, gli passarono senza lasciare un’impronta precisa. E due volte le Marche furono sottomesse a lungo da Roma. La prima volta da Roma repubblicana, poi da Roma papale. […]

“Un viaggio nelle Marche, non frettoloso, porta a vedere meraviglie.”

Bibliografia essenziale:
Piovene G., Viaggio in Italia, Le Marche, Milano, 1957.

http://www.teche.rai.it/1956/01/viaggio-in-italia-le-marche/

I canti di questua

Suonatori (Fonte: ICCD, http://www.fotografia.iccd.beniculturali.it/index.php?r=collezioni/scheda&id=611559)
Suonatori (Fonte: ICCD, http://www.fotografia.iccd.beniculturali.it/index.php?r=collezioni/scheda&id=611559)

All’interno della sfera dei canti tradizionali  marchigiani, i cosiddetti canti di questua sono quasi ovunque presenti in modo costante. Anche in questo caso l’etimologia ci aiuta a capire il senso della parola: questua deriva dal latino quaerere, cioè chiedere, andare in cerca. Questi canti erano richieste di offerte eseguite da gruppi itineranti di musici e cantori, che attraversavano le campagne durante le festività agricole.

I canti di questua erano “eventi rituali strettamente connessi con lo svolgimento calendariale dell’anno agricolo”. Come gli antichissimi rituali dei salii erano collegati ai riti di passaggio dei giovani, così i canti di questua erano connessi al ciclo delle festività invernali e primaverili:

  • Capodanno-Epifania;
  • Pasquella (il 5 gennaio);
  • Sant’Antonio (il 16 gennaio);
  • Passione di San Giuseppe (17 marzo);
  • Scacciamarzo (31 marzo);
  • le due settimane che precedono la Settimana Santa, con i canti Alle anime sante del Purgatorio e de la Passione di Cristo.

Si possono inoltre annoverare tra i canti di questua anche canti per le festività agricole estive:

  • il Cantamaggio (tra il 30 aprile e il primo maggio);
  • il canto Alle anime sante del Purgatorio (Ferragosto).

Alcune di esse si ritrovano con costanza in tutte le zone delle Marche, in special modo nell’anconetano, nel maceratese, nel Fermano e nel Piceno.

Nell’antico calendario romano queste stesse date coincidevano grossomodo alle festività legate ai culti agrari, in stretta connessione alle feste del Sole, perlopiù celebrate nel periodo invernale/primaverile: citiamo, ad esempio, i Liberalia (17 marzo), in cui i sacerdoti salii danzavano in processione per le strade di Roma.

Il Cristianesimo è poi riuscito, con una puntuale operazione di sincretismo religioso, a sovrapporsi e a sostituirsi ai rituali e alle feste del calendario pagano. Le feste pagane,come dice il nome stesso, erano ben più radicate nei pagi, cioè nei villaggi, dove il ciclo della vita agreste rivestiva un ruolo importantissimo. Per questo motivo l’entroterra marchigiano, umbro, abruzzese e laziale hanno preservato a lungo tracce di questi rituali nelle tradizioni popolari.

Queste feste avevano una cadenza ben precisa proprio perché erano un modo di festeggiare l’allungarsi delle giornate, ricollegandosi appunto al culto del Sol Invictus, che via via fu sostituito poi dalla figura di Cristo con l’avvento della nuova religione cristiana.

I canti di questua seguivano un rituale schematico ben predefinito:

  • i questuanti si presentavano al vergaro/vergara;
  • chiedevano il permesso di cantare;
  • al canto e alla richiesta seguiva un’offerta, solitamente in natura;
  • se l’offerta veniva elargita seguiva un canto di ringraziamento;
  • se il vergaro rifiutava l’offerta, la famiglia veniva schernita a suon di stornelli scherzosi, come ad esempio: “E da tanto cantare poi non ci hai dato niente / guarda che bbella gente che Cristo fa campa’”;
  • in conclusione si eseguiva un saltarello, danzato dagli abitanti della casa.

Il gruppo dei questuanti, nelle Marche, era generalmente composto da un trio strumentale (organetto, cembalo e triangolo) con l’aggiunta delle voci maschili.

