Il Museo del Mare di San Benedetto del Tronto

Facciata del Museo del Mare
Facciata del Museo del Mare

Qualche settimana fa ci siamo recati a San Benedetto del Tronto, presso il Museo del Mare. Questo piccolo Polo Museale è collocato all’interno dell’attuale sede del Mercato Ittico all’Ingrosso, presso il Molo Nord di San Benedetto del Tronto. Al suo interno è compreso l’Antiquarium Truentinum, il Museo delle Anfore, il Museo Ittico “Augusto Capriotti” e il Museo della Civiltà Marinara delle Marche. Inoltre, anche se noi non abbiamo avuto modo di visitarla, fa parte di questo museo anche la Pinacoteca del Mare di Palazzo Piacentini, al “Paese Alto” della città.

Il piano terra del Museo ospita l’Antiquarium, che raccoglie alcuni reperti archeologici dell’antico Castrum Truentinum, provenienti dal territorio tra il fiume Tesino, il Tronto e i territori di Monteprandone, Acquaviva Picena e Ripatransone. I reperti, rinvenuti dall’ArcheoClub locale o provenienti da scavi stratigrafici della Soprintendenza delle Marche, vanno dall’Età della Pietra al periodo piceno fino ad arrivare al dominio romano. Di notevole pregio è la “Collezione Guidi”, una serie di asce dell’Età del Bronzo, rinvenute nel primo novecento ad Acquaviva Picena nelle proprietà del marchese Antonio Guidi, sindaco di San Benedetto del Tronto tra il 1911 e il 1919.

san-benedetto-del-tronto-museo-del-mare-3Al primo piano si trova il Museo delle Anfore, che racchiude molte delle anfore recuperate dai pescherecci sambenedettesi nel corso dello scorso secolo. Raccolte e donate al Comune dal dottor Giovanni Perotti, sono state usate per un’affascinante esposizione didattica nella Sala 1, “Un Mare di Anfore”. A terra, una pavimentazione raffigura l’Europa e il Mar Mediterraneo, con esposte alcune tipologie delle anfore più comuni, come l’anfora di tipo Dressel 6A, tipica del Mar Adriatico. Nelle altre sale, non mancano i riferimenti ai commerci di olio e vino tra Greci e Piceni, fino alla grande ricostruzione parziale di una tipica nave da trasporto romana. Anche i Romani, infatti, trafficavano moltissimo nel mare Adriatico, usando le anfore sopratutto per trasportare una salsa di pesce chiamata garum.

RIproduzioni di imbarcazione romana da carico
Riproduzione di imbarcazione romana da carico


Uscendo dal corpo centrale dell’edificio e percorrendo un breve tratto esterno, si raggiungono le altre due ale del polo museale: il Museo della Civiltà Marinara delle Marche e il Museo Ittico
. L’esposizione riguardante la civiltà marinara è ricca di immagini, antiche carte, attrezzi da lavoro marinareschi e riproduzioni in scala di imbarcazioni tipiche del Mediterraneo. Un piccolo spaccato di passata quotidianità in una città di mare come San Benedetto del Tronto.

Il Museo Ittico “Augusto Capriotti” racchiude un’ampia collezione di flora e fauna marina proveniente non solo dall’Adriatico, ma da tutti i mari del mondo
. Il nucleo primitivo di questa raccolta la si deve al prof. Augusto Capriotti (1920-1970), ricercatore in microbiologia di fama internazionale.

Il Museo del Mare di San Benedetto del Tronto si trova in Via Colombo, 92 “Zona Porto” ed è possibile contattare la sede per informazioni e orari al numero (+39) 0735 592177 oppure visitare il sito http://www.comunesbt.it, http://www.museodelleanfore.it, http://www.museoitticocapriotti.com.

Sessant’anni di “Cuma”

Monte Rinaldo

Il 2017 sta per arrivare e vi presentiamo in anteprima il calendario che celebrerà i festeggiamenti per i sessant’anni della scoperta di Cuma, luogo dove nel 1957 si sono scoperti i resti di un importante santuario ellenistico di età tardo-repubblicana. Oggi La Cuma è una delle più importanti realtà archeologiche della Regione Marche e per questo vogliamo festeggiarla con una serie di scatti inediti e mai visti prima. Buona visione!

#BuonAnno1957-2017#SessantannidiCuma#Monterinaldo

Per la visualizzazione clicca qui –>1957-2017 Sessant’anni di Cuma – Calendario

Un particolare ringraziamento va a:
Comune di Monte Rinaldo
– Ministero per i Beni e le Attività Culturali – Soprintendenza Archeologica, Belle Arti e Paesaggio delle Marche
Rete Museale dei Sibillini
Pro Loco Monte Rinaldo “Cuma”

La Cuma, una delle aree archeologiche più importanti del centro Italia, è stata scoperta nell’anno 1957 e con alcune…

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La battaglia di Sentino, un conflitto multietnico nell’Italia del IV secolo a.C.

Resta d’attualità parlare della struttura multietnica dell’Italia di ieri, in un’epoca – oggi – in cui il diverso non dovrebbe fare più paura.

Alla metà del IV secolo a. C., da nord a sud lo Stivale era una variopinta fantasia di popolazioni ed etnie.

