L’Anice verde delle Marche, l’anisetta e il mistrà

Immaginate di camminare tra i vigneti delle Marche, con il profumo del mare che si mescola all’aroma intenso dell’anice verde. Sentite il profumo dolce e speziato che riempie l’aria, mentre la luce del sole scende sui campi bianco verdi. C’è una storia speciale qui, una storia che risale al XIX secolo, quando Francesco Olivieri di Porto San Giorgio distillò un liquore che sarebbe diventato una delizia. Si tratta dell’anisetta, o meglio dell’Anisina Olivieri, un liquore ricavato dalla distillazione del vino in alcol, combinato con i semi di anice.

La Ditta Francesco Olivieri fu la prima nel 1830 ad iniziare l’abile distillazione del liquore all’anice.
In seguito, i distillatori ascolani Rosati e Meletti esaltarono al meglio il sapore unico dell’anice verde che cresceva abbondante nella regione, in special modo a Castignano. Anche a Sant’Elpidio a Mare, la ditta Evangelisti fu tra le distillerie più note.

In passato, l’anice verde era tra gli ingredienti più indispensabili per la farmacologia, la profumeria e la cosmesi. Ritenuto (e a buon diritto) dai monaci un ottimo digestivo e diuretico, nella cucina popolare e aristocratica entra dalla porta della pasticceria. Si distingue per il suo sapore fresco che ricorda la liquirizia e il finocchio. Tra il ‘600 e il ‘700, la direttrice di commercio principale fu quella dell’Adriatico, sotto il dominio dei mercanti della Serenissima. Dapprima lo importarono dalla Grecia e dalla Turchia e poi iniziarono ad esportarlo dalla Romagna. Nel Piceno, seppure le condizioni pedologiche e climatiche fossero molto favorevoli, la coltura dell’anice rimase poco significativa. I mezzadri di quest’area preferivano piantare foraggi e cereali, dalla resa più sicura e di immediato utilizzo. L’anice, non essendo  in alcun modo “funzionale” al podere mezzadrile, rimase una coltura marginale fino alla metà dell’Ottocento. Fu in questo secolo che l’industria liquoristica diede slancio a questo tipo di coltivazione, sotto la diretta cura dei mastri distillatori. Non è un caso, insomma, che oggi ci si un presidio Slow food per l’anice verde di Castignano.

La ricetta della famiglia Meletti è rimasta invariata nel tempo, rispettando la tradizione e l’arte della distillazione. L’Anisetta Meletti è nota per il suo sapore unico e inconfondibile, un mix perfetto di dolcezza e speziato che la rende unica.

Accanto a questi liquori aristocratici e di salotto, vi è la versione popolare dell’anisetta, quella più “maschia”, il mistrà. Le famiglie coloniche dell’Ottocento, avendo a questo punto a disposizione questa spezia, iniziarono ad utilizzarla per aromatizzare i distillati dai vini di risulta o di scarto. In un colpo solo, i meno abbienti trovarono la possibilità di salvare un prodotto ormai “scaduto” e di avere una bevanda alcolica energizzante a bassissimo costo.

Un erborista dell’alto maceratese, per l’esattezza di Pievebovigliana, decise di iniziare a commercializzare il suo mistrà, l’Anice Secco Varnelli.
La principale differenza tra un’Anisetta e un Anice Varnelli è il grado di dolcezza e la gradazione alcolica. La prima più amabile e femminile con una gradazione che non supera i 35% vol., il secondo un liquore dal gusto secco e deciso e con una gradazione superiore ai 45% vol.

Le Marche, con la loro affascinante tradizione di distillazione dell’anice, hanno dato vita a una varietà di liquori unici. Dall’Anisina Olivieri all’Anisetta Meletti, dal mistrà all’Anice Varnelli, ogni liquore ha il suo carattere distintivo, offrendo una gamma di gusti e profumi per soddisfare ogni palato. Questi liquori raccontano una storia di passione e maestria nella distillazione, preservando antiche ricette e tradizioni. Che si tratti di un’esperienza dolce e delicata o di un gusto secco e deciso, c’è un liquore marchigiano per tutti coloro che apprezzano l’eccellenza artigianale e la ricchezza dei sapori locali. 

