I Musei delle Marche

Le Marche offrono interessanti realtà museali che punteggiano il territorio.

A fianco ai più importanti musei della regione come il Museo archeologico di Ancona o di Ascoli Piceno, esistono una serie di piccole realtà museali, sparse su tutto il territorio, che raccolgono oggetti e reperti ritrovati in loco, come ad esempio il Museo delle tombe picene di Montedinove o il Museo archeologico di Belmonte Piceno.

Al di là delle ovvie difficoltà logistiche e gestionali che affrontano i piccoli Comuni per poter garantire un servizio di apertura al pubblico, crediamo che il futuro sarà così: non grandi musei in cui gli oggetti esposti siano  stati strappati dal contesto di origine, ma un museo sparso, fatto di piccole realtà in cui sia possibile ammirare la bellezza all’interno della costellazione cui appartiene; costellazione fatta di natura, cultura, storia, uomo, società.

Il museo archeologico di Ascoli Piceno

Il Museo Archeologico di Ascoli Piceno è stato aperto al pubblico nel 1981 ed è ospitato presso Palazzo Panichi in Piazza Arringo, nel pieno centro storico della città.

Il museo è articolato in tre sezioni:

1) al piano terra si trovano i resti di epoca romana, con l’intera sezione dedicata all’arte lapidaria;

2) al primo piano vi è la ricca collezione di reperti di origine picena provenienti dai siti più importanti del territorio;

3) al secondo piano si trovano i resti preistorici che comprendono un’età che va dal Paleolitico all’Età del Bronzo.

Questo è forse uno dei musei marchigiani più importanti per i reperti archeologici del territorio qui conservati, secondo solo a quello del capoluogo di regione.

I ritrovamenti di età Picena sono il fiore all’occhiello del museo: la vivace esposizione con le sagome vestite di  armamenti e gioielli e le scientifiche ricostruzioni degli originali aiutano il visitatore a visualizzare la vita dei nostri antenati.

Nella sezione romana, invece, la coloratissima pavimentazione musiva con la raffigurazione di un’erma bifronte è indubbiamente il ritrovamento più interessante.

Pavimentazione musiva con testa bifronte
Mosaico con erma bifronte

Proveniente dal Palazzo di Giustizia di Ascoli Piceno e risalente al I d.C., rende l’idea di quale potesse essere l’opulenza e la tecnica decorativa raggiunta al tempo della Roma imperiale.

Fonti
http://www.beniculturali.it/mibac/opencms/MiBAC/sito-MiBAC/Luogo/MibacUnif/Luoghi-della-Cultura/visualizza_asset.html?id=155709&pagename=157031

Il Museo dell’Arte ceramica di Ascoli Piceno

L’ingresso del Museo

Il Museo dell’Arte ceramica di Ascoli Piceno è ospitato nello splendido chiostro del complesso medievale di San Tommaso. Inaugurato nel 2007, il museo compendia la storia della ceramica nella città a partire dalle prime manifatture del XV secolo.

 

I piatti di Montelupo

Il Museo deve molto al mecenatismo del chirurgo Antonio Ceci che donò la sua collezione alla città di Ascoli Piceno. Fra i pezzi più pregevoli del fondo Ceci vanno ricordati i piatti di Montelupo del XVII secolo, con figure dai tratti caricaturali, e un raro piatto settecentesco uscito dalle storiche fornaci di Doccia del marchese Carlo Ginori.

 

Mattonella con paesaggio, esempio di ceramica di Castelli

Di notevole pregio artistico sono le mattonelle provenienti dal convento ascolano di Sant’Angelo Magno. Le maioliche sono state prodotte fra il Seicento e il Settecento a Castelli, località abruzzese celeberrima per la produzione di ceramica. I pezzi in esposizione sono opera dei maggiori artisti castellani: Francesco e Carlo Antonio Grue, Berardino Gentili.

 

Di epoca più recente, Ottocento e  Novecento, è possibile ammirare vasi, piatti, urne, caffettiere e tazze realizzate dalla manifattura Paci (1808-1856), dalla manifatture Matricardi (1920-1929) e dalla Manifattura Fama.

 

Il Museo dispone di un attrezzatissimo laboratorio didattico corredato di tornio e forni.

Per informazioni sugli orari di visite è possibile collegarsi a http://www.ascolimusei.it/_museoceramica/

Fonte: informazioni reperite durante al visita attraverso la guida e le didascalie esposte.