I Liguri erano stanziati nell’attuale Liguria, nelle Alpi Apuane e in buona parte del Piemonte. Gli Etruschi abitavano l’attuale Toscana e alto Lazio; le tribù galliche occupavano la Pianura Padana fino alle Marche settentrionali.
Sull’Appennino, dal Centro al Sud, convivevano più o meno pacificamente Umbri, Marsi, Peligni, Sanniti e Campani. Sulle coste dell’Adriatico centrale abitavano Piceni, Pretuzi, Frentani, Vestini e Marruccini. Più a sud, nell’attuale Puglia, si trovavano gli Iapigi.
Lungo le coste siciliane e sarde vi erano insediamenti cartaginesi e i Sardi, per ripararsi dalle scorribande dei Popoli del mare, vivevano nel cuore della Sardegna. Da Ancona a Reggio Calabria, infine, vi erano numerosi insediamenti greci, alcuni dei quali molto fiorenti, come Taranto e Siracusa.

Roma, in questa Babele di tribù e gruppi etnici, cresceva rapidamente: a seguito della conquista di Veio e della supremazia sulle altre città latine, iniziava a destare la preoccupazione di Sabini, Ernici, Aurunci, Equi e Volsci.
I Romani, infatti, assieme ai Sanniti, erano il gruppo etnico militarmente più potente. Fra i due ben presto cominciò a soffiare un vento caldo d’ostilità. Difficile ricostruire dal punto di vista storiografico il complesso quadro dello scontro fra i due, perché troppo lacunose e ambigue sono le testimonianze che ci sono state tramandate dagli storici. Quello che è certo è che i due popoli stipularono un accordo nel 354 a.C.: il fiume Liri era riconosciuto come confine naturale fra i rispettivi territori.

La pace, però, non poteva durare a lungo: i Romani, accerchiati da popoli stranieri si sentivano minacciati, tanto più che Etruschi, Galli, Umbri, Sabini e Sanniti decisero di allearsi in una Lega.

Roma rispose alla provocazione cercando alleanze presso alcuni popoli che vivevano lungo la costa adriatica: Peligni, Maruccini,  Frentani e Piceni (quest’ultimi preoccupati della discesa dei Galli). L’idea centrale della strategia romana era contro-accerchiare i Sanniti.
Il pretesto per la ripresa delle ostilità arrivò nel 350 a. C.: i Sanniti attaccarono i Campani, i quali chiesero aiuti militari ai Romani. La guerra che ne scaturì terminò due anni dopo, con il ristabilimento del precedente trattato.

Poi le ostilità fra Romani e Sanniti ripresero nel 341 e si protrassero fino al 304: guerra fatta di alleanze con città ostili agli uni o agli altri. Alcune città si spaccarono politicamente a metà, fra fazioni filoromane e fazioni filosannite. Napoli fu il caso più emblematico: la componente greca era apertamente filoromana, quella osca filosannita.

Ancora una volta le ostilità finirono con un trattato politico che non portò nessun risultato stabile.

Nel 302 a. C., dopo essersi alleati con i Lucani (“imparentati” con i Sanniti), i Romani invasero il territorio etrusco. Erano preoccupati dal fatto che popoli tradizionalmente invisi gli uni agli altri –  come Sanniti, Galli, Etruschi e Umbri – si alleassero contro un nemico comune. La Lega anti-romana avrebbe potuto coinvolgere alla lunga anche popoli che si erano mantenuti sostanzialmente neutrali o non ostili come, ad esempio, i Piceni.
L’esercito romano, dunque, si mise in movimento: al comando Quinto Fabio Massimo Rulliano, console della prima e della terza legione, e Publio Decio Mure in testa alla quarta e alla sesta. Completavano l’esercito un contingente di alleati latini e un contingente di cavalieri. Fra questi ultimi  vi erano anche un migliaio di uomini inviati dalla Lega Campana, i quali erano probabilmente fra i migliori guerrieri della Penisola.

Non è facile ricostruire con esattezza quali furono le operazioni che precedettero lo scontro diretto fra esercito romano ed esercito nemico.

Livio riferisce che le operazioni militari precedenti alla battaglia si svolsero a Camars, l’attuale Chiusi (vd. Tito Livio, Ab Urbe condita, l, X): l’esercito romano si raccolse ad Aharna (Civitella d’Arno), a 10 km da Perugia.

Un’ipotesi è che da qui si mise in cammino verso Gubbio, seguendo l’attuale percorso della linea ferroviaria Fabriano-Sassoferrato, più facile anche da tenere sotto controllo. Poi, forse, da Gubbio l’esercito romano raggiunse il valico del Passo della Scheggia: percorso impervio, ma i Romani già si erano abituati da tempo alle guerre di montagna.

I Sanniti, secondo l’ipotesi più credibile, si mossero verso l’Etruria attraverso i territori degli alleati (Sabini ed Umbri). Unitisi agli Etruschi, proseguirono verso nord per unirsi agli alleati Galli nei pressi di Sentino.