Bibliografia essenziale:
http://www.blogfoolk.com/2013/05/i-canti-rituali-di-questua-della.html
Leydi R., Mantovani S., Dizionario della Musica Popolare europea, Milano, 1970
Pietrucci G., Cultura Popolare Marchigiana, Canti e testi tradizionali raccolti in Vallesina, Jesi, 1985

Le origini del saltarello marchigiano

Il saltarello è un ballo tradizionale di corteggiamento del Centro Italia, diffuso in special modo nelle Marche, in Umbria, Lazio, Abruzzo e Molise. Sul finire del XVII secolo, il termine “saltarello” si è diffuso anche nelle regioni centro-settentrionali (Emilia Romagna, Veneto, Toscana), benché in realtà non indicasse il medesimo tipo di danza.

Ogni regione, ma possiamo dire ogni paese, aveva in passato una propria variante di saltarello. Non esiste dunque una coreografia uniformata: per lo più il saltarello si balla in coppia (uomo-donna, ma anche uomo-uomo o donna-donna), con rare forme di danza a quattro, in cerchio. È una danza veloce, in ritmo di 6/8 o 2/4.

Per meglio comprendere la storia di questo ballo, è doveroso fare una breve riflessione di carattere etimologico. “Saltarello” deriverebbe dalla parola latina saltatio, una danza sacra romana, che i sacerdoti Salii eseguivano durante determinate feste e occasioni importanti per la comunità.

Coperchio bronzeo piceno con rituale di danza
Coperchio bronzeo piceno con rito di fondazione proveniente da San Severino e conservato presso il Museo Archeologico Nazionale delle Marche

Le origini antichissime della saltatio sono provate dal fatto che i sacerdoti Salii, durante le loro esibizioni, indossassero dei costumi che rievocavano l’abbigliamento degli antichi guerrieri centro-italici dell’VIII a.C. Veri e propri “abiti fossili”, i costumi cerimoniali dei Salii comprendevano un elmo dal forte richiamo villanoviano, una spada corta e, addirittura, un kardiophylax, cioè una corazza per il petto, largamente in uso sia tra gli Etruschi (si veda la “tomba del Guerriero” di Tarquinia), sia tra i Piceni (basti pensare al guerriero di Capestrano).

I ritrovamenti archeologici nelle Marche testimoniano che i Piceni avessero un rituale di danza armata, con ogni probabilità precedente o quantomeno coeva, a quella in uso tra i Romani. Fra tutti, il famoso coperchio in bronzo proveniente da una tomba picena di Pitino, a San Severino Marche, ritrae quattro uomini armati dalla forte connotazione itifallica, che danzano in cerchio attorno ad un totem. I quattro guerrieri, vestiti di tutto punto con grandi elmi, lance e scudi, si stanno cimentando in quella che, con ogni probabilità, è una danza propiziatoria per un rito di passaggio: ognuno di loro esegue dei passi individuali differenti. Le braccia alzate indicano che stanno danzando in una particolarissima coreografia di gruppo.

Coperchio bronzeo piceno con rito di fondazione, conservato presso il Museo Archeologico Nazionale delle MarcheIn un altro coperchio bronzeo piceno (conservato anch’esso al Museo Archeologico Nazionale delle Marche), la scena rappresentata è ben più complessa: qui sembra esservi un’intera comunità impegnata nel rituale sacro della saltatio armata. Tutte le figure stilizzate sono state ritratte in atteggiamento di danza (con le braccia alzate), tranne una, intenta a condurre un aratro trainato da un toro. Ciò potrebbe indicare che siamo di fronte ad un rito di fondazione, un importante cerimoniale comunitario e sociale, dalla forte valenza sacrale.

Nelle bellicose popolazioni dell’Italia preromana, le danze di origine sacrale-militare debbono aver lasciato una profonda influenza nel popolo, secondo uno schema diffuso nel corso della storia, per cui elementi di origine religiosa sono stati “reinterpretati” nel mondo profano. Non è dunque un caso che i Romani chiamassero saltationes le danze di estrazione popolare. Con il tramonto dell’Impero, le testimonianze sulla danza si interrompono: l’Alto Medioevo tace sulle forme coreutiche in uso nella società. Le fonti iconografiche e scritte ricominciano ad essere copiose a partire dal XIV secolo.

Il primo documento noto riguardante il saltarello è il manoscritto Add. 29987, conservato al British Museum di Londra. Si tratta di un manoscritto toscano compilato fra il XIV e il XV secolo e appartenuto ai Medici. Contiene una miscellanea di brani musicali: madrigali, ballate, motetti e danze, fra cui alcuni saltarelli. Nel 1455, il celebre maestro di danza Antonio Cornazzano, nel suo trattato Libro dell’arte del danzare, descrive il saltarello come “ballo de villa” (danza rustica), contrapponendola alle danze aristocratiche.

