“Il cielo è blu, l’erba è verde”, conversazione con il pittore fermano Massimiliano Berdini

S’entrevoir in francese vuol dire “vedersi” o “incontrarsi brevemente” ed è la parola dalla quale deriva il termine italiano “intervista”. Mai come in questo caso il verbo francese è calzante per definire il breve e piacevole incontro, che abbiamo avuto con il pittore fermano Massimiliano Berdini nel suo studio.

D’accordo con lui abbiamo vissuto l’incontro come una discussione aperta, in cui le domande hanno costituito un pretesto tematico. Non abbiamo registrato la conversazione, affidandoci al registratore di una volta: carta e penna. Come il pittore rielabora in studio quanto abbozzato all’aria aperta, così noi abbiamo rimesso per iscritto il pensiero di Massimiliano.

Quello che più ricorderemo “di quella volta con Berdini” sarà proprio il difficile compito di dare ordine logico-discorsivo all’impetuoso flusso di concetti e immagini cui il pittore ha dato vita, rendendoci generosamente parte del suo mondo.

Dove e quando nasci? Qual è stata la tua formazione scolastica?
Sono nato a Fermo il 10 luglio del 1971. Per quanto riguarda la mia formazione, sono orgogliosamente autodidatta, da sempre. Penso infatti che la scuola, più che dare, tolga: per me è stata una teoria leggera, che non mi ha offerto quello che cercavo.

E’ vero, spesso la formazione trae il suo miglior nutrimento da fonti extra-scolastiche. In questo senso, allora, quali sono state le esperienze per te più importanti? Come hanno influenzato la tua arte?
La mia grande fortuna è stata incontrare Giuseppe Pende, che abitava proprio a due passi da casa mia. Pende mi ha insegnato a vivere l’arte, a vivere la passione per la pittura. Con lui ho instaurato un rapporto di amicizia e non la classica relazione maestro/discepolo. Io mi comportavo come una zanzara: le domande che gli ponevo erano come punture, con cui cercavo di carpire il suo pensiero, di succhiarlo come fosse il sangue, l’essenza dell’arte di cui avrei dovuto appropriarmi.

Fra gli artisti della tradizione, quali sono stati i tuoi modelli più importanti e quali i tuoi soggetti preferiti?
Sicuramente Giotto. Giotto mi ha insegnato come un’immagine può de-formare la realtà. Quando guardi l’immagine di S. Francesco nella Basilica Superiore d’Assisi, cosa vedi? Vedi un uomo immenso, eroico, che non rappresenta solo l’immagine fisica dell’uomo Francesco, ma anche quella spirituale del santo. Questo mi ha colpito molto. Ho conosciuto la pittura di Giotto attraverso i frati del convento fermano vicino a dove sono cresciuto. Crescendo a contatto con loro, ho vissuto l’incontro/scontro dell’arte comunicata dalla Chiesa e l’arte accesa nella mia interiorità. Oggi posso dire di aver raggiunto la pace fra arte, comunicazione dell’arte e fede. Io non sono più interessato né alla fede, né alla comunicazione dell’arte. A me basta osservare in silenzio: in quello che vedo c’è già tutto. L’uomo, il mostro edilizio, la campagna in fiore contengono già il tutto di cui fanno parte. Fino a qualche tempo fa, mi sono dedicato quasi esclusivamente alla rappresentazione dell’uomo, perché – in un certo senso – è “più facile” da trattare. Egli è solo una tessera infinitesima della Natura, infinitamente più complessa.

Quando ci siamo incontrati per la prima volta, ci hai raccontato che da piccolo tua madre ti portava con lei a lavoro, all’ex manicomio di Fermo, in via Zeppilli. Secondo te, c’è un nesso fra follia e arte?
Ingenuamente si potrebbe rispondere che l’arte è una specie di follia, ma si tratta di un costrutto romantico, tipo “genio e sregolatezza”… In verità, la pazzia, il manicomio – chiamiamolo con il suo nome! -, non c’entra niente con l’arte. Questa è assoluta lucidità, chiarezza suprema, piena coscienza di sé. La grave malattia, l’ottenebramento della mente, non può avere nulla a che fare con l’arte.