Il probabile percorso dei due eserciti nemici
Battaglia di Sentino: l’itinerario dei due eserciti nemici

Il teatro dell’epico scontro fu Sentinum, nel 295 a. C. L’identificazione più verosimile del luogo esatto si troverebbe nei pressi di Sassoferrato, benché a tutt’oggi manchino ancora le evidenze archeologiche a fugare ogni dubbio.

I due eserciti si trovarono faccia a faccia: i Romani da una parte, i Sanniti e i Galli dall’altra.

Il console romano Rulliano con le sue legioni fronteggiò lo schieramento dei Sanniti, cercando di restare sulla difensiva con il lancio di giavellotti dalla lunga distanza.
Mure, l’altro console, incalzò da subito l’esercito dei Galli: mossa azzardata, dato che questi erano guerrieri molto irruenti. Mure, però, era consapevole che i Galli avevano un enorme punto debole: come riporta Livio, erano poco avvezzi a sopportare il caldo.

L’esercito romano fu spiazzato da una novità che i Galli avevano serbato per coglierli di sorpresa: i carri da guerra. La cavalleria romana andò in confusione: molti cavalieri furono disarcionati, altri batterono in ritirata investendo la fanteria amica.
La battaglia non volgeva al meglio per i Romani. Fu allora che Decio Mure decise di compiere uno dei gesti più eroici che un condottiero romano potesse compiere: il rito della devotio. Mure si sacrificò votandosi alla divinità per la distruzione dell’esercito nemico.
Tale gesto ebbe un effetto galvanizzante sul morale dei combattenti: i Romani riuscirono a ricompattare le fila e Rulliano inviò un contingente di rinforzi. I Romani cominciarono a bersagliare i Galli con una pioggia battente di giavellotti che, conficcandosi negli scudi, destabilizzavano l’equilibrio dei fanti.

Nel frattempo, Rulliano ordinò alla fanteria di portarsi sul fianco dell’esercito sannita, ormai stanco, e di avanzare a passo. Compreso che la resistenza dei Sanniti era stata vinta, ordinò a fanteria e cavalleria la carica.
A quel punto i superstiti Sanniti persero il controllo e batterono in ritirata dal campo di battaglia, mentre Rulliano ordinava alla cavalleria di accerchiare completamente i Galli.
Dopo l’accerchiamento, il console romano fece inseguire i Sanniti fino all’accampamento che fu facilmente espugnato: la maggior parte dei soldati sanniti, infatti, si era ammassata lungo il fossato dell’accampamento, non avendo avuto il tempo di rifugiarsi dentro la palizzata.

Fu una strage: Galli e Sanniti persero probabilmente 25000 uomini, a cui vanno aggiunti 8000 prigionieri. I Romani, invece, persero circa 8700 uomini. Per Roma fu una vittoria straordinaria: i resti dei nemici furono bruciati in onore di Giove Vincitore.

Dopo la battaglia di Sentino la guerra si spostò nel Sannio, teatro di combattimenti per altri cinque anni. Nel 294 a. C., i Romani vinsero i Marsi e conquistarono l’Italia centrale. Gli Umbri furono sconfitti come anche molte città etrusche: Arezzo, Cortona e Perugia furono costrette a sottoscrivere trattati quarantennali.

Testardi fino alla fine, i Sanniti fecero un ultimo, estremo, tentativo di vincere i Romani alleandosi con Pirro nelle guerre tarantine (282-272 a. C.). Pirro, condottiero mediocre, fu sconfitto. Fu così che Roma acquisì il pieno controllo dell’Italia Meridionale: le ricche città greche divennero civitates foederatae.

I Piceni, che fino a quel momento sembravano essere restati a guardare, furono accusati di essersi alleati con Pirro e di aver tradito i patti stabiliti con Roma. Furono invasi e sconfitti nella stessa Ascoli Piceno nel 268 a.C., ultimo popolo del Centro Italia ad essere sottomesso dall’esercito romano.

I popoli italici, fra cui Piceni, Etruschi, Sabini, Umbri, furono sottomessi e assimilati in quel lungo processo sincretico che prende il nome di “romanizzazione” e che porterà alla nascita dell’Italia: un processo di assorbimento e fusione di molteplici culture, lingue, culti e riti.

L’Italia ancora oggi pare essere un crogiuolo di popoli: la nostra speranza, al di là dei naturali problemi socio-politici che l’immigrazione può comportare, è che la nostra cultura, la nostra lingua e la nostra storia millenaria riescano ad unire popoli diversi fra.

Vi invitiamo a consultare il seguente link sulla rievocazione storica della battaglia di Sentino, tenutasi a luglio (2016): sentino.adpvgnamparati.eu.

Bibliografia
Tito Livio, Ab Urbe condita libri;
Guerre Sannitiche, voce di Wikipedia, link consultato il 26 dicembre 2016: http://www.treccani.it/enciclopedia/guerre-sannitiche_(Dizionario-di-Storia)/ ;
Astracedi M. e Barlozzetti U., Sentinum 295 a.C. La battaglia delle nazioni, Soprintendenza per i beni archeologici delle Marche, 2006;
Antonelli L., I Piceni: corpus delle fonti. La documentazione letteraria, Roma, 2003.