Bibliografia di Riferimento: 

Gobbi O., L’anice per la liquoristica nel Piceno, 2013
https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Anisetta_Evangelisti.jpg TIPPITICC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

https://www.anisettarosati.com/
https://www.meletti.it/ 
https://www.varnelli.it/it

In evidenza

Le vie fluviali nell’Antichità

Le colline delle Marche sono solcate dalle valli dei fiumi che percorrono da ovest verso est la nostra regione. Le fonti antiche ci riportano almeno 12 nomi latini di fiumi: Isaurus, Metaurus, Suasanus, Sena, Aesis, Misco, Flosis, Flusor, Tinna, Asis, Tessuinum, Truentus.  Ad essi vanno aggiunti gli innumerevoli affluenti e  torrenti che costellano le vallate marchigiane. Temibili in occasioni di precipitazioni eccezionali, nella maggior parte dei casi sono poco più che torrenti, tanto che a volte chiamarli fiumi sembra quasi un’esagerazione. I racconti dei nonni, però, svelano un passato meno misero, quando i bambini dovevano essere presi sulle spalle dagli adulti per guadare il fiume, o quando gli adolescenti trascorrevano interi pomeriggi a tuffarsi e giocare in acqua. 

Se già il passato recente svela un perduto rapporto dell’uomo con la realtà idrografica del territorio, viene da chiedersi cosa potessero rappresentare i fiumi in epoca più remota, fino all’epoca preromana. Così come in molte altre aree della penisola, è verosimile pensare che molti di questi fiumi fossero navigabili e fossero delle vere e proprie forze motrici delle attività economiche locali.

Siamo abituati ad esaltare la prodigiosa rete viaria d’epoca romana, i cui itinerari sono ancora oggi in uso, ma dimentichiamo che strade terrestri e strade fluviali costituivano un unico sistema di vie di comunicazione. I fiumi erano delle vere e proprie autostrade dell’antichità. 

Non è un caso che molti dei più importanti centri antichi sorgessero sulle sponde di fiumi, dove gli abitanti potevano non soltanto approvvigionarsi di acqua potabile, ma anche scaricare i rifiuti urbani e trasportare più velocemente le merci. Roma stessa godeva di un porto fluviale sull’isola Tiberina, prima ancora dello sviluppo di Ostia e del suo porto marittimo; e non mancano tracce archeologiche di altri porti fluviali lungo il percorso del Tevere, il più noto dei quali è forse quello di Stifone, in Umbria, presso la Mole di Narni. Parimenti i rari, ma non unici, ritrovamenti di piroghe lignee d’epoca preromana, testimoniano quanto fosse sviluppata nell’antichità la navigazione delle acque interne. Il Lago di Bolsena ne ha restituito un esemplare in splendide condizioni, oggi conservato al Museo della Navigazione delle Acque Interne a Capodimonte.

Focalizzando la nostra attenzione sul Piceno, anche i fiumi Chienti, Tenna, Aso, Ete Vivo e Tronto sin dall’epoca preistorica erano navigabili e furono delle vie di comunicazione imprescindibili per gli spostamenti e soprattutto per i commerci in queste vallate. Le foci di questi fiumi erano dotate di approdi marittimi, da cui partivano o arrivavano le merci dagli empori marittimi del Mediteranneo – come testimoniano bene i ritrovamenti anforici nell’entroterra. Oltre, dunque, ai porti marittimi situati lungo la costa, come il Castellum Firmanorum (l’attuale Porto San Giorgio), Cluana, Cupra Maritima, Castrum Truentinum, possiamo affermare che esistessero una serie di attracchi e porti fluviali situati nelle località interne, i quali formavano una fitta ed efficiente rete di trasporto sin dall’epoca pre-romana

Un luogo di attracco di epoca romana è stato rinvenuto in località Casabianca di Fermo, nei pressi della foce del fiume Tenna, dove poco lontano è stato rinvenuto un magazzino di anfore. Un altro attracco portuale doveva trovarsi a ridosso della foce del fiume Ete Vivo, nell’attuale località di Salvano di Fermo. È importante ricordare come in epoca antica la linea di costa fosse più arretrata rispetto ai nostri giorni. 

