Offida, Santa Maria della Rocca

Ci sono molte cose che vale la pena fare nella vita. Una di queste è visitare la splendida città di Offida, situata nel cuore del Piceno. Chi va a Offida non può non recarsi a Santa Maria della Rocca, che si staglia solitaria sulla rocca della città, a strapiombo sulla campagna circostante tutta coltivata a vigneti.

La vista della chiesa provenendo dal centro della città

CENNI STORICI
La chiesa esisteva già nel 1039 quando Longino d’Azone, signore di Offida di origine franca o germanica, donò gran parte dei suoi possedimenti all’Abbazia di Farfa, compreso il castello di Offida e la chiesa esistente di Santa Maria della Rocca.

La chiesa di Santa Maria fu in parte demolita quando i monaci decisero di riedificarla nel 1330. La nuova chiesa fu ampliata: fra i muri vecchi e i nuovi furono ricavate due intercapedini, una delle quali usata come cimitero.

Ossario ricavato nell’intercapedine dei muri

A sud costruirono un monastero, demolito alla fine del XVIII secolo. Il materiale fu reimpiegato per la costruzione della Collegiata della città.

Nel XVI secolo fu completato il piano superiore, forse per usare il sotterraneo interamente come cimitero, a seguito della pestilenza del 1511. L’accesso al piano inferiore fu murato. Nel 1562, gli offidani ottennero da Ranuccio Farnese  – abate feudatario di Farfa – la soppressione dell’ordine dei monaci farfensi di Santa Maria. Fu creato un collegio canonicale composta da 18 sacerdoti e si stabilì che il priore dovesse essere un monaco di Offida.

CRIPTA
Il visitatore che proviene da est vede per prima cosa l’abside e l’ingresso alla cripta cui si accede attraverso una scalinata e un portale scolpito del XIV secolo, decorato con foglie e figure di animali.

Nell’abside centrale vi sono dipinti attribuiti al Maestro di Offida. In entrambi i lati dell’emiciclo ci sono due cappelle poligonali con 2 altari. L’altare della cappella di sinistra presenta un canaletto che fa pensare al riuso di un antico altare pagano.

La chiesa originaria al piano inferiore

Proseguendo e salendo tre gradini si accede a quella che era la chiesa originaria, divisa in tre parti da due file di colonne e due di semicolonne. Si notano facilmente le intercapedini createsi con l’ampliamento della Chiesa in una delle quali è possibile vedere ancora delle ossa.

PIANO SUPERIORE
Il piano superiore è a croce latina. Il transetto è appena pronunciato cosicché la chiesa pare ad unica navata.

Il piano superiore

Sulle pareti rimangono importanti resti della decorazione ad affresco, fra cui La sepoltura di Gesù, La crocifissione, La fuga in Egitto del Maestro di Offida. Sulla parete Nord vi è una statua lignea del XVI secolo raffigurante San Benedetto da Norcia e, sempre sullo stesso lato, La Madonna del latte con San Sebastiano, affresco di fra Marino Angeli del secolo XV.

La facciata della chiesa verso ovest

 

La facciata principale è posta sul lato ovest: resta quindi celata alla vista del visitatore che viene da est. Il portale è sovrastato da un bellissimo rosone in legno di quercia. 

Per visitare la chiesa consultare il sito www.turismoffida.com o chiamare il 334 1547890.

Il Museo Archeologico di Torre di Palme

Giugno 2019. Giornata  calda e soleggiata, con un bel Vento d’estate che, come direbbe Max Gazzè, ci porterebbe ad “andare al mare” piuttosto che in un museo. Oltre al nostro interesse, ci convince il fatto che Torre di Palme si trova proprio a due passi dalla costa, con una vista mozzafiato. Motivo per il quale questo promontorio sul mare divenne strategicamente importante in passato e ragion per cui, in anni più recenti, Torre di Palme è stato inserito nella lista dei borghi più belli d’Italia. 

Il Museo archeologico di Torre di Palme, inaugurato nel 2019 a seguito a degli scavi svolti tra il 2016 e il 2017, si compone attualmente di tre sale, nelle quali sono esposti reperti della cultura picena. Un tassello di storia importante per la frazione di Fermo, se si pensa che fino a poco tempo fa non vi era una traccia così consistente di epoca preromana. I reperti provengono da una necropoli di ventuno tombe in contrada Cugnolo, al di sotto del centro medievale. 

La prima sala del museo conserva due reperti della tomba di un giovane, molto più antica rispetto alle altre della necropoli, datata all’Età del Bronzo (circa 1800-1650 a.C.). La tomba ha conservato la lama in bronzo di un pugnale (più volte rifilata) e una punta di selce. Ad oggi, questi reperti sono tra le testimonianze più antiche del territorio. 