Musica e solidarietà per ricostruire: Concerto di beneficenza per le popolazioni colpite dal terremoto

sorptimistA poche settimane dal tragico sisma, non si esauriscono le manifestazioni destinate alla raccolta fondi per aiutare i terremotati.

Su questa scia, vogliamo segnalare “Musica e Solidarietà per Ricostruire”, il gran concerto di beneficenza patrocinato dal Comune di Porto San Giorgio e organizzato da Soroptimist International Italia, Club di Fermo, presieduto da Tunia Gentili, in collaborazione con l’Accademia Musicale Internazionale “Maria Malibran” di Altidona, la cui presidente e fondatrice, il M° Rossella Marcantoni, ha curato la direzione artistica dell’evento.

Il concerto si terrà domenica 16 ottobre, alle ore 17:30, presso il Teatro Comunale di Porto San Giorgio e sarà presentato da Sabrina Capponi.

Sul palco si esibiranno due musicisti di chiara fama, protagonisti indiscussi della scena musicale nazionale e internazionale: il M° Cristiano Rossi, al violino, e il M° Marco Vincenzi al pianoforte. In programma musiche di Wolfgang A. Mozart e Ferruccio Busoni, del quale ricorre peraltro il 150° anniversario dalla nascita.

L’incasso sarà devoluto alla Protezione Civile Regionale a supporto delle popolazioni del Territorio Fermano colpite dal terremoto.

Ingresso ad offerta libera.

Per informazioni: 338 8219079 / 338 7076036.

I canti di questua

Suonatori (Fonte: ICCD, http://www.fotografia.iccd.beniculturali.it/index.php?r=collezioni/scheda&id=611559)
Suonatori (Fonte: ICCD, http://www.fotografia.iccd.beniculturali.it/index.php?r=collezioni/scheda&id=611559)

All’interno della sfera dei canti tradizionali  marchigiani, i cosiddetti canti di questua sono quasi ovunque presenti in modo costante. Anche in questo caso l’etimologia ci aiuta a capire il senso della parola: questua deriva dal latino quaerere, cioè chiedere, andare in cerca. Questi canti erano richieste di offerte eseguite da gruppi itineranti di musici e cantori, che attraversavano le campagne durante le festività agricole.

I canti di questua erano “eventi rituali strettamente connessi con lo svolgimento calendariale dell’anno agricolo”. Come gli antichissimi rituali dei salii erano collegati ai riti di passaggio dei giovani, così i canti di questua erano connessi al ciclo delle festività invernali e primaverili:

  • Capodanno-Epifania;
  • Pasquella (il 5 gennaio);
  • Sant’Antonio (il 16 gennaio);
  • Passione di San Giuseppe (17 marzo);
  • Scacciamarzo (31 marzo);
  • le due settimane che precedono la Settimana Santa, con i canti Alle anime sante del Purgatorio e de la Passione di Cristo.

Si possono inoltre annoverare tra i canti di questua anche canti per le festività agricole estive:

  • il Cantamaggio (tra il 30 aprile e il primo maggio);
  • il canto Alle anime sante del Purgatorio (Ferragosto).

Alcune di esse si ritrovano con costanza in tutte le zone delle Marche, in special modo nell’anconetano, nel maceratese, nel Fermano e nel Piceno.

Nell’antico calendario romano queste stesse date coincidevano grossomodo alle festività legate ai culti agrari, in stretta connessione alle feste del Sole, perlopiù celebrate nel periodo invernale/primaverile: citiamo, ad esempio, i Liberalia (17 marzo), in cui i sacerdoti salii danzavano in processione per le strade di Roma.

Il Cristianesimo è poi riuscito, con una puntuale operazione di sincretismo religioso, a sovrapporsi e a sostituirsi ai rituali e alle feste del calendario pagano. Le feste pagane,come dice il nome stesso, erano ben più radicate nei pagi, cioè nei villaggi, dove il ciclo della vita agreste rivestiva un ruolo importantissimo. Per questo motivo l’entroterra marchigiano, umbro, abruzzese e laziale hanno preservato a lungo tracce di questi rituali nelle tradizioni popolari.

Queste feste avevano una cadenza ben precisa proprio perché erano un modo di festeggiare l’allungarsi delle giornate, ricollegandosi appunto al culto del Sol Invictus, che via via fu sostituito poi dalla figura di Cristo con l’avvento della nuova religione cristiana.

I canti di questua seguivano un rituale schematico ben predefinito:

  • i questuanti si presentavano al vergaro/vergara;
  • chiedevano il permesso di cantare;
  • al canto e alla richiesta seguiva un’offerta, solitamente in natura;
  • se l’offerta veniva elargita seguiva un canto di ringraziamento;
  • se il vergaro rifiutava l’offerta, la famiglia veniva schernita a suon di stornelli scherzosi, come ad esempio: “E da tanto cantare poi non ci hai dato niente / guarda che bbella gente che Cristo fa campa’”;
  • in conclusione si eseguiva un saltarello, danzato dagli abitanti della casa.

Il gruppo dei questuanti, nelle Marche, era generalmente composto da un trio strumentale (organetto, cembalo e triangolo) con l’aggiunta delle voci maschili.