Le Marche di Guido Piovene

Guido Piovene, giornalista e scrittore italiano, vissuto tra il 1907 e il 1974, è celebre per aver scritto Viaggio in Italia, una straordinaria guida letteraria del nostro Bel Paese. Il libro fu il frutto di un reportage che la RAI gli commissionò per un ciclo di trasmissioni radiofoniche, andate in onda tra il 1953 e il 1956. Nonostante siano passati più di cinquant’anni, lo sguardo attento, quasi profetico, dell’autore e la sua maestria letteraria ne fanno un’opera ancora attuale.

Leggere un libro di questo tipo oggi ha lo stesso significato della lettura delle Periegesi di Pausania o della Geografia di Strabone: è uno studio del passato (in questo caso, il nostro passato), che ci fa notare cosa è cambiato e cosa no da quel momento e ci dà lo spunto per riflettere sul nostro presente.

Ritratto fotografico di Guido Piovene (fonte: Wikipedia).

Lo stesso Piovene, attraversando la nostra Penisola, fotografò un Paese in continuo movimento/cambiamento: “Mentre percorrevo l’Italia, e scrivevo dopo ogni tappa quello che avevo appena visto, la situazione mi cambiava in parte alle spalle… Industrie si chiudevano, altre si aprivano; decadevano prefetti e sindaci; nascevano nuove province”.

In questa sua fotografia, l’immagine delle Marche è pittoresca e ancora attuale e abbiamo voluto riproporla, perchè rileggerla dà piacere rileggere. Di seguito abbiamo trascritto quelle che per noi sono le parti salienti del capitolo che Piovene ha dedicato alle Marche: è curioso, per noi marchigiani, vedere come un vicentino abbia saputo cogliere con così tanto acume lo spirito della nostra terra.

Le Marche sono un plurale. Il nord ha tinta romagnola; l’influenza toscana ed umbra è manifesta lungo la dorsale appenninica; la provincia di Ascoli Piceno è un’anticamera dell’Abruzzo e della Sabina. Ancona, città marinara, fa parte per sé stessa. In uno spazio così breve, anche la lingua muta e ha impronte romagnole, toscane, umbre, abruzzesi, secondo i luoghi. Tanti diversi spiriti ed influenze, palesi anche nel paesaggio, sembrano distillarsi e compenetrarsi nel tratto più centrale, in cui sorgono Macerata, Recanati, Loreto, Camerino. Nessuna città marchigiana ha un vero predominio nella regione. Verso Bologna gravita il pesarese e parte dell’anconetano; il resto verso Roma, supremo miraggio per tutti.

Ma per quanto ne accolgano i riverberi, le Marche non somigliano veramente né alla Toscana né alla Romagna né all’Abruzzo né all’Umbria. […] Più ancora dell’Emilia e dello stesso Veneto, le Marche sono la regione dell’incontro con l’Adriatico. Questo piccolo mare qui si spiega più intimo, più libero e silenzioso, con i suoi colori strani, che lo fanno diverso da tutti i mari della terra. Parlo di certi verdi freddi, grigi traslucidi, azzurri striati di rosso, che ricordano i marmi pregiati e le pietre dure. A differenza del Tirreno, l’Adriatico ha colori rari ed eccentrici, il gusto dell’anomalia. Si direbbe che le acque si propongano di imitare materie preziose ed estranee. E la collina marchigiana, volgendosi verso l’interno,  è quasi un grande e naturale giardino all’italiana. […] E’ il prototipo del paesaggio idillico pastorale. […]

Se si volesse stabilire qual è il paesaggio italiano più tipico, bisognerebbe indicare le Marche, specie nel maceratese e ai suoi confini.

L’Italia nel suo insieme  una specie di prisma, nel quale sembrano riflettersi tutti i paesaggi del Terra, facendo atto di presenza in proporzioni moderate e armonizzandosi l’un l’altro.

L’Italia, con i suoi paesaggi, è un distillato del mondo. Le Marche dell’Italia.