Indubbiamente, però, dietro alla pazzia, spesso si nasconde una sensibilità artistica molto profonda. Molti folli sono stati artisti geniali.
Certo, ma dobbiamo assumere che il pazzo rinchiuso nel manicomio non era veramente malato. Spesso chi viveva una vita “normale” stentava a capire che gli internati non erano sempre persone malate, ma spesso gente non conforme alla società, che veniva isolata. Se ho conosciuto persone pure ed intelligenti nella mia vita, queste erano gli “ospiti” del manicomio. La follia dell’arte è questa purezza, che altro non è che l’assoluta coscienza di sé, e chi arriva a conoscere davvero se stesso, esce fuori dalla società. La follia è come il raggio di luce che attraversa l’intrico della foresta e arriva dall’altra parte. A proposito di matti … A scanso d’equivoci, per non destare timori sulla mia sanità mentale, rassicuro tutti, sostenendo che il cielo è blu e l’erba è verde (ma forse questa è solo una verità conformistica).

L’arte come strumento di ricerca: dove vuole andare la tua ricerca e dove ti sta portando?
La pittura non comunica, è ricerca infinita, ricerca per sé. Non comunica perché l’artista la fa innanzitutto per se stesso e perché non c’è niente da comunicare. Non c’è niente che debba essere detto ulteriormente. Come dicevo prima, nella cosa c’è già tutto.
L’opera pittorica è paradossale nella sua stessa esistenza, perché è un presente che non esiste, un presente che è fuori dal tempo; ma lo stesso presente non esiste, perché trapassa istantaneamente nel passato. Del tempo ci resta solo il futuro, quel che non è ancora stato. L’arte non comunica perché rimanda infinitamente la sua comunicazione al futuro. Non può parlare al passato, perché non c’è più; non può parlare al presente perché è confinato nell’attimo; può parlare al futuro che, però, non c’è ancora. Ecco che l’arte non può dare verità assolute, perché il suo contenuto è temporale: l’arte vive del suo tempo e, paradossalmente, quel suo rinviare al futuro la tiene aperta.

Cosa significa per te avere un pensiero libero e cosa significa essere un pittore libero?
L’arte non è mai stata libera. Gli artisti hanno sempre avuto bisogno di mecenati, protettori, finanziatori, committenti. L’arte è ed è stata strumento di un potere occulto, di cui gli artisti sono stati da sempre vittime. Il potere ha esercitato una violenza bestiale su di loro, che non hanno mai potuto essere davvero liberi. Penso subito a Caravaggio: quante angherie ha subito e quanti ostacoli hanno messo davanti al suo cammino? Egli ha, tuttavia, trasfigurato la violenza patita in assoluta bellezza.

Ma quindi proprio nessun artista è riuscito ad essere davvero libero?
A pensarci bene, forse solo i surrealisti sono riusciti a spezzare questo nodo di Gordio. Per uscire da questo mondo, si sono proiettati in un’altra realtà. Questa è stata la lezione dei visionari come Chagall, in parte Modigliani e soprattutto Dalì. Li amo per questo! La loro realtà altra, tuttavia, non è pura evasione, perché non dà certezze, non elimina il dubbio. Oh, il dubbio è fantastico, perché ti mette in azione, ti fa muovere per cambiare strada. C’è chi ha scelto deliberatamente di sbagliare sempre, per ripartire ogni volta. Io amo i visionari, perché riescono a vedere al di là. Il dubbio diventa una molla: per scavalcarlo devi “cambiare binario”.