Bibliografia essenziale:
http://www.blogfoolk.com/2013/05/i-canti-rituali-di-questua-della.html
Leydi R., Mantovani S., Dizionario della Musica Popolare europea, Milano, 1970
Pietrucci G., Cultura Popolare Marchigiana, Canti e testi tradizionali raccolti in Vallesina, Jesi, 1985

Flowering of Castelluccio

Splendidi scatti dei nostri paesaggi. Complimenti! Sono bellissimi!

Castelluccio di Norcia is a small village, that lies in the “Parco nazionale dei Monti Sibillini” in the Umbria region, and with its 1400 metres above the sea is one of the highest in the Appennini. The historical centre is placed on the top of a hill, in the middle of a tableland bearing the same name, very wide, where the famous lentils are coltivated.
It is the blooming of the latter, with other kind of flowers, that offer between the end of May and the beginning of June a truly unique sight.

The blooming occurs mainly between May and July, but there is not a precise period because it all depends on the climate conditions. There is not even a peak, but it is a succession of blossomings of different species: daffodils, poppies, violets, gentianellas, lentils and many others. My advice is to check the blooming on the official…

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Note per ricordare: concerto conclusivo del Festival Musicale Piceno 2016

Chiesa di San Paolino, Falerone (foto di Gianluca Moscoloni
Chiesa di San Paolino, Falerone (foto di Gianluca Moscoloni

Sabato 24 settembre, dopo l’interruzione imposta tragicamente dal sisma, si concluderà la 25° edizione del Festival Musicale Piceno, con un recital per violino solo del M° Marco Fornaciari. Il concerto si terrà nella splendida chiesa di San Paolino, a Falerone, alle ore 21.15  e sarà idealmente dedicato a Sergio Lucarini, presidente dell’associazione Festival Musicale Piceno, venuto a mancare a dicembre dello scorso anno.

Il Festival Musicale Piceno trova la sua forma attuale nel 1991 a Falerone, anche se, già dal 1986, a Servigliano si svolge annualmente la stagione concertistica del Festival dedicata alla musica da camera, che ospita artisti e compositori di chiara fama, offrendo così al territorio ed alla musica un  prezioso contributo culturale.

Oggi, avviata la 25° edizione, il Festival è stato privato del suo luogo simbolo: la chiesa di San Francesco (o San Fortunato), che ha riportato pesanti lesioni e l’irreparabile danneggiamento dell’organo Morettini, che era stato inaugurato dopo un lungo restauro solo alcuni giorni prima.

Interno della chiesa di San Paolino, Falerone (foto di Ginaluca Moscoloni
Interno della chiesa di San Paolino, Falerone (foto di Ginaluca Moscoloni

Il recital del M° Fornaciari concluderà la rassegna ad un mese esatto dal giorno della prima scossa, che, se da una parte ha privato il Festival della sua sede storica, dall’altra rappresenta uno sprone per continuare a divulgare la musica da camera, cercando l’aiuto di tutti coloro che nella musica trovano conforto e gioia.

Occorre ringraziare tutti coloro che in questi anni hanno reso possibile il Festival, realizzando qualcosa di grande in un piccolo, ma meraviglioso, borgo di provincia.

Infoline: 0734 710147

 

Il Museo archeologico di Monte Rinaldo

Aperto nel 2008, il piccolo Museo Civico Archeologico di Monte Rinaldo contiene una raccolta di reperti provenienti dal sito archeologico in località “La Cuma”.

Sede del Museo archeologico di Monte Rinaldo
Sede del Museo archeologico di Monte Rinaldo

L’ex Chiesa del SS. Crocifisso, in via Crocifisso snc, poco distante dal centro storico, è stata scelta come location ideale per i reperti archeologici in quanto la stessa chiesa fu edificata con materiali di riutilizzo provenienti dal sito archeologico.

In apposite teche sono esposte le lastre in terracotta che ricoprivano le travi lignee del tempio (appartenenti a diverse fasi cronologiche del sito di Monte Rinaldo), le antefisse del tetto con la rappresentazione della Potnia Theròn (la “Signora degli animali”), i materiali del frontone, con la testa di un giovane Ercole e altri frammenti di teste e panneggi. Inoltre, vi sono alcuni degli antichi ex voto anatomici raffiguranti animali e figure femminili, che i pellegrini portavano qui in offerta alla divinità, per ingraziarsi il favore di una sanatio.

Utilissimo a scopo didattico è anche il plastico qui esposto con una verosimile ricostruzione del santuario.

Il costo dell’ingresso al museo è attualmente di 3,00 euro e comprende anche la visita guidata al sito archeologico “La Cuma” di Monte Rinaldo. Per informazioni sugli orari di apertura o per prenotare una visita all’area archeologica di Monte Rinaldo, consigliamo sempre di contattare anticipatamente il Comune allo 0734 777121, oppure la D&P-Turismo e Cultura 347 2892519, o di visitare il sito www.monterinaldo.135.it per consultare gli orari aggiornati.