Tomba 9 1: il corredo

Sulla sinistra, la seconda sala ospita il ritrovamento più ricco: la sepoltura di una donna picena di alto rango, risalente al VI a.C. La tomba ha conservato un vero e proprio tesoro dell’epoca: fibule in ferro e ambra, gioielli in bronzo, collane d’ambra, un tipico anellone piceno, dischi in bronzo per sostenere una voluminosa acconciatura e utensili per la filatura e la cucina. Questi ultimi a testimoniare che la donna in questione era una signora con una certa importanza produttiva ed economica all’interno della sua comunità. L’ambra, che proveniva dal Mar Baltico, impreziosisce la tomba e sottolinea come la comunità di Torre di Palme fosse al centro dei commerci tra il Nord Europa e il resto del Mediterraneo. 

Alla destra del corpo è stata rinvenuta anche una bacchetta in osso decorata: forse la donna aveva in vita un qualche ruolo nella vita religiosa della comunità, probabilmente come sacerdotessa.

Anellone di Torre di Palme

Non ultima, la presenza centrale di un anellone piceno: un anello in bronzo con delle protuberanze (in questo caso quattro) simmetriche tra loro. Un elemento di cui ancora non abbiamo ancora compreso appieno il suo significato e, forse per questo motivo, così interessante. Si pensa che sia connesso ad un qualche simbolismo religioso ed è sempre in relazione alle figure femminili di spicco della cultura Picena. In questo caso, lo troviamo adagiato sul ventre della donna, forse ad accentuarne il suo “magico” potere di fertilità. Gli anelloni a quattro o sei nodi sono stati tuttiritrovati nella zona del Sud delle Marche, nei comuni di Cupra Marittima, Grottammare, Ripatransone, Cossignano e Torre di Palme. 

Terza sala: i monili apotropaici

Spostandoci nella terza sala, il museo espone i reperti di una tomba di una bambina del VI a.C. Una fibula con pendaglio a cavallini e piccoli amuleti sono i reperti più interessanti. Chele di granchio, vertebre di pesce e vaghi di osso e d’ambra avevano forse la funzione apotropaica di respingere spiriti maligni. 

Il Museo di Torre di Palme è un’ulteriore gemma che va ad arricchire il panorama culturale del Piceno. Il notevole sforzo che il Comune di Fermo e la Soprintendenza delle Marche hanno fatto per poter creare un nuovo museo in una frazione recentemente rientrata nel gruppo dei Borghi più Belli d’Italia fa ben sperare sulla valorizzazione del patrimonio storico-archeologico della provincia.

Per informazioni sui giorni e gli orari d’apertura chiamare lo 0734 53119.

Il Museo Archeologico di San Severino Marche

Il Museo Archeologico di San Severino Marche

San Severino è una delle tante città delle Marche che racchiude in sé ricchezze artistiche, architettoniche e archeologiche relative a diversi periodi storici. La presenza umana in questo punto strategico dell’alta valle del fiume Potenza è attestata sin dal Paleolitico, con importanti testimonianze picene, romane, medievali e rinascimentali. Sulla cima del Monte Nero di San Severino Marche sorge il nucleo medievale della città, che con il suo Duomo Vecchio, la torre campanaria e quella degli Smeducci dominano la città moderna a valle.

A San Severino, e più precisamente la frazione di Pitino, ha restituito importanti reperti archeologici appartenenti al popolo dei Piceni. Gli scavi, eseguiti a fasi alterne a partire dagli anni ’30 fino ad oggi, hanno portato alla luce reperti databile fra il VII e il V secolo a.C.
Molti di questi reperti, i più significativi, sono conservati al Museo Archeologico Nazionale di Ancona, ma la maggior parte di essi sono proprio a San Severino, sul Monte Nero, in quello che un tempo era l’antico Episcopio del Duomo Vecchio.

Il Museo civico archeologico Giuseppe Moretti, in Via Castello al Monte snc, racchiude manufatti litici e fittili di epoca preistorica (Collezione Pascucci), una serie di reperti provenienti dalle tombe picene e le testimonianze della città romana di Septempeda.
La tipologia dei reperti piceni qui presenti legano indissolubilmente San Severino Marche alle altre città picene del maceratese, come Camerino, Fabriano e Serravalle del Chienti, ma anche e soprattutto alle città picene meridionali come Belmonte Piceno, Grottazzolina, Montegiorgio, Rapagnano, Fermo.