Qui abbiamo l’esempio più integro di quel paesaggio medio, dolce, senza mollezza, equilibrato, moderato, quasi che l’uomo stesso ne avesse fornito il disegno. […]

E’ abitudine dei viaggiatori stranieri, cercando quale delle nostre regioni dia il senso peculiare del nostro Paese, indicare la Toscana e l’Umbria. Credo che questo accada perchè di solito le Marche sono fuori dai lori itinerari. Questa regione, infatti, non è conosciuta ai più per visione diretta in proporzione alla sua grande bellezza naturale e artistica. […]

Ma forse alla popolarità delle Marche nuoce anche l’assenza di quegli aspetti stravaganti, sorprendenti, eccitanti, che attirano le fantasie in cerca dello straordinario. Non si ritrova nelle Marche né il primitivo né l’estremamente moderno. Nulla di iperbolico. E’ una terra filtrata, civile, la più classica delle nostre terre. […]

Difficile trovare altrove una così esatta corrispondenza tra gli animi ed il paesaggio. Chi ne cerca le origini storiche ricorda che alla sua origine stanno due razze diverse: i Piceni e gli Umbri, che non riuscirono mai ad assorbirsi a vicenda. Altre influenze, come quella gallica e quella ellenica, gli passarono senza lasciare un’impronta precisa. E due volte le Marche furono sottomesse a lungo da Roma. La prima volta da Roma repubblicana, poi da Roma papale. […]

“Un viaggio nelle Marche, non frettoloso, porta a vedere meraviglie.”

Bibliografia essenziale:
Piovene G., Viaggio in Italia, Le Marche, Milano, 1957.

http://www.teche.rai.it/1956/01/viaggio-in-italia-le-marche/

Fermo, l’oratorio di Santa Monica

Vista sull’oratorio di Santa Monica

Lungo corso Cavour/Via Girolamo Montani/Largo Valentini, a Fermo, accanto alla torre della chiesa di Sant’Agostino, si trova l’Oratorio di Santa Monica.

Fu costruito nel 1423 a spese di Giovanni Guglielmi, come riporta la lapide a caratteri gotici presente sulla facciata: “Anno D.ni MCCCCXXIII hoc opus fecit fieri Johannes Guglielmi… de Firmo”, persona allora molto influente in stretto contatto con l’ordine dei frati Agostiniani.

L’oratorio era inizialmente una chiesa dedicata a San Giovanni Battista e per questo motivo venne consacrata il 24 giugno 1425, come riportato dagli Annali di Anton di Nicolò. Passata in eredità agli Agostiniani, questi la concessero nel 1623 in uso come oratorio alla Confraternita di Santa Monica, alla quale fu poi ceduta a seguito della demaniazione.

La chiesa è un piccolo edificio a pianta rettangolare, con mura in laterizio. In facciata presenta un fregio di archetti pensili trilobati, con due monofore gotiche. L’interno è coperto con una volta a crociera affrescata e racchiude uno dei più antichi crocifissi lignei di Fermo (risalente al 1400) e il ciclo degli affreschi della vita di S. Giovanni Battista.

Il ciclo degli affreschi dell’Oratorio di S. Monica di Fermo, congiuntamente con il ciclo degli affreschi della chiesa di S. Agostino, sono uno dei patrimoni artistici più significativi di Fermo e delle Marche, uno splendido esempio di pittura quattrocentesca. Riguardo l’attribuzione, nel corso degli anni sono state avanzate svariate ipotesi: qualcuno vi ha visto la mano di Jacopo Salimbeni di San Severino Marche, altri quella di Giacomo di Nicola da Recanati e altri ancora quella di Pietro di Domenico da Montepulciano.

LA VOLTA
I dipinti sono decorati con allegorie cristiane e si riconoscono la figura della Giustizia, con in mano spada e bilancia; la Prudenza, con serpente e clessidra; nei tondi più in basso la Temperanza, nell’atto di versare acqua nel vino, e la Fortezza, con un cartiglio in mano. Nei tondi più in alto vi è raffigurata la Fede, con una croce, e una figura femminile dai connotati incerti.

Negli altri spicchi della vela vi sono anche la Speranza e la Carità. In questo modo sono state figurativamente unite le virtù teologali con quelle cardinali, volendo forse fare riferimento al fatto che queste ultime siano la base per la santità. Non a caso, le altre figure che rappresentate sono di santi Girolamo, Marco, Agostino e Benedetto.

La ricchezza ornamentale e la vivacità coloristica che decora le vele e i costoloni della volta contrastano in parte con il ciclo degli affreschi parietali sulla vita di San Giovanni Battista, più espressivi e cromaticamente più leggeri.