Con l’arrivo dei Romani si avvia una stagione tra le più floride per l’area compresa tra il fiume Tenna e la valle dell’Aso. Non solo si ha la fondazione di ben due colonie romane (Firmum Picenum e Falerio Picenus), ma anche lo stanziamento della flotta romana nell’Adriatico, che assicurava una navigazione marittima più sicura. In questa epoca, le vie di comunicazione di terra raggiunsero uno sviluppo eccezionale. Si può ragionevolmente pensare che l’imponente sistema viario romano abbia dirottato su strada una parte delle merci che precedentemente viaggiava preferibilmente o esclusivamente per via fluviale, integrando il trasporto fluviale all’interno di un sistema più complesso. 

Quando però, nei primi secoli del Medioevo, cessò la manutenzione delle strade, il fiume tornò a rivestire un ruolo centrale per i commerci:  si pensi al sito di Ripa Bianca di Jesi, dove sono state trovati i resti di un attracco fluviale del XVII secolo, o i siti del Fosso di Cugnolo e del Fosso di San Biagio in località Torre di Palme (FM), dove le attività di cabotaggio sono testimoniate dal XVIII secolo in poi. Oppure le attività di porto del Lido di San Tommaso di Fermo, citate nelle carte nautiche dal XIV secolo in avanti.

In un tempo su cui incombe lo spettro della siccità e del cambiamento climatico, riconsiderare la cura che nel passato fu dedicato alle risorse idriche e fluviali (con tutte le sue implicazioni culturali e cultuali), può essere uno stimolo per ridefinire il nostro rapporto con questo vitale elemento della natura, il più prezioso: l’acqua.
Non nostalgia del passato, ma continuità attraverso le epoche

Bibliografia essenziale:
Emilio Barillaro, Fiumi navigabili nella Locride antica, San Giovanni di Gerace, 1973.

Simonetta Menchelli, Firmum Picenum: città, territorio e sistema portuale, Roma, 2005

Simonetta Menchelli, I depositi di anfore lungo il litorale fermano: nuovi dati per la produzione ed il commercio del vino piceno, disponibile sul portale Fastionline al seguente link: http://www.fastionline.org/docs/FOLDER-it-2009-132.pdf

Teodoro Monticelli, Sull’origine delle acque del Sebeto, Napoli, 1840

Gianfranco Paci, Medio-Adriatico Occidentale e commerci transmarini (II secolo a.C. – II secolo d.C.), Roma, 2001

https://www.beniculturali.it/luogo/museo-della-navigazione-nelle-acque-interne

Falerone, il teatro romano

L’antica città di Falerio Picenus fu fondata da Augusto nel 29 d. C.
Sappiamo che la valle del Tenna fu interessata dall’esproprio di terre che Augusto conferì ai veterani. La città godette in epoca imperiale di un certo prestigio e prosperità economica, come si può evincere dalla qualità dei suoi monumenti ancora oggi visibili nel parco archeologico: il bel teatro, i resti dell’anfiteatro, le cisterne.

La città cadde in decadenza verso la fine dell’Impero Romano, per via delle invasioni barbariche e delle guerre che scaturirono in seguito all’instabilità politica. Dopo il V d.C. la popolazione iniziò lentamente a spostarsi dalla pianura alla collina soprastante, dove sorge l’attuale città di Falerone.

Il gioiello del parco archeologico è sicuramente il teatro. La sua particolarità è quella di non essere adagiato su di un declivio, ma in pianura, dove l’ingengeristica romana trova la sua massima espressione. Il suo stato di conservazione è incredibilmente buono e il teatro viene tuttora utilizzato per spettacoli teatrali e concerti durante la stagione estiva.

Vista sull’ingresso occidentale del teatro.

Dei tre ordini originari di gradinate, sopravvivono i primi due: l’ima cavea e la media cavea. All’ima cavea si accedeva dalle due entrate: fu costruita su un terrapieno sia per sorreggere il peso della struttura sia per poter contare su un effetto naturale di risonanza. La media cava costituiva il secondo ordine di gradinate cui si accedeva attraverso i vomitoria. Indagini archeologiche hanno evidenziato come all’interno della struttura del secondo ordine di gradinate siano stati creati degli ambienti vuoti che fungessero da cassa di risonanza. Ancora oggi, la qualità dell’acustica è notevole e in caso di necessità consente agli attori di recitare senza microfono.

Resti del colonnato esterno.