Bibliografia essenziale:

Annibaldi G., Monterinaldo, in “Enciclopedia Arte Antica”, Supplemento, Roma 1973.
Ciuccarelli M.R., Il santuario di Monte Rinaldo (Ascoli Piceno) e il suo territorio, Pisa 1999
Catani E., Il Santuario Ellenistico Romano presso Monterinaldo: Un’emergenza archeologica e monumentale dell’Ascolano, in “Il Piceno in età romana dalla sottomissione a Roma alla fine del mondo antico”, Atti del 3° Seminario di Studi per personale direttivo e docente della scuola (Cupra Marittima, 1991), Cupra Marittima 1992.
Sisani S., Umbria Marche, Guide archeologiche Laterza, Roma-Bari 2006.

Il santuario ellenistico-romano di Monte Rinaldo

Nell’entroterra della provincia di Fermo si trova il comune di Monte Rinaldo, un piccolo paese dell’alta valle del fiume Aso, che custodisce nel suo ameno territorio uno dei siti archeologici più affascinanti delle Marche e del Piceno: un santuario ellenistico-romano.

Tra il 1958 e il 1963, a seguito di alcuni lavori agricoli, sono venuti alla luce i primi rinvenimenti archeologici, che hanno dato il via ad una serie di interventi di indagine, a tutt’oggi non ancora terminati. A seguito degli scavi, nel corso degli anni ‘60, le colonne del porticato sono state fatte oggetto di anastilosi, cioè sono state reinnalzate, restituendo in parte l’aspetto monumentale che il sito doveva avere anticamente.


Il santuario si trova sul pendio della collina che porta al centro cittadino, in una località chiamata già “La Cuma”
. Nonostante l’etimologia del nome “Cuma” abbia fatto pensare ad evocativi contatti con l’omonima città della Campania sede della celebre Sibilla, in realtà il termine si riferisce alla morfologia del territorio: infatti, nei testi medioevali latini la parola cuma indica un terreno in pendio, che digrada a fondo valle, proprio come quello dove si trova il sito archeologico di Monte Rinaldo.

Il portico del santuario di Monterinaldo
Il portico del santuario di Monterinaldo

Il santuario sorgeva su un ampio terrazzamento artificiale, sostenuto dall’imponente muro di fondo del porticato settentrionale, lungo 63,50 metri. Davanti all’imponente muro si sviluppava il portico, costituito da due file di colonne (porticus duplex), una di ordine tuscanico, l’altra di ordine dorico: insieme creavano il perfetto sfondo scenografico dell’area sacra.

Di fronte al porticato, si trovava il tempio, oggi visibile solo a livello delle fondamenta. Le strutture sono state interpretate come l’alzato della cella del tempio, con due alae laterali, o come i muri divisori di tre celle sul modello del tempio capitolino di Roma.

L’ingresso doveva trovarsi sul lato meridionale, dove si trova l’attuale ingresso al sito archeologico. Recenti indagini hanno portato alla luce le fondazioni di un’ala del porticato ad Est, che doveva chiudere il complesso da quel lato, così come si può supporre accadesse ad Ovest del tempio. Nelle immediate vicinanze, vi sono altre strutture murarie, a suddividere cinque piccoli ambienti, collegati ad un pozzo (ora non più visibile) tra il porticato Nord e il podio.

I reperti più antichi, come gli ex voto anatomici, sembrano testimoniare l’esistenza del sito già a partire dal III secolo a.C., ma la reale monumentalizzazione del santuario si ha a partire dalla metà del II a.C. fino al I a.C.: proprio in quel periodo il territorio Piceno entrava nell’orbita di conquista di Roma a seguito della battaglia di Sentino.

Il santuario perse gradualmente importanza a partire dal II d.C. fino al completo abbandono nel III d.C., a seguito di frane e smottamenti, che ne compromisero l’utilizzo. Il materiale di recupero fu dapprima utilizzato per la costruzione di una domus romana non distante dal sito. Successivamente, altri materiali furono riutilizzati per alcune costruzioni di Monte Rinaldo, come ad esempio l’ex chiesa del SS. Crocifisso, oggi Museo Civico Archeologico.

Il quesito più grande cui gli studiosi non sono riusciti (ancora) a dare una risposta soddisfacente, è a chi fosse dedicato il tempio. Le ipotesi più accreditate volgono lo sguardo verso Artemide o Giove, anche sulla base dei materiali ritrovati. Altri hanno parlato di una dedica alla dea Cupra, l’unica divinità picena di cui ci sia giunta notizia; ma l’accostamento, seppur suggestivo, non ha trovato dati di conferma.

L’unico elemento sicuro è che vi fosse un culto correlato all’acqua, elemento fondamentale in una società agricola. I pozzi e le canalizzazioni ritrovati provano che vi fosse una sorgente, ritenuta probabilmente curativa: i pellegrini del santuario venivano qui a lasciare i loro ex voto anatomici (e non solo) per chiedere alla divinità protettrice una sanatio, cioè la guarigione di una o più parti del corpo affette da una patologia.

La tipologia del santuario di Monte Rinaldo rientra nella serie di templi porticati tardo-ellenistici, costruiti in ambito extra-urbano, in zone considerate di confine, con funzione di demarcazione sacrale. Solo nell’Italia centrale sono numerosi gli esempi che attestano tale modello architettonico: il santuario di Giunone a Gabii, quello di Ercole Vincitore a Tivoli, quello di Esculapio a Fregellae e il santuario del Sannio di Pietrabbondante.