PARETE D’INGRESSO
Anche se fortemente mutila, vi è una scena che rappresenta la Natività del Battista da un lato e, dall’altro, due ameni viandanti con un asinello che discutono fra loro. E’ stato proposto un raffronto con un episodio del viaggio che fece la Madonna per visitare Sant’Elisabetta, un episodio già dipinto dai Salimbeni ad Urbino.

Nella parte inferiore vi sarebbe la resurrezione di Drusiana, che vede San Giovanni Evangelista benedicente una donna genuflessa. Nel Medioevo accadeva non di rado di accostare iconograficamente la figura di S. Giovanni Battista a quella di S. Giovanni Evangelista, con una naturale commistione tra i due santi e le loro azioni.

PARETE DI SINISTRA
Contiene gli episodi della vita del Battista durante il suo soggiorno nel deserto. Dentro una nicchia di questa parete, vi è raffigurata un’allegoria della Fede, che regge una croce, che fu poi coperta da un secondo affresco della Madonna con bambino del 1474. Sempre in questa parete, sono presenti i dipinti di due Santi: un S. Nicola da Tolentino, vestito di nero, e un possibile S. Biagio martire, seduto con vesti episcopali. Ci sono anche altre due scene: il Battesimo di Cristo, con la rappresentazione del fiume Giordano, e l’Ispirazione del Vangelo di Giovanni, con l’Evangelista intento a scrivere nell’isola di Patmos.

Il collegamento è presto detto: S. Giovanni Evangelista fu prima discepolo di S. Giovanni Battista; poi divenne discepolo di Gesù, quando il Precursore designò il Messia sul Giordano. È forse una delle scene più emblematiche, in cui la figura del Santo è maestosa e ieratica e il paesaggio è ravvivato da piccole scene con tocchi di realismo unici. Nell’altra zona della parete vi sono due ripiani sovrapposti, con due diverse scene della Predicazione del Battista, entrambe dagli accostamenti cromatici vivaci e con una tecnica pittorica unica in questa zona del centro Italia.

PARETE DI DESTRA
Sotto un arco a tutto sesto vi è la raffigurazione mutila di una Vergine con Bambino, fra angeli e santi: un tema tipico dell’iconografia cristiana. La tinta neutra che è stata distesa dal restauratore Pio Nardini nella lunetta della parete era priva di elementi. Le storie del Battista proseguono: S. Giovanni Battista benedice attraverso una inferriata alcuni discepoli; la scena è mutila e purtroppo non è interamente identificabile. Accanto a questa scena, un’altra ancora più bella e ben conservata: il Banchetto di Erode.

Sotto ad un portico gotico che fa da sfondo, si svolge il banchetto dove ad Erode e ai suoi invitati viene portata la testa mozzata del Santo su un piatto d’argento. Gli astanti sembrano far parte di una corte principesca coeva al pittore e tutti hanno un ruolo: gli sguardi e i cenni dei commensali tradiscono emozioni contrastanti per l’evento a cui stanno assistendo.

Salomè e un paggio, con vesti arabescate, portano dinanzi i protagonisti la testa del Santo. Erode e il suo consigliere sono disgustati e preoccupati per le sventure che deriveranno da questo omicidio, mentre Erodiade è l’unica che ostenta un sorriso malefico, un ghigno di soddisfazione per ciò che ha di fronte. Da notare che sulla tavola non mancano richiami aneddotici come i bicchieri di vino rosso, i piselli e la fava fresca. Accanto, isolato sotto un portico minore, è raffigurato il boia che rinfodera la spada dopo la decapitazione, vestito come un brigante trecentesco.

La vivacità cromatica della scena contrasta con il tema cupo della morte di S. Giovanni Battista: questa è senza ombra di dubbio la scena più caratteristica dell’Oratorio di Santa Monica di Fermo ed è anche l’unica scena della vita del Battista, che non è rappresentata nel ciclo dei Salimbeni all’Oratorio di San Giovanni Battista di Urbino.

Il ciclo degli affreschi della vita di San Giovanni Battista si pone tematicamente in linea con il più celebre ciclo degli affreschi di Assisi. Nonostante la resa pittorica non sia comparabile a quella di Assisi, ci si trova di fronte a degli affreschi di una grande potenza comunicativa ed espressiva. Naturalmente, allo spettatore/fedele di oggi riuscire risulta difficile cogliere tutti i riferimenti simbolici e allegorici dei dipinti, a coglierne per intero tutti i suoi riferimenti e le sue allegorie resta più oscuro.