Risalenti al VII-VI a.C. sono i reperti influenzati dalla cultura Orientale, che nella maggior parte dei casi nel Piceno venivano importati attraverso l’Etruria, che in questo stesso periodo stava realizzando oggetti in stile orientale. Durante questa fase detta “orientalizzante”, le tombe delle necropoli sono spesso a tumulo o a circolo (anche questo un tipo di inumazione di provenienza orientale), in cui vi erano seppelliti addirittura dei carri con i loro finimenti in bronzo. Nel Museo di San Severino tutti questi reperti sono stati accuratamente restaurati ed esposti accanto alle armi dei combattenti piceni: vi sono pregiati schinieri in bronzo, elmi di varie tipologie, diversi esemplari di cardiophylax ed ovviamente le armi di offesa.

In questo periodo, gli oggetti in ferro sono ancora piuttosto rari e il museo di San Severino ne conserva davvero pochi. I manufatti delle tombe di Pitino sono una testimonianza importantissima di informazioni per alcuni aspetti della società dei Piceni: basti pensare al famoso coperchio bronzeo con i combattenti che danzano intorno ad una figura totemica, oggi esposto al Museo Archeologico Nazionale di Ancona.

Proseguendo la visita al museo civico, si giunge alla sezione dei reperti romani, composta principalmente da ritrovamenti lapidei provenienti dalla città romana di Septempeda.

La città romana di Septempeda, individuata nei pressi della località La Pieve, fu un centro strategico di transito, che le valse successivamente l’appellativo di “chiave della Marca”. La città era attraversata da una Variante “Septempedana” della Via Flaminia, uno dei percorsi trasversali antichi più importanti per i collegamenti tra la fascia costiera dell’Adriatico e gli Appennini. Al museo è esposta una pietra miliare dell’epoca di Tito, che segnala la distanza di 142 miglia da Roma, anche se il luogo del ritrovamento è del tutto imprecisato.

Il Museo archeologico civico di San Severino Marche è visitabile con un biglietto di soli € 4,00 e per ogni ulteriore informazione potete contattare lo 0733 633919 oppure visitare il sito www.comune.sanseverinomarche.mc.it.

 

Santuario ellenistico di Monte Rinaldo, conclusione della campagna di scavo 2019

Elemento decorativo raffigurante Pothnia theron, la Signora degli animali

Il 26 luglio, presso l’area archeologica La Cuma di Monte Rinaldo, si è chiusa la campagna di scavi 2019.

L’evento ha visto la partecipazione del sindaco di Monterinaldo G. Borroni, del prof. Enrico Giorgi dell’Università di Bologna e della dott.ssa Paola Mazzieri della Soprintendenza. Presenti anche gli studenti e gli archeologi che hanno partecipato agli scavi.

Ripercorriamo lo svolgimento della serata. Dapprima si è svolta una presentazione delle autorità succitate che hanno – per noi giustamente – ricordato l’importante lavoro di rete che ha permesso tutto ciò che è stato fatto. Non si è trattato solo di portare avanti gli scavi ma di avviare contemporaneamente un intervento di valorizzazione dell’area. A tal proposito si ricordano i progetti didattici nelle scuole e nello scavo stesso che hanno coinvolto bambini e ragazzi degli istituti del territorio. Gli alunni hanno potuto calarsi nei panni dell’archeologo e conoscere l’importante patrimonio che il proprio territorio custodisce.

Il prof. Giorgi ha poi riferito sullo stato dell’arte. Gli studi sull’area procedono su due fronti: da una parte la prosecuzione degli scavi e lo studio del sito, dall’altra la ricerca sul contesto in cui il santuario sorgeva, cioè la Valdaso e il Piceno meridionale in età tardo repubblicana. La domanda cui gli studiosi vogliono dare una risposta è: qual era la funzione del santuario in un’area rurale? Perché un complesso così maestoso in un territorio di campagna?

Una delle ipotesi è che il tempio non fosse solo un luogo di culto ma fungesse anche da centro amministrativo durante la colonizzazione romana, essendo posto nella media valle dell’Aso, dove non vi sono centri urbani, come invece accade per le altre valli fluviali del Piceno.

Per cercare di capire come fosse organizzata l’area intorno al tempio sono state svolte anche delle prospezioni geofisiche, in collaborazione con la British School at Rome. Le prospezione hanno effettivamente evidenziato la presenza di anomalie nel sottosuolo, riconducibili alla probabile presenza di resti.


Riguardo agli scavi archeologici veri e propri, gli scavi del 2019 hanno interessato la porzione occidentale dello scavo
. Prendendo per buona l’ipotesi di un tempio triportico, suffragata dal ritrovamento del portico nord e del portico est, gli archeologi si aspettavano di trovare la restante porzione del portico. Al contrario, si sono imbattuti in un edificio rustico, collocabile fra la fine del I a.C. e la fine del I d.C.