Il saltarello si afferma come una delle quattro forme di danza di corte fino al XVI secolo, accanto alla bassadanza, alla quaternaria e alla piva. Solo tra il XVII e il XVIII secolo compaiono i primi documenti che lo attestano quale danza popolare. Non è chiaro come il saltarello “popolare” abbia influenzato il saltarello “di corte” e viceversa. Deve esservi stata una prolungata commistione fra le due forme: depurato dei suoi elementi più rustici, è diventato danza di corte. Non è escluso che alcuni elementi più aristocratici fossero poi riassorbiti dai danzatori popolari, come nella castellana, considerata una forma “urbana” di saltarello.

Dal XVII secolo il saltarello si afferma come la principale danza tradizionale del centro Italia. Le sue varianti locali sono ancora oggi conosciute e praticate, anche se durante il secolo scorso, a causa della progressiva industrializzazione, ha perso i suoi caratteri originari.

Frontespizio dei “Canti popolareschi piceni” (1940)

Le melodie del saltarello sono state a lungo tramandate oralmente. Gli studi etnomusicologi del secolo scorso hanno contribuito a preservarne la conoscenza: pionieristiche sono state le trascrizioni di Giovanni Ginobili, contenute nei volumetti dei Canti popolareschi piceni, redatti insieme al compositore maceratese Lino Liviabella.

 

Per quanto riguarda lo strumentario, il saltarello si esegue accompagnato da organetto e tamburello. In provincia di Fabriano, oltre al tipico organetto, sono presenti il violino e il violone, ma non il tamburello. Il saltarello costituisce, inoltre, la base melodica e metrico-ritmica di molti canti tradizionali, fra cui i canti a dispetto e alcuni canti di questua.

Tamburelli con sonagli e decorazioni, provenienti dalla zona del maceratase.
Tamburelli con sonagli e decorazioni, provenienti dalla zona del maceratase.

Non potremo mai dire con certezza quanto le saltationes antiche e il saltarello fossero coreograficamente vicini a quello odierno. Una linea di continuità tra le due forme di danza può essere rintracciata nell’intrinseca valenza religiosa, con elementi di chiara matrice erotica che richiamano i riti legati alla fertilità femminile e alla fecondità del mondo agreste. La commistione di elementi al limite tra sacro e profano è indubbiamente presente nel saltarello tradizionale e fa capo ad un patrimonio culturale senza tempo, da ricordare e da tramandare.

Il saltarello contiene ancora l’anima di chi vive nel Piceno: i suoi passi e le sue musiche non sono un semplice ballo, ma un modo di intendere la vita, di esorcizzare il male e di celebrare la pienezza che solo l’amore per la Natura può testimoniare. Ballare il saltarello è un modo per capire da dove veniamo, chi continuiamo ad essere, dove possiamo andare.

Ringraziamo l’attività Rocchetti Strumenti Musicali, per averci consentito di fotografare i tamburelli storici, le cui immagini sono contenute nell’articolo.

Bibliografia essenziale:
Bessone L. & Scuderi R., Manuale di Storia romana, Bologna, 1994.
Brelich A., Paides e Parthenoi, Roma, 1969.
Cirilli R., Les prêtres danseurs de Rome, Parigi, 1913.
Colacicchi L., v. Saltarello, in “Enciclopedia Italiana Treccani”, Roma, 1936.
Colombo G., Florio C., Alvaro S., Il cammino dell’uomo. Civiltà e cultura, Roma, 1991.
Torelli M., Riti di passaggio maschili di Roma arcaica, in “Mélanges de l’Ecole française de Rome”, vol. 102, n. 1, 1990, pp. 93-106.
Treccani online, voce “Antonio Cornazzano”, in “Dizionario biografico degli Italiani”; http://www.treccani.it/enciclopedia/antonio-cornazzano_(Dizionario-Biografico)/, link consultato in data 27 agosto 2016, ore 15:00.

Storia delle nostre strade. La viabilità antica nelle Marche

Spesso pensiamo che la strada sia una conquista della modernità e del progresso; in realtà, sin dalla notte dei tempi, sono state proprio le strade a veicolare i semi della civiltà. Fra tutti i popoli dell’Antichità, furono per primi i Romani a sviluppare una concezione moderna di rete stradale. Le loro opere ingegneristiche sono tutt’oggi presenti e “vive” anche nel nostro territorio marchigiano.