Veniamo ora al Piceno. Nella tua vita di uomo e di pittore, senti un legame con il paesaggio in cui vivi? Come esso è presente per la tua produzione pittorica?
Il paesaggio per me è sempre presente, anche se – come ho detto prima – in passato mi ha turbato parecchio. La natura è una confusione perfetta: non vedi mai un solido ben definito, ma una figura completamente astratta, in-forme. Guarda ad esempio un cespuglio in un fosso: per l’occhio è inestricabile. Per guardare la natura con l’occhio del pittore, sei costretto a guardarla come se avesse una forma, altrimenti diventi pazzo. Ella non resta mai ferma, si muove, cambia, scorre. Per questo dico che il paesaggio è completamente astratto da ogni forma. Poi, se vogliamo andare avanti, si è parlato tanto di natura bella e ancora oggi la natura è bella; però Leopardi ci ha insegnato che sa essere anche cattiva, impietosa, brutale. La cosa straordinaria è che, nonostante tutto, in essa regna sempre una specie di pace, una serenità ineffabile. Oggi mi sto concentrando su questa serenità ineffabile: è per questo che dico che rappresentare la natura mi spaventa meno.

Essere pittore / artigiano oggi: cosa significa al tempo della “riproducibilità tecnica” essere pittore, avere una bottega? Ci si sente diversi?
Certamente sì, ha ancora senso: la fotografia (penso subito a essa) non ha tolto assolutamente nulla alla pittura. Il fotografo cattura un’immagine da un occhio artificiale che non è il suo. Può solo scegliere cosa fotografare. E’ vero, può sistemare e ritoccare qualche dettaglio, ma non è mai la sua visione: è la visione di una macchina. Per di più, la foto è qualcosa che guardi nell’attimo: per il dipinto hai bisogno di più tempo. La foto vive dell’immediatezza dello scatto, del colpo d’occhio, mentre il dipinto no. Non è un caso che Monet abbia dipinto venti volte la stessa cattedrale. Quando lo ha fatto è stato perché l’ha vista ogni volta sempre in modo diverso. E di fatto quella stessa cattedrale era ogni volta un soggetto diverso.
Avere una personalità artistica oggi rende naturalmente diversi e può creare sospetto in una società di perfetti integrati. La diversità resta un bene prezioso, ma a volte spaventa.

Il cosiddetto progresso, il cattivo progresso, ha deturpato il paesaggio: la natura viene ghettizzata, costretta a sopravvivere nello spazio che avanza. L’occhio di chi contempla non può spaziare ma è costretto a restringere il campo. Dipingere il paesaggio diventa per te denuncia del brutto o può essere ancora espressione del bello?
Dipende da cosa ritrai nel quadro: in un quadro puoi mettere in primo piano un manufatto umano, un mostro di cemento circondato dalla natura, per denunciare il brutto. Io non lo toglierei dal paesaggio per ragioni pittoriche: se volessi ritrarre solo la Natura, sceglierei una diversa prospettiva. Vedete, il fatto che in un paesaggio dipinto io rappresenti un capannone o un’altra bruttura non mi spaventa, perché la sua violenza nei confronti della Natura è solo temporanea. Il capannone fra venti o trenta anni sarà polvere; il paesaggio sopravviverà in tutto il suo splendore e si riapproprierà di ciò che gli è stato tolto.

E allora cosa pensi possa fare l’arte per custodire il paesaggio?
Io rovescerei i termini del discorso: la difesa della natura, di cui oggi tanto si parla, deve essere condotta, non tanto per salvare il pianeta, ma per salvare l’uomo. La prima specie che sparirà per eventuali disastri ambientali sarà proprio l’essere umano, la specie biologicamente più debole. La natura sopravviverà anche senza l’uomo. Difendere la natura significa prendersi cura del luogo in cui viviamo e tramandarne l’assoluta bellezza: è il nostro Paradiso.

Alla fine della nostra breve incursione nel laboratorio di Massimiliano, circondati da tele, pennelli, prove d’autore e colori in polvere, restiamo quasi incantati ad osservare quel paesaggio agreste, ancora in opera sul treppiede, che Massimiliano stava ultimando. Quella natura per noi, dagli occhi inesperti, è già sbocciata nel suo quadro, ma forse sarà più giusto osservarla ad opera terminata. Ci ripromettiamo di avere la possibilità di rivederci, magari mentre mescolerà le sue terre o alle prese con un bozzetto. D’altra parte, l’artista, come l’artigiano, deve essere conosciuto in corso d’opera, nella speranza che renda visibile a tutti qualcosa che ancora non lo è.

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