Informazioni utili:
L’Oratorio di Santa Monica di Fermo è visitabile con un biglietto di 2,00 euro nei seguenti orari di apertura:
Luglio ed Agosto:
Giovedì: ore 17:00-20:00 / 21:30-23:00
Venerdì: ore 17:00-20:00
Sabato: ore 17:00-20:00
Domenica: ore 17:00-20:00

Settembre:
Solo sabato e domenica: ore 17:00-20:00

Gli orari sono soggetti a modifiche.

In alternativa è possibile contattare l’Arcidiocesi di Fermo al numero 0734/229005 per visite su richiesta. All’interno dell’oratorio non è possibile scattare fotografie.

Bibliografia essenziale:
Bisogni F., Per Giacomo di Nicola da Recanati, in “Paragone”, 1973, pp. 44-72
Dania L., La pittura a Fermo e nel suo circondario, Milano, 1968
Maranesi F. e Papetti S., Gli affreschi dell’Oratorio di Santa Monica, Fermo, 1996
Rotondi P., Restauri di affreschi: Fermo, oratorio di S. Monica, in “Bollettino d’arte”, XXXI, 1937, pp. 321-322
Zampetti P., La pittura nelle Marche, vol. I, Firenze, 1988

Giancarlo Amurri

Giancarlo Amurri è nato a Monterubbiano il 22 agosto 1929.

Cominciò a dipingere all’età di 8 anni. Per seguire le sue inclinazioni avrebbe dovuto frequentare un liceo artistico (il più vicino era a Firenze), ma i suoi genitori decisero di iscriverlo presso l’Istituto Tecnico Commerciale di Fermo, poiché la guerra era appena finita e non sarebbe stato facile seguire un corso di studi fuori regione. Contemporaneamente, tuttavia, cominciò a frequentare a Fermo una scuola privata di pittura che sarebbe diventata, sotto la guida del Maestro Giuseppe Pende, Istituto Statale d’Arte.

Terminati gli studi, Amurri si trasferì a Milano per lavorare come ragioniere. Mai sopito l’amore per la pittura, a quarant’anni, sposato con due figli adolescenti, decise con il supporto della moglie di abbandonare il suo lavoro per dedicarsi completamente alla pittura.

Riprese gli studi: prima si diplomò all’Istituto Statale d’Arte di Fermo (sezione metalli) e poi all’Accademia delle Belle Arti di Brera, sotto la guida dei maestri Purificato, De Vita, Diana, Ballo, De Grada, Cantatore.

Vinto un concorso per l’insegnamento di discipline pittoriche, cominciò a lavorare nella scuola come insegnante di disegno. Senza mai perdere di vista lo studio, frequentò un corso di xilografia e compì importanti viaggi negli Stati Uniti e in Francia, dove ha soggiornato lungamente fra il 1984 e il 1985.

Studio estivo del pittore, presso Palazzo Secreti a Monterubbiano

Dopo il pensionamento, accettò l’importante incarico di dipingere 50 scenari per la rappresentazione di opere liriche presso il Teatro Villa e altri teatri milanesi.

Oggi, a 88 anni, Amurri continua la sua infaticabile attività di pittore. D’estate torna nella sua città natale, Monterubbiano, dove quest’anno ha aperto le porte del suo studio dal 6 al 19 agosto, presso Palazzo Secreti (vedi foto)

Per ulteriori approfondimenti invitiamo a consultare il sito web dell’artista: www.giancarloamurri.it.

Il carciofo di Montelupone: elisir di salute e bellezza

Discovermarche

Tutti sappiamo che per una corretta alimentazione occorre mangiare molta verdura.

Durante una delle lunghe conversazioni telefoniche, una mia amica italiana mi raccontava di come utilizza in cucina verdure rigorosamente di stagione.

Non avevo mai pensato ai vegetali come prodotti con forti poteri “ antiossidanti” e come mezzi di prevenzione di malattie. Per me, la verdura ha da sempre rappresentato un contorno gustoso e, soprattutto, con poche calorie il cui senso di sazietà aiuta notevolmente a mantenere la linea.

Ma davvero, non mi ero mai soffermata su altre qualità degli ortaggi.

La mia amica mi raccontava di essersi trovata a parlare con alcuni produttori di ortaggi che le hanno spiegato che, se usassimo con criterio e quotidianamente alcuni prodotti, potremmo evitare molti medicinali.