Il santuario di Monte Rinaldo, tra il mare Adriatico e i monti Sibillini, nel bel mezzo delle valli del fiume Aso e dell’Ete, non lontano dall’itinerario dell’antica via Salaria Gallica, è un fulgente esempio del fenomeno storico di “romanizzazione” nel Piceno, in cui le tradizioni italiche e il sincretismo romano hanno trovato una maestosa simbiosi.

Plastico tridimensionale del sito
Plastico tridimensionale del sito

Oggi l’area archeologica “La Cuma” di Monte Rinaldo fa parte del TAU (Teatri Antichi Uniti delle Marche): in estate funge da sfondo scenico per spettacoli teatrali e culturali unici per atmosfera.

Infine, suggeriamo la visione di un interessante videoclip, presente online su YouTube, della British Pathè, leggendaria agenzia britannica di cinegiornali storici, in cui si documenta l’inizio dello scavo in quella che oggi è l’Area Archeologica “La Cuma” di Monte Rinaldo (segui il link per visualizzare il video: https://m.youtube.com/watch?v=bzLP6jkZcVo).

Bibliografia essenziale:
Annibaldi G., Monterinaldo, in “Enciclopedia Arte Antica”, Supplemento, Roma 1973
Ciuccarelli M.R., Il santuario di Monte Rinaldo (Ascoli Piceno) e il suo territorio, Pisa 1999
Catani E., Il Santuario Ellenistico Romano presso Monterinaldo: Un’emergenza archeologica e monumentale dell’Ascolano, in “Il Piceno in età romana dalla sottomissione a Roma alla fine del mondo antico”, Atti del 3° Seminario di Studi per personale direttivo e docente della scuola (Cupra Marittima, 1991), Cupra Marittima 1992
Sisani S., Umbria Marche, Guide archeologiche Laterza, Roma-Bari 2006

Le origini del saltarello marchigiano

Il saltarello è un ballo tradizionale di corteggiamento del Centro Italia, diffuso in special modo nelle Marche, in Umbria, Lazio, Abruzzo e Molise. Sul finire del XVII secolo, il termine “saltarello” si è diffuso anche nelle regioni centro-settentrionali (Emilia Romagna, Veneto, Toscana), benché in realtà non indicasse il medesimo tipo di danza.

Ogni regione, ma possiamo dire ogni paese, aveva in passato una propria variante di saltarello. Non esiste dunque una coreografia uniformata: per lo più il saltarello si balla in coppia (uomo-donna, ma anche uomo-uomo o donna-donna), con rare forme di danza a quattro, in cerchio. È una danza veloce, in ritmo di 6/8 o 2/4.

Per meglio comprendere la storia di questo ballo, è doveroso fare una breve riflessione di carattere etimologico. “Saltarello” deriverebbe dalla parola latina saltatio, una danza sacra romana, che i sacerdoti Salii eseguivano durante determinate feste e occasioni importanti per la comunità.

Coperchio bronzeo piceno con rituale di danza
Coperchio bronzeo piceno con rito di fondazione proveniente da San Severino e conservato presso il Museo Archeologico Nazionale delle Marche

Le origini antichissime della saltatio sono provate dal fatto che i sacerdoti Salii, durante le loro esibizioni, indossassero dei costumi che rievocavano l’abbigliamento degli antichi guerrieri centro-italici dell’VIII a.C. Veri e propri “abiti fossili”, i costumi cerimoniali dei Salii comprendevano un elmo dal forte richiamo villanoviano, una spada corta e, addirittura, un kardiophylax, cioè una corazza per il petto, largamente in uso sia tra gli Etruschi (si veda la “tomba del Guerriero” di Tarquinia), sia tra i Piceni (basti pensare al guerriero di Capestrano).

I ritrovamenti archeologici nelle Marche testimoniano che i Piceni avessero un rituale di danza armata, con ogni probabilità precedente o quantomeno coeva, a quella in uso tra i Romani. Fra tutti, il famoso coperchio in bronzo proveniente da una tomba picena di Pitino, a San Severino Marche, ritrae quattro uomini armati dalla forte connotazione itifallica, che danzano in cerchio attorno ad un totem. I quattro guerrieri, vestiti di tutto punto con grandi elmi, lance e scudi, si stanno cimentando in quella che, con ogni probabilità, è una danza propiziatoria per un rito di passaggio: ognuno di loro esegue dei passi individuali differenti. Le braccia alzate indicano che stanno danzando in una particolarissima coreografia di gruppo.

Coperchio bronzeo piceno con rito di fondazione, conservato presso il Museo Archeologico Nazionale delle MarcheIn un altro coperchio bronzeo piceno (conservato anch’esso al Museo Archeologico Nazionale delle Marche), la scena rappresentata è ben più complessa: qui sembra esservi un’intera comunità impegnata nel rituale sacro della saltatio armata. Tutte le figure stilizzate sono state ritratte in atteggiamento di danza (con le braccia alzate), tranne una, intenta a condurre un aratro trainato da un toro. Ciò potrebbe indicare che siamo di fronte ad un rito di fondazione, un importante cerimoniale comunitario e sociale, dalla forte valenza sacrale.