Particolare di un muro dell’edificio rustico in cui è evidente l’uso di materiale di recupero proveniente dalle decorazioni del santuario

L’edificio, di cui ancora non si è compresa la funzione, sorgeva su strutture precedenti risalenti alla fase di massimo splendore del tempio (seconda metà del II a.C. – prima metà I a.C.). Esso presentava un piano di calpestio in terra battuta. Al suo interno sono state prelevate più di venti cassette di materiale ceramico attualmente in restauro presso la Scuola di restauro di Ravenna. Come in uso all’epoca, l’edificio rustico presentava tracce di materiali di recupero provenienti dal tempio, come i frammenti di decorazione del santuario (vedi la foto a fianco).

Terminata la presentazione, gli archeologi hanno accompagnato il pubblico presso il nuovo scavo. Hanno mostrato e spiegato le varie stratificazioni: l’edificio rustico, le strutture monumentali del tempio e anche le tracce di strutture di una fase precedente alla monumentalizzazione del sito.

Al termine della serata, si è svolta l’inaugurazione di una piccola mostra temporanea (vedi galleria fotografica), allestita presso la biglietteria del teatro, in attesa che sia organizzata una mostra itinerante ufficiale con il materiale restaurato della Scuola del Restauro di Ravenna e con l’augurio che il Museo Archeologico, ad oggi inagibile in seguito al sisma del 2016, possa essere ristrutturato.

Noi di Sybilla Picena siamo entusiasti del lavoro presentato e lodiamo la capacità “sinergica” di tutti i soggetti coinvolti. Ci sentiamo di porgere un elogio particolare al sindaco di Monte Rinaldo che ha dimostrato una sensibilità non scontata e una visione di lungo periodo che è quello di cui abbiamo bisogno nelle Marche, se vogliamo contare anche sul turismo in futuro.

Il santuario ellenistico di Monte Rinaldo non è solo un scavo archeologico, ma un patrimonio collettivo che può essere ancora luogo di conoscenza, punto di incontro e sede di eventi, come lo era in passato.

I Musei delle Marche

Le Marche offrono interessanti realtà museali che punteggiano il territorio.

A fianco ai più importanti musei della regione come il Museo archeologico di Ancona o di Ascoli Piceno, esistono una serie di piccole realtà museali, sparse su tutto il territorio, che raccolgono oggetti e reperti ritrovati in loco, come ad esempio il Museo delle tombe picene di Montedinove o il Museo archeologico di Belmonte Piceno.

Al di là delle ovvie difficoltà logistiche e gestionali che affrontano i piccoli Comuni per poter garantire un servizio di apertura al pubblico, crediamo che il futuro sarà così: non grandi musei in cui gli oggetti esposti siano  stati strappati dal contesto di origine, ma un museo sparso, fatto di piccole realtà in cui sia possibile ammirare la bellezza all’interno della costellazione cui appartiene; costellazione fatta di natura, cultura, storia, uomo, società.

Il museo archeologico di Ascoli Piceno

Il Museo Archeologico di Ascoli Piceno è stato aperto al pubblico nel 1981 ed è ospitato presso Palazzo Panichi in Piazza Arringo, nel pieno centro storico della città.

Il museo è articolato in tre sezioni:

1) al piano terra si trovano i resti di epoca romana, con l’intera sezione dedicata all’arte lapidaria;

2) al primo piano vi è la ricca collezione di reperti di origine picena provenienti dai siti più importanti del territorio;

3) al secondo piano si trovano i resti preistorici che comprendono un’età che va dal Paleolitico all’Età del Bronzo.

Questo è forse uno dei musei marchigiani più importanti per i reperti archeologici del territorio qui conservati, secondo solo a quello del capoluogo di regione.

I ritrovamenti di età Picena sono il fiore all’occhiello del museo: la vivace esposizione con le sagome vestite di  armamenti e gioielli e le scientifiche ricostruzioni degli originali aiutano il visitatore a visualizzare la vita dei nostri antenati.

Nella sezione romana, invece, la coloratissima pavimentazione musiva con la raffigurazione di un’erma bifronte è indubbiamente il ritrovamento più interessante.

Pavimentazione musiva con testa bifronte
Mosaico con erma bifronte

Proveniente dal Palazzo di Giustizia di Ascoli Piceno e risalente al I d.C., rende l’idea di quale potesse essere l’opulenza e la tecnica decorativa raggiunta al tempo della Roma imperiale.