Gli itinerari delle antiche strade marchigiane possono essere ricostruiti principalmente grazie allo studio comparato di tre fonti: i ritrovamenti archeologici, l’Itinerarium Antonini e le opere di cartografia antica, come la celeberrima Tavola Peutingeriana.

Le tre principali vie di comunicazione dell’antico Picenum – che ancora oggi costituiscono i principali assi stradali delle Marche – erano la via Flaminia, la via Salaria e la via litoranea (chiamata Salaria Picena). Una caratteristica importante della viabilità romana era che le strade secondarie tendevano a mantenere il nome della via principale, specificato da un attributo. Ogni via consolare dava così origine ad un sistema viario ben studiato dal punto di vista strategico e logistico.

La mappa mostra gli itinerari delle principali vie romane che collegavano Roma al Piceno. Precisiamo che alcuni percorsi sono basati su teorie e ipotesi di ricerca e attendono una conferma archeologica.
La mappa mostra gli itinerari delle principali vie romane che collegavano Roma al Piceno. Precisiamo che alcuni percorsi sono basati su teorie e ipotesi di ricerca e attendono una conferma archeologica.

La via Flaminia collegava Roma a Fanum Fortunae (Fano); da qui proseguiva fino a Ariminum (Rimini), ricongiungendosi alla via Emilia. La via fu costruita da Gaio Flaminio Nepote (da cui il nome) intorno al 220 a.C. e fu ristrutturata più volte in epoca imperiale con opere d’altissima ingegneria, necessarie a vincere le asperità dei tratti montani. Ricordiamo ad esempio la galleria del Furlo, fatta costruire da Vespasiano fra Fossombrone e Acqualagna, nella provincia di Pesaro-Urbino. All’altezza di Nucera (Nocera Umbra) si staccava un’importante diramazione, che raggiungeva Ancona e da qui Fano, costeggiando il litorale. Altre strade secondarie procedevano da ovest verso est seguendo l’andamento delle valli. Ancora nel Medioevo e nel Rinascimento alcune strade di fondovalle venivano chiamate Flaminia.

La Salaria congiungeva l’Urbe a Castrum Truentinum (Martinsicuro), passando per Reate (Rieti) e Asculum (Ascoli Piceno). Itinerario antichissimo, seguiva la direttrice ovest-est, unendo il Tirreno all’Adriatico, per garantire alle città dell’entroterra e all’Urbe l’approvigionamento di sale. Il suo tratto più antico, d’origine sabina, aveva come meta d’arrivo le saline nei pressi di Ostia (cfr. Festo, L 436).

La Salaria è esplicitamente nominata per la prima volta da Cicerone nel 44 a.C. (De natura Deorum, III 5.11: At enim praesentis videmus deos, ut apud Regillum Postumius, in Salaria Vatinius). Pochi decenni dopo, l’imperatore Augusto promosse imponenti lavori pubblici per migliorarne la viabilità dal punto di vista infrastrutturale. A causa delle caratteristiche naturali del territorio, la via seguiva un percorso obbligato: ancora oggi, infatti, per ampi tratti l’odierna Salaria (SS4)  segue il percorso della strada antica. Giunta a Castrum Truentum, la Salaria si divideva: verso sud proseguiva fino ad Hadria (Atri); verso nord fino ad Ancona con il nome di Salaria Picena.

La Salaria dava inoltre vita ad una serie di itinerari secondari, che congiungevano le città dell’entroterra marchigiano meridionale, secondo la direttrice sud-nord. Questa complessa rete viaria prendeva il nome di Salaria Gallica.

La diramazione più importante della Salaria Gallica si staccava nei pressi di Surpicano, stazione di sosta che sorgeva molto probabilmente dove oggi si trova la chiesa di San Salvatore ad Arquata del Tronto. Attraversando i Sibillini, continuava verso Urbs Salvia (Urbisaglia) e raggiungeva Aesis (Jesi), riallacciandosi così al ramo marchigiano meridionale della Flaminia. Da Amandola, un ulteriore diverticolo si immetteva nella valle del Tenna e raggiungeva Castellum Firmanorum (Porto San Giorgio), passando per Falerio Picenus (Falerone) e Firmum (Fermo).

Ad Ascoli Piceno, dal ponte romano di Borgo Solestà, aveva origine l’altra importante diramazione della Salaria Gallica: la cosiddetta via Statia, che costeggiando le pendici dell’Ascensione e poi  attraverso Montedinove, Monterinaldo e Petritoli arrivava a Fermo.