Alla summa cavea, cioè la terza gradinata oggi non più visibile, probabilmente si accedeva attraverso rampe di scale adiacenti agli ingressi. La summa cavea era sostenuta da un colonnato esterno che creava un portico coperto.

Sopravvivono anche resti abbastanza leggibili del proscenio e della scena (cioè le strutture sopraelevate in cui recitavano gli attori e che fungevano da fondale). Sono visibili ancora le nicchie in cui verosimilmente erano allocate delle statue. Subito dietro, un’intercapedine era probabilmente usata per avvolgere il sipario. Sono state riportate anche alla luce le latrine, che si trovano vicino all’ingresso occidentale. Probabilmente dietro la scena esistevano altre strutture che facevano parte del teatro e che aspettano di essere riportate alla luce.

Resti del proscenio

Per visitare il teatro e il parco archeologico, contattare l’associazione Minerva al seguente numero telefonico: 3335816389.

Offida, Santa Maria della Rocca

Ci sono molte cose che vale la pena fare nella vita. Una di queste è visitare la splendida città di Offida, situata nel cuore del Piceno. Chi va a Offida non può non recarsi a Santa Maria della Rocca, che si staglia solitaria sulla rocca della città, a strapiombo sulla campagna circostante tutta coltivata a vigneti.

La vista della chiesa provenendo dal centro della città

CENNI STORICI
La chiesa esisteva già nel 1039 quando Longino d’Azone, signore di Offida di origine franca o germanica, donò gran parte dei suoi possedimenti all’Abbazia di Farfa, compreso il castello di Offida e la chiesa esistente di Santa Maria della Rocca.

La chiesa di Santa Maria fu in parte demolita quando i monaci decisero di riedificarla nel 1330. La nuova chiesa fu ampliata: fra i muri vecchi e i nuovi furono ricavate due intercapedini, una delle quali usata come cimitero.

Ossario ricavato nell’intercapedine dei muri

A sud costruirono un monastero, demolito alla fine del XVIII secolo. Il materiale fu reimpiegato per la costruzione della Collegiata della città.

Nel XVI secolo fu completato il piano superiore, forse per usare il sotterraneo interamente come cimitero, a seguito della pestilenza del 1511. L’accesso al piano inferiore fu murato. Nel 1562, gli offidani ottennero da Ranuccio Farnese  – abate feudatario di Farfa – la soppressione dell’ordine dei monaci farfensi di Santa Maria. Fu creato un collegio canonicale composta da 18 sacerdoti e si stabilì che il priore dovesse essere un monaco di Offida.

CRIPTA
Il visitatore che proviene da est vede per prima cosa l’abside e l’ingresso alla cripta cui si accede attraverso una scalinata e un portale scolpito del XIV secolo, decorato con foglie e figure di animali.

Nell’abside centrale vi sono dipinti attribuiti al Maestro di Offida. In entrambi i lati dell’emiciclo ci sono due cappelle poligonali con 2 altari. L’altare della cappella di sinistra presenta un canaletto che fa pensare al riuso di un antico altare pagano.

La chiesa originaria al piano inferiore

Proseguendo e salendo tre gradini si accede a quella che era la chiesa originaria, divisa in tre parti da due file di colonne e due di semicolonne. Si notano facilmente le intercapedini createsi con l’ampliamento della Chiesa in una delle quali è possibile vedere ancora delle ossa.

PIANO SUPERIORE
Il piano superiore è a croce latina. Il transetto è appena pronunciato cosicché la chiesa pare ad unica navata.

Il piano superiore

Sulle pareti rimangono importanti resti della decorazione ad affresco, fra cui La sepoltura di Gesù, La crocifissione, La fuga in Egitto del Maestro di Offida. Sulla parete Nord vi è una statua lignea del XVI secolo raffigurante San Benedetto da Norcia e, sempre sullo stesso lato, La Madonna del latte con San Sebastiano, affresco di fra Marino Angeli del secolo XV.

La facciata della chiesa verso ovest

 

La facciata principale è posta sul lato ovest: resta quindi celata alla vista del visitatore che viene da est. Il portale è sovrastato da un bellissimo rosone in legno di quercia. 

Per visitare la chiesa consultare il sito www.turismoffida.com o chiamare il 334 1547890.