Fonti
http://www.beniculturali.it/mibac/opencms/MiBAC/sito-MiBAC/Luogo/MibacUnif/Luoghi-della-Cultura/visualizza_asset.html?id=155709&pagename=157031

Il Museo dell’Arte ceramica di Ascoli Piceno

L’ingresso del Museo

Il Museo dell’Arte ceramica di Ascoli Piceno è ospitato nello splendido chiostro del complesso medievale di San Tommaso. Inaugurato nel 2007, il museo compendia la storia della ceramica nella città a partire dalle prime manifatture del XV secolo.

 

I piatti di Montelupo

Il Museo deve molto al mecenatismo del chirurgo Antonio Ceci che donò la sua collezione alla città di Ascoli Piceno. Fra i pezzi più pregevoli del fondo Ceci vanno ricordati i piatti di Montelupo del XVII secolo, con figure dai tratti caricaturali, e un raro piatto settecentesco uscito dalle storiche fornaci di Doccia del marchese Carlo Ginori.

 

Mattonella con paesaggio, esempio di ceramica di Castelli

Di notevole pregio artistico sono le mattonelle provenienti dal convento ascolano di Sant’Angelo Magno. Le maioliche sono state prodotte fra il Seicento e il Settecento a Castelli, località abruzzese celeberrima per la produzione di ceramica. I pezzi in esposizione sono opera dei maggiori artisti castellani: Francesco e Carlo Antonio Grue, Berardino Gentili.

 

Di epoca più recente, Ottocento e  Novecento, è possibile ammirare vasi, piatti, urne, caffettiere e tazze realizzate dalla manifattura Paci (1808-1856), dalla manifatture Matricardi (1920-1929) e dalla Manifattura Fama.

 

Il Museo dispone di un attrezzatissimo laboratorio didattico corredato di tornio e forni.

Per informazioni sugli orari di visite è possibile collegarsi a http://www.ascolimusei.it/_museoceramica/

Fonte: informazioni reperite durante al visita attraverso la guida e le didascalie esposte.

Le Marche di Guido Piovene

Guido Piovene, giornalista e scrittore italiano, vissuto tra il 1907 e il 1974, è celebre per aver scritto Viaggio in Italia, una straordinaria guida letteraria del nostro Bel Paese. Il libro fu il frutto di un reportage che la RAI gli commissionò per un ciclo di trasmissioni radiofoniche, andate in onda tra il 1953 e il 1956. Nonostante siano passati più di cinquant’anni, lo sguardo attento, quasi profetico, dell’autore e la sua maestria letteraria ne fanno un’opera ancora attuale.

Leggere un libro di questo tipo oggi ha lo stesso significato della lettura delle Periegesi di Pausania o della Geografia di Strabone: è uno studio del passato (in questo caso, il nostro passato), che ci fa notare cosa è cambiato e cosa no da quel momento e ci dà lo spunto per riflettere sul nostro presente.

Ritratto fotografico di Guido Piovene (fonte: Wikipedia).

Lo stesso Piovene, attraversando la nostra Penisola, fotografò un Paese in continuo movimento/cambiamento: “Mentre percorrevo l’Italia, e scrivevo dopo ogni tappa quello che avevo appena visto, la situazione mi cambiava in parte alle spalle… Industrie si chiudevano, altre si aprivano; decadevano prefetti e sindaci; nascevano nuove province”.

In questa sua fotografia, l’immagine delle Marche è pittoresca e ancora attuale e abbiamo voluto riproporla, perchè rileggerla dà piacere rileggere. Di seguito abbiamo trascritto quelle che per noi sono le parti salienti del capitolo che Piovene ha dedicato alle Marche: è curioso, per noi marchigiani, vedere come un vicentino abbia saputo cogliere con così tanto acume lo spirito della nostra terra.

Le Marche sono un plurale. Il nord ha tinta romagnola; l’influenza toscana ed umbra è manifesta lungo la dorsale appenninica; la provincia di Ascoli Piceno è un’anticamera dell’Abruzzo e della Sabina. Ancona, città marinara, fa parte per sé stessa. In uno spazio così breve, anche la lingua muta e ha impronte romagnole, toscane, umbre, abruzzesi, secondo i luoghi. Tanti diversi spiriti ed influenze, palesi anche nel paesaggio, sembrano distillarsi e compenetrarsi nel tratto più centrale, in cui sorgono Macerata, Recanati, Loreto, Camerino. Nessuna città marchigiana ha un vero predominio nella regione. Verso Bologna gravita il pesarese e parte dell’anconetano; il resto verso Roma, supremo miraggio per tutti.