Voi, sapevate che il carciofo potrebbe essere una nuova arma contro il tumore???

Il giornale web ANSA.it, nella sezione Salute & Benessere, presenta il carciofo come possibile…

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I ragazzi e il folkore: Voci della memoria

Locandine di Voci della memoria

Ieri, sabato 28 maggio, si è tenuta la decima edizioni di Voci della memoria, rassegna del folklore per ragazzi organizzata dal Centro di studio sul folklore Piceno di Ortezzano.

Nella splendida cornice del teatro Alaleona di Montegiorgio, i ragazzi delle scuole primarie di Campofilone, Ponzano, Monsampietro Morico, e della scuola secondaria di primo grado di Montegiorgio si sono esibiti con pièce teatrali ispirate ad aspetti della cultura popolare come la raccolta delle erbe spontanee, la vita spirituale, gli antichi mestieri.

Lo spettacolo è stato arricchito dalle esibizioni di saltarello del gruppo folkloristico Ortensia di Ortezzano, accompagnato dalla musica dei Ceca Face.

Quest’anno si è trattato di un’appuntamento speciale, interamente dedicato alla memoria della maestra Emanuela Angelini, fortemente impegnata nella valorizzazione e nella divulgazione della cultura popolare fra le nuove generazioni.

Lo studio attento della cultura tradizionale ha un duplice ed essenziale fine: tramandare la memoria di un passato recente di cui stiamo perdendo traccia a causa dei profondi mutamenti socio-economici del secolo scorso; coltivare le nostre radici affinché siano più che mero folklore, ma uno stimolo per conciliare tradizione e innovazione, conservazione e progresso, passato e futuro.

Il Sacro, collettiva d’arte degli ex allievi dell’Istituto d’Arte

A Fermo, l’Oratorio di Santa Monica ospiterà fino al 7 maggio la terza edizione della mostra collettiva curata dall’Associazione degli Ex Allievi dell’Istituto Statale d’Arte “Umberto Preziotti”.

Non poteva essere scelto luogo più significativo visto il tema della mostra: il Sacro.

Lo spazio architettonico e il mirabile ciclo d’affreschi dell’oratorio entrano in relazione con le opere esposte, in un dialogo non solo tematico, ma anche diacronico, per una delle domande che più inquietano l’uomo: la domanda sul divino, sull’Aldilà, sulla redenzione e la sua possibilità, sul senso della vita, sull’uomo stesso.

Panoramica della mostra (foto realizzata e gentilmente concessa dal M° Donato Landi).


Ciascuno dei 41 artisti in esposizione ha offerto il proprio prezioso e personale contributo
: il risultato è un itinerario espositivo che si fa costellazione e che riesce ad instaurare un rapporto vivo con la storia dell’arte e con la storia del Sacro.

Particolare della mostra: sulla sinistra la splendida Santa Lucia, statua lignea realizzata da Giuseppe Pende.

Il Sacro è così intimamente connesso alla rappresentazione artistica che ogni opera d’arte è lo svelamento di quel che non può essere visto. L’intreccio fra sacro e immagine artistica sarà l’oggetto della conferenza della Prof.ssa Luana Trapè: Il sacro e l’arte. Dalle pitture rupestri a Rothko.

La professoressa ripercorrerà la storia dell’arte dall’epoca primitiva fino alla contemporaneità passando attraverso la mediazione dello spirito religioso e e del pensiero filosofico. La conferenza si terrà sabato 22 aprile a Fermo, presso l’Auditorium San Zenone, alle ore 18:00.

Altro particolare della mostra.

Di seguito citiamo tutti i 41 artisti: Simone Beato, Massimiliano Berdini, Yonas Bibini, Anna Maria Bozzi, Marisa Calisti, Grazia Carminucci, Mario Censi, Angela Ceri, Caterina Ciarrocchi, Gabriella Colonnella, Sante Damiani, Giuliano De Minicis, Josip Dolic, Giovanni Ercoli, Maria Feliziani, Angela Illuminati, Donato Landi, Giuseppe Mitarotonda, Sandro Mori, Fabrizio Moriconi, Mario Moronti, Francesco Musati, Giuseppe Pancione, Eleonora Paniconi, Lucia Postacchini, Mauro Postacchini, Valeriano Prati, Massimo Ripa, Stefano Rosa, Gisella Rossi, Patrizio Sanguigni, Renato Santiloni, Micaela Sason Bazzani, Ermanna Seccacini, Nadia Simonelli, Teo Tini, Corrado Virgili, Silvano Zanchi. Clicca sul link per scaricare il Catalogo completo della Mostra.