Il Museo Archeologico di Torre di Palme

Giugno 2019. Giornata  calda e soleggiata, con un bel Vento d’estate che, come direbbe Max Gazzè, ci porterebbe ad “andare al mare” piuttosto che in un museo. Oltre al nostro interesse, ci convince il fatto che Torre di Palme si trova proprio a due passi dalla costa, con una vista mozzafiato. Motivo per il quale questo promontorio sul mare divenne strategicamente importante in passato e ragion per cui, in anni più recenti, Torre di Palme è stato inserito nella lista dei borghi più belli d’Italia. 

Il Museo archeologico di Torre di Palme, inaugurato nel 2019 a seguito a degli scavi svolti tra il 2016 e il 2017, si compone attualmente di tre sale, nelle quali sono esposti reperti della cultura picena. Un tassello di storia importante per la frazione di Fermo, se si pensa che fino a poco tempo fa non vi era una traccia così consistente di epoca preromana. I reperti provengono da una necropoli di ventuno tombe in contrada Cugnolo, al di sotto del centro medievale. 

La prima sala del museo conserva due reperti della tomba di un giovane, molto più antica rispetto alle altre della necropoli, datata all’Età del Bronzo (circa 1800-1650 a.C.). La tomba ha conservato la lama in bronzo di un pugnale (più volte rifilata) e una punta di selce. Ad oggi, questi reperti sono tra le testimonianze più antiche del territorio. 

Tomba 9 1: il corredo

Sulla sinistra, la seconda sala ospita il ritrovamento più ricco: la sepoltura di una donna picena di alto rango, risalente al VI a.C. La tomba ha conservato un vero e proprio tesoro dell’epoca: fibule in ferro e ambra, gioielli in bronzo, collane d’ambra, un tipico anellone piceno, dischi in bronzo per sostenere una voluminosa acconciatura e utensili per la filatura e la cucina. Questi ultimi a testimoniare che la donna in questione era una signora con una certa importanza produttiva ed economica all’interno della sua comunità. L’ambra, che proveniva dal Mar Baltico, impreziosisce la tomba e sottolinea come la comunità di Torre di Palme fosse al centro dei commerci tra il Nord Europa e il resto del Mediterraneo. 

Alla destra del corpo è stata rinvenuta anche una bacchetta in osso decorata: forse la donna aveva in vita un qualche ruolo nella vita religiosa della comunità, probabilmente come sacerdotessa.

Anellone di Torre di Palme

Non ultima, la presenza centrale di un anellone piceno: un anello in bronzo con delle protuberanze (in questo caso quattro) simmetriche tra loro. Un elemento di cui ancora non abbiamo ancora compreso appieno il suo significato e, forse per questo motivo, così interessante. Si pensa che sia connesso ad un qualche simbolismo religioso ed è sempre in relazione alle figure femminili di spicco della cultura Picena. In questo caso, lo troviamo adagiato sul ventre della donna, forse ad accentuarne il suo “magico” potere di fertilità. Gli anelloni a quattro o sei nodi sono stati tuttiritrovati nella zona del Sud delle Marche, nei comuni di Cupra Marittima, Grottammare, Ripatransone, Cossignano e Torre di Palme. 

Terza sala: i monili apotropaici

Spostandoci nella terza sala, il museo espone i reperti di una tomba di una bambina del VI a.C. Una fibula con pendaglio a cavallini e piccoli amuleti sono i reperti più interessanti. Chele di granchio, vertebre di pesce e vaghi di osso e d’ambra avevano forse la funzione apotropaica di respingere spiriti maligni. 

Il Museo di Torre di Palme è un’ulteriore gemma che va ad arricchire il panorama culturale del Piceno. Il notevole sforzo che il Comune di Fermo e la Soprintendenza delle Marche hanno fatto per poter creare un nuovo museo in una frazione recentemente rientrata nel gruppo dei Borghi più Belli d’Italia fa ben sperare sulla valorizzazione del patrimonio storico-archeologico della provincia.

Per informazioni sui giorni e gli orari d’apertura chiamare lo 0734 53119.