Ma per quanto ne accolgano i riverberi, le Marche non somigliano veramente né alla Toscana né alla Romagna né all’Abruzzo né all’Umbria. […] Più ancora dell’Emilia e dello stesso Veneto, le Marche sono la regione dell’incontro con l’Adriatico. Questo piccolo mare qui si spiega più intimo, più libero e silenzioso, con i suoi colori strani, che lo fanno diverso da tutti i mari della terra. Parlo di certi verdi freddi, grigi traslucidi, azzurri striati di rosso, che ricordano i marmi pregiati e le pietre dure. A differenza del Tirreno, l’Adriatico ha colori rari ed eccentrici, il gusto dell’anomalia. Si direbbe che le acque si propongano di imitare materie preziose ed estranee. E la collina marchigiana, volgendosi verso l’interno,  è quasi un grande e naturale giardino all’italiana. […] E’ il prototipo del paesaggio idillico pastorale. […]

Se si volesse stabilire qual è il paesaggio italiano più tipico, bisognerebbe indicare le Marche, specie nel maceratese e ai suoi confini.

L’Italia nel suo insieme  una specie di prisma, nel quale sembrano riflettersi tutti i paesaggi del Terra, facendo atto di presenza in proporzioni moderate e armonizzandosi l’un l’altro.

L’Italia, con i suoi paesaggi, è un distillato del mondo. Le Marche dell’Italia.

Qui abbiamo l’esempio più integro di quel paesaggio medio, dolce, senza mollezza, equilibrato, moderato, quasi che l’uomo stesso ne avesse fornito il disegno. […]

E’ abitudine dei viaggiatori stranieri, cercando quale delle nostre regioni dia il senso peculiare del nostro Paese, indicare la Toscana e l’Umbria. Credo che questo accada perchè di solito le Marche sono fuori dai lori itinerari. Questa regione, infatti, non è conosciuta ai più per visione diretta in proporzione alla sua grande bellezza naturale e artistica. […]

Ma forse alla popolarità delle Marche nuoce anche l’assenza di quegli aspetti stravaganti, sorprendenti, eccitanti, che attirano le fantasie in cerca dello straordinario. Non si ritrova nelle Marche né il primitivo né l’estremamente moderno. Nulla di iperbolico. E’ una terra filtrata, civile, la più classica delle nostre terre. […]

Difficile trovare altrove una così esatta corrispondenza tra gli animi ed il paesaggio. Chi ne cerca le origini storiche ricorda che alla sua origine stanno due razze diverse: i Piceni e gli Umbri, che non riuscirono mai ad assorbirsi a vicenda. Altre influenze, come quella gallica e quella ellenica, gli passarono senza lasciare un’impronta precisa. E due volte le Marche furono sottomesse a lungo da Roma. La prima volta da Roma repubblicana, poi da Roma papale. […]

“Un viaggio nelle Marche, non frettoloso, porta a vedere meraviglie.”

Bibliografia essenziale:
Piovene G., Viaggio in Italia, Le Marche, Milano, 1957.

http://www.teche.rai.it/1956/01/viaggio-in-italia-le-marche/

Fermo, l’oratorio di Santa Monica

Vista sull’oratorio di Santa Monica

Lungo corso Cavour/Via Girolamo Montani/Largo Valentini, a Fermo, accanto alla torre della chiesa di Sant’Agostino, si trova l’Oratorio di Santa Monica.

Fu costruito nel 1423 a spese di Giovanni Guglielmi, come riporta la lapide a caratteri gotici presente sulla facciata: “Anno D.ni MCCCCXXIII hoc opus fecit fieri Johannes Guglielmi… de Firmo”, persona allora molto influente in stretto contatto con l’ordine dei frati Agostiniani.

L’oratorio era inizialmente una chiesa dedicata a San Giovanni Battista e per questo motivo venne consacrata il 24 giugno 1425, come riportato dagli Annali di Anton di Nicolò. Passata in eredità agli Agostiniani, questi la concessero nel 1623 in uso come oratorio alla Confraternita di Santa Monica, alla quale fu poi ceduta a seguito della demaniazione.

La chiesa è un piccolo edificio a pianta rettangolare, con mura in laterizio. In facciata presenta un fregio di archetti pensili trilobati, con due monofore gotiche. L’interno è coperto con una volta a crociera affrescata e racchiude uno dei più antichi crocifissi lignei di Fermo (risalente al 1400) e il ciclo degli affreschi della vita di S. Giovanni Battista.