Per le visite, ecco alcune informazioni utili:
Dall’8 aprile al 7 maggio, Oratorio di Santa Monica, Fermo.
Orari: martedì-venerdì 17:00 – 19:00, Sabato e domenica 10:30-12:30, 17:00-19:00.
Informazioni: 333 9919288
Email: exallieviartepreziotti@gmail.com

Il Museo del Mare di San Benedetto del Tronto

Facciata del Museo del Mare
Facciata del Museo del Mare

Qualche settimana fa ci siamo recati a San Benedetto del Tronto, presso il Museo del Mare. Questo piccolo Polo Museale è collocato all’interno dell’attuale sede del Mercato Ittico all’Ingrosso, presso il Molo Nord di San Benedetto del Tronto. Al suo interno è compreso l’Antiquarium Truentinum, il Museo delle Anfore, il Museo Ittico “Augusto Capriotti” e il Museo della Civiltà Marinara delle Marche. Inoltre, anche se noi non abbiamo avuto modo di visitarla, fa parte di questo museo anche la Pinacoteca del Mare di Palazzo Piacentini, al “Paese Alto” della città.

Il piano terra del Museo ospita l’Antiquarium, che raccoglie alcuni reperti archeologici dell’antico Castrum Truentinum, provenienti dal territorio tra il fiume Tesino, il Tronto e i territori di Monteprandone, Acquaviva Picena e Ripatransone. I reperti, rinvenuti dall’ArcheoClub locale o provenienti da scavi stratigrafici della Soprintendenza delle Marche, vanno dall’Età della Pietra al periodo piceno fino ad arrivare al dominio romano. Di notevole pregio è la “Collezione Guidi”, una serie di asce dell’Età del Bronzo, rinvenute nel primo novecento ad Acquaviva Picena nelle proprietà del marchese Antonio Guidi, sindaco di San Benedetto del Tronto tra il 1911 e il 1919.

san-benedetto-del-tronto-museo-del-mare-3Al primo piano si trova il Museo delle Anfore, che racchiude molte delle anfore recuperate dai pescherecci sambenedettesi nel corso dello scorso secolo. Raccolte e donate al Comune dal dottor Giovanni Perotti, sono state usate per un’affascinante esposizione didattica nella Sala 1, “Un Mare di Anfore”. A terra, una pavimentazione raffigura l’Europa e il Mar Mediterraneo, con esposte alcune tipologie delle anfore più comuni, come l’anfora di tipo Dressel 6A, tipica del Mar Adriatico. Nelle altre sale, non mancano i riferimenti ai commerci di olio e vino tra Greci e Piceni, fino alla grande ricostruzione parziale di una tipica nave da trasporto romana. Anche i Romani, infatti, trafficavano moltissimo nel mare Adriatico, usando le anfore sopratutto per trasportare una salsa di pesce chiamata garum.

RIproduzioni di imbarcazione romana da carico
Riproduzione di imbarcazione romana da carico


Uscendo dal corpo centrale dell’edificio e percorrendo un breve tratto esterno, si raggiungono le altre due ale del polo museale: il Museo della Civiltà Marinara delle Marche e il Museo Ittico
. L’esposizione riguardante la civiltà marinara è ricca di immagini, antiche carte, attrezzi da lavoro marinareschi e riproduzioni in scala di imbarcazioni tipiche del Mediterraneo. Un piccolo spaccato di passata quotidianità in una città di mare come San Benedetto del Tronto.

Il Museo Ittico “Augusto Capriotti” racchiude un’ampia collezione di flora e fauna marina proveniente non solo dall’Adriatico, ma da tutti i mari del mondo
. Il nucleo primitivo di questa raccolta la si deve al prof. Augusto Capriotti (1920-1970), ricercatore in microbiologia di fama internazionale.

Il Museo del Mare di San Benedetto del Tronto si trova in Via Colombo, 92 “Zona Porto” ed è possibile contattare la sede per informazioni e orari al numero (+39) 0735 592177 oppure visitare il sito http://www.comunesbt.it, http://www.museodelleanfore.it, http://www.museoitticocapriotti.com.