Il Museo Archeologico di San Severino Marche

Il Museo Archeologico di San Severino Marche

San Severino è una delle tante città delle Marche che racchiude in sé ricchezze artistiche, architettoniche e archeologiche relative a diversi periodi storici. La presenza umana in questo punto strategico dell’alta valle del fiume Potenza è attestata sin dal Paleolitico, con importanti testimonianze picene, romane, medievali e rinascimentali. Sulla cima del Monte Nero di San Severino Marche sorge il nucleo medievale della città, che con il suo Duomo Vecchio, la torre campanaria e quella degli Smeducci dominano la città moderna a valle.

A San Severino, e più precisamente la frazione di Pitino, ha restituito importanti reperti archeologici appartenenti al popolo dei Piceni. Gli scavi, eseguiti a fasi alterne a partire dagli anni ’30 fino ad oggi, hanno portato alla luce reperti databile fra il VII e il V secolo a.C.
Molti di questi reperti, i più significativi, sono conservati al Museo Archeologico Nazionale di Ancona, ma la maggior parte di essi sono proprio a San Severino, sul Monte Nero, in quello che un tempo era l’antico Episcopio del Duomo Vecchio.

Il Museo civico archeologico Giuseppe Moretti, in Via Castello al Monte snc, racchiude manufatti litici e fittili di epoca preistorica (Collezione Pascucci), una serie di reperti provenienti dalle tombe picene e le testimonianze della città romana di Septempeda.
La tipologia dei reperti piceni qui presenti legano indissolubilmente San Severino Marche alle altre città picene del maceratese, come Camerino, Fabriano e Serravalle del Chienti, ma anche e soprattutto alle città picene meridionali come Belmonte Piceno, Grottazzolina, Montegiorgio, Rapagnano, Fermo.

Risalenti al VII-VI a.C. sono i reperti influenzati dalla cultura Orientale, che nella maggior parte dei casi nel Piceno venivano importati attraverso l’Etruria, che in questo stesso periodo stava realizzando oggetti in stile orientale. Durante questa fase detta “orientalizzante”, le tombe delle necropoli sono spesso a tumulo o a circolo (anche questo un tipo di inumazione di provenienza orientale), in cui vi erano seppelliti addirittura dei carri con i loro finimenti in bronzo. Nel Museo di San Severino tutti questi reperti sono stati accuratamente restaurati ed esposti accanto alle armi dei combattenti piceni: vi sono pregiati schinieri in bronzo, elmi di varie tipologie, diversi esemplari di cardiophylax ed ovviamente le armi di offesa.

In questo periodo, gli oggetti in ferro sono ancora piuttosto rari e il museo di San Severino ne conserva davvero pochi. I manufatti delle tombe di Pitino sono una testimonianza importantissima di informazioni per alcuni aspetti della società dei Piceni: basti pensare al famoso coperchio bronzeo con i combattenti che danzano intorno ad una figura totemica, oggi esposto al Museo Archeologico Nazionale di Ancona.

Proseguendo la visita al museo civico, si giunge alla sezione dei reperti romani, composta principalmente da ritrovamenti lapidei provenienti dalla città romana di Septempeda.

La città romana di Septempeda, individuata nei pressi della località La Pieve, fu un centro strategico di transito, che le valse successivamente l’appellativo di “chiave della Marca”. La città era attraversata da una Variante “Septempedana” della Via Flaminia, uno dei percorsi trasversali antichi più importanti per i collegamenti tra la fascia costiera dell’Adriatico e gli Appennini. Al museo è esposta una pietra miliare dell’epoca di Tito, che segnala la distanza di 142 miglia da Roma, anche se il luogo del ritrovamento è del tutto imprecisato.

Il Museo archeologico civico di San Severino Marche è visitabile con un biglietto di soli € 4,00 e per ogni ulteriore informazione potete contattare lo 0733 633919 oppure visitare il sito www.comune.sanseverinomarche.mc.it.

 

Santuario ellenistico di Monte Rinaldo, conclusione della campagna di scavo 2019

Elemento decorativo raffigurante Pothnia theron, la Signora degli animali

Il 26 luglio, presso l’area archeologica La Cuma di Monte Rinaldo, si è chiusa la campagna di scavi 2019.

L’evento ha visto la partecipazione del sindaco di Monterinaldo G. Borroni, del prof. Enrico Giorgi dell’Università di Bologna e della dott.ssa Paola Mazzieri della Soprintendenza. Presenti anche gli studenti e gli archeologi che hanno partecipato agli scavi.