Il ciclo degli affreschi dell’Oratorio di S. Monica di Fermo, congiuntamente con il ciclo degli affreschi della chiesa di S. Agostino, sono uno dei patrimoni artistici più significativi di Fermo e delle Marche, uno splendido esempio di pittura quattrocentesca. Riguardo l’attribuzione, nel corso degli anni sono state avanzate svariate ipotesi: qualcuno vi ha visto la mano di Jacopo Salimbeni di San Severino Marche, altri quella di Giacomo di Nicola da Recanati e altri ancora quella di Pietro di Domenico da Montepulciano.

LA VOLTA
I dipinti sono decorati con allegorie cristiane e si riconoscono la figura della Giustizia, con in mano spada e bilancia; la Prudenza, con serpente e clessidra; nei tondi più in basso la Temperanza, nell’atto di versare acqua nel vino, e la Fortezza, con un cartiglio in mano. Nei tondi più in alto vi è raffigurata la Fede, con una croce, e una figura femminile dai connotati incerti.

Negli altri spicchi della vela vi sono anche la Speranza e la Carità. In questo modo sono state figurativamente unite le virtù teologali con quelle cardinali, volendo forse fare riferimento al fatto che queste ultime siano la base per la santità. Non a caso, le altre figure che rappresentate sono di santi Girolamo, Marco, Agostino e Benedetto.

La ricchezza ornamentale e la vivacità coloristica che decora le vele e i costoloni della volta contrastano in parte con il ciclo degli affreschi parietali sulla vita di San Giovanni Battista, più espressivi e cromaticamente più leggeri.

PARETE D’INGRESSO
Anche se fortemente mutila, vi è una scena che rappresenta la Natività del Battista da un lato e, dall’altro, due ameni viandanti con un asinello che discutono fra loro. E’ stato proposto un raffronto con un episodio del viaggio che fece la Madonna per visitare Sant’Elisabetta, un episodio già dipinto dai Salimbeni ad Urbino.

Nella parte inferiore vi sarebbe la resurrezione di Drusiana, che vede San Giovanni Evangelista benedicente una donna genuflessa. Nel Medioevo accadeva non di rado di accostare iconograficamente la figura di S. Giovanni Battista a quella di S. Giovanni Evangelista, con una naturale commistione tra i due santi e le loro azioni.

PARETE DI SINISTRA
Contiene gli episodi della vita del Battista durante il suo soggiorno nel deserto. Dentro una nicchia di questa parete, vi è raffigurata un’allegoria della Fede, che regge una croce, che fu poi coperta da un secondo affresco della Madonna con bambino del 1474. Sempre in questa parete, sono presenti i dipinti di due Santi: un S. Nicola da Tolentino, vestito di nero, e un possibile S. Biagio martire, seduto con vesti episcopali. Ci sono anche altre due scene: il Battesimo di Cristo, con la rappresentazione del fiume Giordano, e l’Ispirazione del Vangelo di Giovanni, con l’Evangelista intento a scrivere nell’isola di Patmos.

Il collegamento è presto detto: S. Giovanni Evangelista fu prima discepolo di S. Giovanni Battista; poi divenne discepolo di Gesù, quando il Precursore designò il Messia sul Giordano. È forse una delle scene più emblematiche, in cui la figura del Santo è maestosa e ieratica e il paesaggio è ravvivato da piccole scene con tocchi di realismo unici. Nell’altra zona della parete vi sono due ripiani sovrapposti, con due diverse scene della Predicazione del Battista, entrambe dagli accostamenti cromatici vivaci e con una tecnica pittorica unica in questa zona del centro Italia.

PARETE DI DESTRA
Sotto un arco a tutto sesto vi è la raffigurazione mutila di una Vergine con Bambino, fra angeli e santi: un tema tipico dell’iconografia cristiana. La tinta neutra che è stata distesa dal restauratore Pio Nardini nella lunetta della parete era priva di elementi. Le storie del Battista proseguono: S. Giovanni Battista benedice attraverso una inferriata alcuni discepoli; la scena è mutila e purtroppo non è interamente identificabile. Accanto a questa scena, un’altra ancora più bella e ben conservata: il Banchetto di Erode.

Sotto ad un portico gotico che fa da sfondo, si svolge il banchetto dove ad Erode e ai suoi invitati viene portata la testa mozzata del Santo su un piatto d’argento. Gli astanti sembrano far parte di una corte principesca coeva al pittore e tutti hanno un ruolo: gli sguardi e i cenni dei commensali tradiscono emozioni contrastanti per l’evento a cui stanno assistendo.

Salomè e un paggio, con vesti arabescate, portano dinanzi i protagonisti la testa del Santo. Erode e il suo consigliere sono disgustati e preoccupati per le sventure che deriveranno da questo omicidio, mentre Erodiade è l’unica che ostenta un sorriso malefico, un ghigno di soddisfazione per ciò che ha di fronte. Da notare che sulla tavola non mancano richiami aneddotici come i bicchieri di vino rosso, i piselli e la fava fresca. Accanto, isolato sotto un portico minore, è raffigurato il boia che rinfodera la spada dopo la decapitazione, vestito come un brigante trecentesco.