Nelle bellicose popolazioni dell’Italia preromana, le danze di origine sacrale-militare debbono aver lasciato una profonda influenza nel popolo, secondo uno schema diffuso nel corso della storia, per cui elementi di origine religiosa sono stati “reinterpretati” nel mondo profano. Non è dunque un caso che i Romani chiamassero saltationes le danze di estrazione popolare. Con il tramonto dell’Impero, le testimonianze sulla danza si interrompono: l’Alto Medioevo tace sulle forme coreutiche in uso nella società. Le fonti iconografiche e scritte ricominciano ad essere copiose a partire dal XIV secolo.

Il primo documento noto riguardante il saltarello è il manoscritto Add. 29987, conservato al British Museum di Londra. Si tratta di un manoscritto toscano compilato fra il XIV e il XV secolo e appartenuto ai Medici. Contiene una miscellanea di brani musicali: madrigali, ballate, motetti e danze, fra cui alcuni saltarelli. Nel 1455, il celebre maestro di danza Antonio Cornazzano, nel suo trattato Libro dell’arte del danzare, descrive il saltarello come “ballo de villa” (danza rustica), contrapponendola alle danze aristocratiche.

Il saltarello si afferma come una delle quattro forme di danza di corte fino al XVI secolo, accanto alla bassadanza, alla quaternaria e alla piva. Solo tra il XVII e il XVIII secolo compaiono i primi documenti che lo attestano quale danza popolare. Non è chiaro come il saltarello “popolare” abbia influenzato il saltarello “di corte” e viceversa. Deve esservi stata una prolungata commistione fra le due forme: depurato dei suoi elementi più rustici, è diventato danza di corte. Non è escluso che alcuni elementi più aristocratici fossero poi riassorbiti dai danzatori popolari, come nella castellana, considerata una forma “urbana” di saltarello.

Dal XVII secolo il saltarello si afferma come la principale danza tradizionale del centro Italia. Le sue varianti locali sono ancora oggi conosciute e praticate, anche se durante il secolo scorso, a causa della progressiva industrializzazione, ha perso i suoi caratteri originari.

Frontespizio dei “Canti popolareschi piceni” (1940)

Le melodie del saltarello sono state a lungo tramandate oralmente. Gli studi etnomusicologi del secolo scorso hanno contribuito a preservarne la conoscenza: pionieristiche sono state le trascrizioni di Giovanni Ginobili, contenute nei volumetti dei Canti popolareschi piceni, redatti insieme al compositore maceratese Lino Liviabella.

 

Per quanto riguarda lo strumentario, il saltarello si esegue accompagnato da organetto e tamburello. In provincia di Fabriano, oltre al tipico organetto, sono presenti il violino e il violone, ma non il tamburello. Il saltarello costituisce, inoltre, la base melodica e metrico-ritmica di molti canti tradizionali, fra cui i canti a dispetto e alcuni canti di questua.

Tamburelli con sonagli e decorazioni, provenienti dalla zona del maceratase.
Tamburelli con sonagli e decorazioni, provenienti dalla zona del maceratase.

Non potremo mai dire con certezza quanto le saltationes antiche e il saltarello fossero coreograficamente vicini a quello odierno. Una linea di continuità tra le due forme di danza può essere rintracciata nell’intrinseca valenza religiosa, con elementi di chiara matrice erotica che richiamano i riti legati alla fertilità femminile e alla fecondità del mondo agreste. La commistione di elementi al limite tra sacro e profano è indubbiamente presente nel saltarello tradizionale e fa capo ad un patrimonio culturale senza tempo, da ricordare e da tramandare.

Il saltarello contiene ancora l’anima di chi vive nel Piceno: i suoi passi e le sue musiche non sono un semplice ballo, ma un modo di intendere la vita, di esorcizzare il male e di celebrare la pienezza che solo l’amore per la Natura può testimoniare. Ballare il saltarello è un modo per capire da dove veniamo, chi continuiamo ad essere, dove possiamo andare.

Ringraziamo l’attività Rocchetti Strumenti Musicali, per averci consentito di fotografare i tamburelli storici, le cui immagini sono contenute nell’articolo.

Bibliografia essenziale:
Bessone L. & Scuderi R., Manuale di Storia romana, Bologna, 1994.
Brelich A., Paides e Parthenoi, Roma, 1969.
Cirilli R., Les prêtres danseurs de Rome, Parigi, 1913.
Colacicchi L., v. Saltarello, in “Enciclopedia Italiana Treccani”, Roma, 1936.
Colombo G., Florio C., Alvaro S., Il cammino dell’uomo. Civiltà e cultura, Roma, 1991.
Torelli M., Riti di passaggio maschili di Roma arcaica, in “Mélanges de l’Ecole française de Rome”, vol. 102, n. 1, 1990, pp. 93-106.
Treccani online, voce “Antonio Cornazzano”, in “Dizionario biografico degli Italiani”; http://www.treccani.it/enciclopedia/antonio-cornazzano_(Dizionario-Biografico)/, link consultato in data 27 agosto 2016, ore 15:00.