Più a nord, da Aesis (Jesi) aveva origine anche un raccordo fra la Salaria Gallica e la Salaria Picena: la via Octavia, realizzata da Marcus Octavius Asiaticus in epoca augustea. Da Jesi, correndo sulla sponda sinistra dell’Esino arrivava sino ad Ancona, in località Santa Maria di Posatora o Le Torrette.

Riassumendo, nel Piceno la Salaria e la Flaminia davano origine ai due fondamentali sistemi viari: uno che seguiva la direttrice sud-nord (Salaria Picena e Salaria Gallica), l’altro che seguiva la direttrice ovest-est (Flaminia). I due sistemi si incrociavano, permettendo una viabilità di terra estremamente funzionale.

A questa strutturata rete viaria di terra si affiancavano i collegamenti fluviali: infatti, in epoca romana i fiumi marchigiani erano quasi tutti navigabili e costituivano le vie di comunicazione privilegiate per i traffici commerciali.

Bibliografia essenziale:
Enrico Giorgi, Il territorio della colonia. Viabilità e centuriazione, in Storia di Ascoli dai Piceni all’età Tardoantica, a cura di  G. PACI, Ascoli Piceno 2014, pp. 223-289;
https://www.academia.edu/10485446/Il_territorio_della_colonia._Viabilit%C3%A0_e_centuriazione_in_G._PACI_a_cura_di_Storia_di_Ascoli_dai_Piceni_all_et%C3%A0_Tardoantica_Ascoli_Piceno_2014_pp._223-289
Paolo Campagnoli, Enrico Giorgi, La viabilità delle marche centro meridionali in  età tardo antica e altomedievale, in Tardo antico 2006, pp. 111-156;
https://www.academia.edu/2220759/La_viabilit%C3%A0_delle_Marche_centro_meridionali_in_et%C3%A0_tardo_antica_e_altomedievale

Il Museo delle Tombe Picene di Montedinove. Una nuova splendida realtà museale

Montedinove, 8 novembre 2015. Approfittando d’una bella giornata di sole autunnale, ci siamo recati a Montedinove, con l’intento di scoprire una nuovissima realtà del territorio: il Museo delle Tombe Picene.

Abbiamo avuto l’immensa fortuna di essere accompagnati dal Vicesindaco, il Sig. Eraldo Vagnetti, che ci ha illustrato i vari reperti e soprattutto ci ha raccontato la storia del museo, essendone stato uno dei principali protagonisti.

Tutto è cominciato nel 1986, quando i lavori di costruzione d’una strada in località colle Pigna hanno portato alla luce una gran quantità di reperti ceramici e metallici. Quel luogo, in realtà, non era nuovo a rinvenimenti di materiale archeologico: i vecchi del luogo raccontavano che passando con l’aratro portavano alla luce una grande quantità di frammenti di ceramica, pezzi di vasi, che chiamavano “pignatte”, secondo l’uso popolare; e proprio per questo, quella località prese il nome di colle Pigna.

Le campagne di scavo si sono protratte a più riprese dalla fine degli anni Ottanta alla fine degli anni Novanta. I ritrovamenti più importanti, dopo un attento restauro, sono stati esposti nel Museo Archeologico di Ascoli Piceno. Montedinove ed i suoi orgogliosi abitanti hanno da subito lottato, per riportare a casa  le tombe dei loro antenati: così sarebbe stato giusto per gli uomini e le donne lì sepolti da più di duemila anni.

Finalmente, il 26 ottobre 2015, dopo anni di progettazione e di lavori, il Comune di Montedinove è riuscito ad aprire il nuovo centro museale nel cuore del suo borgo antico. L’ex chiesa seicentesca delle Clarisse, dopo una gentile donazione del Demanio, è diventata sede del Museo delle Tombe Picene.

Le sepolture appartenevano probabilmente ad un gruppo familiare, che doveva abitare in un villaggio identificato in località Case Arpini, vicino Rotella. La necropoli ha restituito ricchi corredi risalenti al VII e VI secolo a.C., la cui fattura lascia intendere una probabile parentela con le famiglie di alto lignaggio di Belmonte Piceno. Le somiglianze fra i reperti provenienti dai due siti sono incredibili: ciò si spiega con il fatto che ogni tribù avesse una propria tipologia di monili, disegni e stoffe, tramandati di generazione in generazione.