La vivacità cromatica della scena contrasta con il tema cupo della morte di S. Giovanni Battista: questa è senza ombra di dubbio la scena più caratteristica dell’Oratorio di Santa Monica di Fermo ed è anche l’unica scena della vita del Battista, che non è rappresentata nel ciclo dei Salimbeni all’Oratorio di San Giovanni Battista di Urbino.

Il ciclo degli affreschi della vita di San Giovanni Battista si pone tematicamente in linea con il più celebre ciclo degli affreschi di Assisi. Nonostante la resa pittorica non sia comparabile a quella di Assisi, ci si trova di fronte a degli affreschi di una grande potenza comunicativa ed espressiva. Naturalmente, allo spettatore/fedele di oggi riuscire risulta difficile cogliere tutti i riferimenti simbolici e allegorici dei dipinti, a coglierne per intero tutti i suoi riferimenti e le sue allegorie resta più oscuro.

Informazioni utili:
L’Oratorio di Santa Monica di Fermo è visitabile con un biglietto di 2,00 euro nei seguenti orari di apertura:
Luglio ed Agosto:
Giovedì: ore 17:00-20:00 / 21:30-23:00
Venerdì: ore 17:00-20:00
Sabato: ore 17:00-20:00
Domenica: ore 17:00-20:00

Settembre:
Solo sabato e domenica: ore 17:00-20:00

Gli orari sono soggetti a modifiche.

In alternativa è possibile contattare l’Arcidiocesi di Fermo al numero 0734/229005 per visite su richiesta. All’interno dell’oratorio non è possibile scattare fotografie.

Bibliografia essenziale:
Bisogni F., Per Giacomo di Nicola da Recanati, in “Paragone”, 1973, pp. 44-72
Dania L., La pittura a Fermo e nel suo circondario, Milano, 1968
Maranesi F. e Papetti S., Gli affreschi dell’Oratorio di Santa Monica, Fermo, 1996
Rotondi P., Restauri di affreschi: Fermo, oratorio di S. Monica, in “Bollettino d’arte”, XXXI, 1937, pp. 321-322
Zampetti P., La pittura nelle Marche, vol. I, Firenze, 1988

Giancarlo Amurri

Giancarlo Amurri è nato a Monterubbiano il 22 agosto 1929.

Cominciò a dipingere all’età di 8 anni. Per seguire le sue inclinazioni avrebbe dovuto frequentare un liceo artistico (il più vicino era a Firenze), ma i suoi genitori decisero di iscriverlo presso l’Istituto Tecnico Commerciale di Fermo, poiché la guerra era appena finita e non sarebbe stato facile seguire un corso di studi fuori regione. Contemporaneamente, tuttavia, cominciò a frequentare a Fermo una scuola privata di pittura che sarebbe diventata, sotto la guida del Maestro Giuseppe Pende, Istituto Statale d’Arte.

Terminati gli studi, Amurri si trasferì a Milano per lavorare come ragioniere. Mai sopito l’amore per la pittura, a quarant’anni, sposato con due figli adolescenti, decise con il supporto della moglie di abbandonare il suo lavoro per dedicarsi completamente alla pittura.

Riprese gli studi: prima si diplomò all’Istituto Statale d’Arte di Fermo (sezione metalli) e poi all’Accademia delle Belle Arti di Brera, sotto la guida dei maestri Purificato, De Vita, Diana, Ballo, De Grada, Cantatore.

Vinto un concorso per l’insegnamento di discipline pittoriche, cominciò a lavorare nella scuola come insegnante di disegno. Senza mai perdere di vista lo studio, frequentò un corso di xilografia e compì importanti viaggi negli Stati Uniti e in Francia, dove ha soggiornato lungamente fra il 1984 e il 1985.

Studio estivo del pittore, presso Palazzo Secreti a Monterubbiano

Dopo il pensionamento, accettò l’importante incarico di dipingere 50 scenari per la rappresentazione di opere liriche presso il Teatro Villa e altri teatri milanesi.

Oggi, a 88 anni, Amurri continua la sua infaticabile attività di pittore. D’estate torna nella sua città natale, Monterubbiano, dove quest’anno ha aperto le porte del suo studio dal 6 al 19 agosto, presso Palazzo Secreti (vedi foto)

Per ulteriori approfondimenti invitiamo a consultare il sito web dell’artista: www.giancarloamurri.it.