Ripercorriamo lo svolgimento della serata. Dapprima si è svolta una presentazione delle autorità succitate che hanno – per noi giustamente – ricordato l’importante lavoro di rete che ha permesso tutto ciò che è stato fatto. Non si è trattato solo di portare avanti gli scavi ma di avviare contemporaneamente un intervento di valorizzazione dell’area. A tal proposito si ricordano i progetti didattici nelle scuole e nello scavo stesso che hanno coinvolto bambini e ragazzi degli istituti del territorio. Gli alunni hanno potuto calarsi nei panni dell’archeologo e conoscere l’importante patrimonio che il proprio territorio custodisce.

Il prof. Giorgi ha poi riferito sullo stato dell’arte. Gli studi sull’area procedono su due fronti: da una parte la prosecuzione degli scavi e lo studio del sito, dall’altra la ricerca sul contesto in cui il santuario sorgeva, cioè la Valdaso e il Piceno meridionale in età tardo repubblicana. La domanda cui gli studiosi vogliono dare una risposta è: qual era la funzione del santuario in un’area rurale? Perché un complesso così maestoso in un territorio di campagna?

Una delle ipotesi è che il tempio non fosse solo un luogo di culto ma fungesse anche da centro amministrativo durante la colonizzazione romana, essendo posto nella media valle dell’Aso, dove non vi sono centri urbani, come invece accade per le altre valli fluviali del Piceno.

Per cercare di capire come fosse organizzata l’area intorno al tempio sono state svolte anche delle prospezioni geofisiche, in collaborazione con la British School at Rome. Le prospezione hanno effettivamente evidenziato la presenza di anomalie nel sottosuolo, riconducibili alla probabile presenza di resti.


Riguardo agli scavi archeologici veri e propri, gli scavi del 2019 hanno interessato la porzione occidentale dello scavo
. Prendendo per buona l’ipotesi di un tempio triportico, suffragata dal ritrovamento del portico nord e del portico est, gli archeologi si aspettavano di trovare la restante porzione del portico. Al contrario, si sono imbattuti in un edificio rustico, collocabile fra la fine del I a.C. e la fine del I d.C.

Particolare di un muro dell’edificio rustico in cui è evidente l’uso di materiale di recupero proveniente dalle decorazioni del santuario

L’edificio, di cui ancora non si è compresa la funzione, sorgeva su strutture precedenti risalenti alla fase di massimo splendore del tempio (seconda metà del II a.C. – prima metà I a.C.). Esso presentava un piano di calpestio in terra battuta. Al suo interno sono state prelevate più di venti cassette di materiale ceramico attualmente in restauro presso la Scuola di restauro di Ravenna. Come in uso all’epoca, l’edificio rustico presentava tracce di materiali di recupero provenienti dal tempio, come i frammenti di decorazione del santuario (vedi la foto a fianco).

Terminata la presentazione, gli archeologi hanno accompagnato il pubblico presso il nuovo scavo. Hanno mostrato e spiegato le varie stratificazioni: l’edificio rustico, le strutture monumentali del tempio e anche le tracce di strutture di una fase precedente alla monumentalizzazione del sito.

Al termine della serata, si è svolta l’inaugurazione di una piccola mostra temporanea (vedi galleria fotografica), allestita presso la biglietteria del teatro, in attesa che sia organizzata una mostra itinerante ufficiale con il materiale restaurato della Scuola del Restauro di Ravenna e con l’augurio che il Museo Archeologico, ad oggi inagibile in seguito al sisma del 2016, possa essere ristrutturato.

Noi di Sybilla Picena siamo entusiasti del lavoro presentato e lodiamo la capacità “sinergica” di tutti i soggetti coinvolti. Ci sentiamo di porgere un elogio particolare al sindaco di Monte Rinaldo che ha dimostrato una sensibilità non scontata e una visione di lungo periodo che è quello di cui abbiamo bisogno nelle Marche, se vogliamo contare anche sul turismo in futuro.

Il santuario ellenistico di Monte Rinaldo non è solo un scavo archeologico, ma un patrimonio collettivo che può essere ancora luogo di conoscenza, punto di incontro e sede di eventi, come lo era in passato.

I Musei delle Marche

Le Marche offrono interessanti realtà museali che punteggiano il territorio.