Ad un primo sguardo, si nota la grande differenza fra sepolture maschili e femminili: le prime molto spartane, le seconde ricchissime di gioielli, stoffe, vasellame. Possiamo soltanto immaginare lo splendore di queste nobili donne.

La tomba più antica è quella della coppia capostipite: l’uomo ha un corredo piuttosto povero, mentre lo scheletro della donna è accompagnato da una quantità incredibile di gioielli e manufatti. Curiosamente, accanto al suo corpo è stata posta anche una lancia: ciò voleva indicare il ruolo predominante che ella ricopriva all’interno del villaggio. Anche a Belmonte Piceno si trova un caso simile in quella che viene chiamata la tomba delle Amazzoni.

Nelle tombe più tarde, i corredi femminili si arricchiscono ulteriormente e si trovano due elementi molto particolari, come la grande fibula a gobbe traforata e ageminata ed il pettorale femminile, simbolo della fertilità della donna.

Fra le tombe maschili, è da citare una pregevolissima spada, che non trova nessun altro riscontro se non nel celeberrimo guerriero di Capestrano, esposto al museo di Chieti.

Non possiamo che esprimere il nostro stupore, prossimo alla commozione, per una realtà museale che, come anche il Museo archeologico di Belmonte Piceno, rappresenta un segnale, una sfida lanciata al futuro. Stiamo forse entrando in una nuova epoca, in cui finalmente ci stiamo accorgendo dei tesori, frutto del nostro affascinante passato. Forse è giunto il momento di tramandare e riscoprire questo passato illustre, per avere un’opportunità in più nel futuro; un futuro, che sia frutto di un felice connubio fra tradizione ed innovazione. E questo ci piace!

Per la prossima primavera, turisti e appassionati saranno in grado di ammirare gli splendidi materiali, mai esposti, rinvenuti durante gli scavi. Il Museo delle Tombe Picene è situato in largo Lea Caracini,  presso l’ex Convento delle Clarisse. Per informazioni sui giorni e gli orari d’apertura, è possibile contattare il Comune di Montedinove allo 0736 829410 (tutti i giorni dal lunedì al venerdì).

Cogliamo l’occasione per ringraziare di nuovo la squisita gentilezza del vicesindaco, Eraldo Vagnetti, che ci ha permesso di scoprire un altro meraviglioso angolo del nostro territorio.

Il ritorno dei tesori Piceni a Belmonte Piceno

Elmo grecoDomenica 4 Ottobre 2015, è stato inaugurato il Museo Archeologico Civico di Belmonte Piceno, in via Tommaso Rubei, 10A. Il nuovissimo museo è sito in un palazzo, recentemente ristrutturato, nel pittoresco centro storico del borgo della provincia di Fermo.

Il museo è piccolo, ma ricco di reperti e rende bene l’idea della ricchezza dei corredi tombali che gli archeologi si trovarono davanti quando, nel 1909, iniziarono a scavare nell’area di Belmonte.

Il museo si compone di un’unica sala, con quattro teche verticali, contenenti i reperti della “Tomba del Duce” e quelli delle “Tombe delle Amazzoni” e altri materiali provenienti dagli scavi tra il 1909 e il 1911. Straordinari sono i reperti di uno dei carri della “Tomba del Duce” (nella sepoltura ne furono ritrovati ben sei!), nonché le famose anse bronzee con le figure dei guerrieri affiancati da cavalli. Le armi in ferro testimoniano una differenza notevole rispetto agli altri popoli italici dello stesso periodo. Vi sono anche elmi piceni e greci, vasi di derivazione etrusca ed umbro-piceni, monili femminili in bronzo e ambra. Non mancano, inoltre, alcuni esempi dei famosi “anelloni a sei nodi”, che, insieme ai manufatti in ambra, sono i più rappresentativi del periodo “Piceno IV”. Le tombe belmontesi risalirebbero, infatti, ad un periodo compreso tra il VI a.C. e il V a.C, fase che gli archeologi indicano appunto col nome di “Piceno IVA e IVB”.

Il museo belmontese costituisce un importante segnale, che rivela un interesse crescente verso le ricchezze archeologiche e culturali del nostro territorio. Belmonte Piceno è da sempre considerato dagli studiosi uno dei centri archeologici più importanti della cultura picena arcaica ed era inconcepibile che qui non vi fosse uno spazio in grado di testimoniare l’eccezionalità dei ritrovamenti che si sono succeduti negli anni.
Per informazione sui giorni e gli orari d’apertura chiamare lo 0734-771100.