A fianco ai più importanti musei della regione come il Museo archeologico di Ancona o di Ascoli Piceno, esistono una serie di piccole realtà museali, sparse su tutto il territorio, che raccolgono oggetti e reperti ritrovati in loco, come ad esempio il Museo delle tombe picene di Montedinove o il Museo archeologico di Belmonte Piceno.

Al di là delle ovvie difficoltà logistiche e gestionali che affrontano i piccoli Comuni per poter garantire un servizio di apertura al pubblico, crediamo che il futuro sarà così: non grandi musei in cui gli oggetti esposti siano  stati strappati dal contesto di origine, ma un museo sparso, fatto di piccole realtà in cui sia possibile ammirare la bellezza all’interno della costellazione cui appartiene; costellazione fatta di natura, cultura, storia, uomo, società.

Il museo archeologico di Ascoli Piceno

Il Museo Archeologico di Ascoli Piceno è stato aperto al pubblico nel 1981 ed è ospitato presso Palazzo Panichi in Piazza Arringo, nel pieno centro storico della città.

Il museo è articolato in tre sezioni:

1) al piano terra si trovano i resti di epoca romana, con l’intera sezione dedicata all’arte lapidaria;

2) al primo piano vi è la ricca collezione di reperti di origine picena provenienti dai siti più importanti del territorio;

3) al secondo piano si trovano i resti preistorici che comprendono un’età che va dal Paleolitico all’Età del Bronzo.

Questo è forse uno dei musei marchigiani più importanti per i reperti archeologici del territorio qui conservati, secondo solo a quello del capoluogo di regione.

I ritrovamenti di età Picena sono il fiore all’occhiello del museo: la vivace esposizione con le sagome vestite di  armamenti e gioielli e le scientifiche ricostruzioni degli originali aiutano il visitatore a visualizzare la vita dei nostri antenati.

Nella sezione romana, invece, la coloratissima pavimentazione musiva con la raffigurazione di un’erma bifronte è indubbiamente il ritrovamento più interessante.

Pavimentazione musiva con testa bifronte
Mosaico con erma bifronte

Proveniente dal Palazzo di Giustizia di Ascoli Piceno e risalente al I d.C., rende l’idea di quale potesse essere l’opulenza e la tecnica decorativa raggiunta al tempo della Roma imperiale.

Fonti
http://www.beniculturali.it/mibac/opencms/MiBAC/sito-MiBAC/Luogo/MibacUnif/Luoghi-della-Cultura/visualizza_asset.html?id=155709&pagename=157031

Il Museo dell’Arte ceramica di Ascoli Piceno

L’ingresso del Museo

Il Museo dell’Arte ceramica di Ascoli Piceno è ospitato nello splendido chiostro del complesso medievale di San Tommaso. Inaugurato nel 2007, il museo compendia la storia della ceramica nella città a partire dalle prime manifatture del XV secolo.

 

I piatti di Montelupo

Il Museo deve molto al mecenatismo del chirurgo Antonio Ceci che donò la sua collezione alla città di Ascoli Piceno. Fra i pezzi più pregevoli del fondo Ceci vanno ricordati i piatti di Montelupo del XVII secolo, con figure dai tratti caricaturali, e un raro piatto settecentesco uscito dalle storiche fornaci di Doccia del marchese Carlo Ginori.

 

Mattonella con paesaggio, esempio di ceramica di Castelli

Di notevole pregio artistico sono le mattonelle provenienti dal convento ascolano di Sant’Angelo Magno. Le maioliche sono state prodotte fra il Seicento e il Settecento a Castelli, località abruzzese celeberrima per la produzione di ceramica. I pezzi in esposizione sono opera dei maggiori artisti castellani: Francesco e Carlo Antonio Grue, Berardino Gentili.

 

Di epoca più recente, Ottocento e  Novecento, è possibile ammirare vasi, piatti, urne, caffettiere e tazze realizzate dalla manifattura Paci (1808-1856), dalla manifatture Matricardi (1920-1929) e dalla Manifattura Fama.

 

Il Museo dispone di un attrezzatissimo laboratorio didattico corredato di tornio e forni.

Per informazioni sugli orari di visite è possibile collegarsi a http://www.ascolimusei.it/_museoceramica/

Fonte: informazioni reperite durante al visita attraverso la guida e le didascalie esposte.