Storia delle nostre strade. La viabilità antica nelle Marche

Spesso pensiamo che la strada sia una conquista della modernità e del progresso; in realtà, sin dalla notte dei tempi, sono state proprio le strade a veicolare i semi della civiltà. Fra tutti i popoli dell’Antichità, furono per primi i Romani a sviluppare una concezione moderna di rete stradale. Le loro opere ingegneristiche sono tutt’oggi presenti e “vive” anche nel nostro territorio marchigiano.

Gli itinerari delle antiche strade marchigiane possono essere ricostruiti principalmente grazie allo studio comparato di tre fonti: i ritrovamenti archeologici, l’Itinerarium Antonini e le opere di cartografia antica, come la celeberrima Tavola Peutingeriana.

Le tre principali vie di comunicazione dell’antico Picenum – che ancora oggi costituiscono i principali assi stradali delle Marche – erano la via Flaminia, la via Salaria e la via litoranea (chiamata Salaria Picena). Una caratteristica importante della viabilità romana era che le strade secondarie tendevano a mantenere il nome della via principale, specificato da un attributo. Ogni via consolare dava così origine ad un sistema viario ben studiato dal punto di vista strategico e logistico.

La mappa mostra gli itinerari delle principali vie romane che collegavano Roma al Piceno. Precisiamo che alcuni percorsi sono basati su teorie e ipotesi di ricerca e attendono una conferma archeologica.
La mappa mostra gli itinerari delle principali vie romane che collegavano Roma al Piceno. Precisiamo che alcuni percorsi sono basati su teorie e ipotesi di ricerca e attendono una conferma archeologica.

La via Flaminia collegava Roma a Fanum Fortunae (Fano); da qui proseguiva fino a Ariminum (Rimini), ricongiungendosi alla via Emilia. La via fu costruita da Gaio Flaminio Nepote (da cui il nome) intorno al 220 a.C. e fu ristrutturata più volte in epoca imperiale con opere d’altissima ingegneria, necessarie a vincere le asperità dei tratti montani. Ricordiamo ad esempio la galleria del Furlo, fatta costruire da Vespasiano fra Fossombrone e Acqualagna, nella provincia di Pesaro-Urbino. All’altezza di Nucera (Nocera Umbra) si staccava un’importante diramazione, che raggiungeva Ancona e da qui Fano, costeggiando il litorale. Altre strade secondarie procedevano da ovest verso est seguendo l’andamento delle valli. Ancora nel Medioevo e nel Rinascimento alcune strade di fondovalle venivano chiamate Flaminia.

La Salaria congiungeva l’Urbe a Castrum Truentinum (Martinsicuro), passando per Reate (Rieti) e Asculum (Ascoli Piceno). Itinerario antichissimo, seguiva la direttrice ovest-est, unendo il Tirreno all’Adriatico, per garantire alle città dell’entroterra e all’Urbe l’approvigionamento di sale. Il suo tratto più antico, d’origine sabina, aveva come meta d’arrivo le saline nei pressi di Ostia (cfr. Festo, L 436).

La Salaria è esplicitamente nominata per la prima volta da Cicerone nel 44 a.C. (De natura Deorum, III 5.11: At enim praesentis videmus deos, ut apud Regillum Postumius, in Salaria Vatinius). Pochi decenni dopo, l’imperatore Augusto promosse imponenti lavori pubblici per migliorarne la viabilità dal punto di vista infrastrutturale. A causa delle caratteristiche naturali del territorio, la via seguiva un percorso obbligato: ancora oggi, infatti, per ampi tratti l’odierna Salaria (SS4)  segue il percorso della strada antica. Giunta a Castrum Truentum, la Salaria si divideva: verso sud proseguiva fino ad Hadria (Atri); verso nord fino ad Ancona con il nome di Salaria Picena.

La Salaria dava inoltre vita ad una serie di itinerari secondari, che congiungevano le città dell’entroterra marchigiano meridionale, secondo la direttrice sud-nord. Questa complessa rete viaria prendeva il nome di Salaria Gallica.

La diramazione più importante della Salaria Gallica si staccava nei pressi di Surpicano, stazione di sosta che sorgeva molto probabilmente dove oggi si trova la chiesa di San Salvatore ad Arquata del Tronto. Attraversando i Sibillini, continuava verso Urbs Salvia (Urbisaglia) e raggiungeva Aesis (Jesi), riallacciandosi così al ramo marchigiano meridionale della Flaminia. Da Amandola, un ulteriore diverticolo si immetteva nella valle del Tenna e raggiungeva Castellum Firmanorum (Porto San Giorgio), passando per Falerio Picenus (Falerone) e Firmum (Fermo).

Ad Ascoli Piceno, dal ponte romano di Borgo Solestà, aveva origine l’altra importante diramazione della Salaria Gallica: la cosiddetta via Statia, che costeggiando le pendici dell’Ascensione e poi  attraverso Montedinove, Monterinaldo e Petritoli arrivava a Fermo.

Più a nord, da Aesis (Jesi) aveva origine anche un raccordo fra la Salaria Gallica e la Salaria Picena: la via Octavia, realizzata da Marcus Octavius Asiaticus in epoca augustea. Da Jesi, correndo sulla sponda sinistra dell’Esino arrivava sino ad Ancona, in località Santa Maria di Posatora o Le Torrette.

Riassumendo, nel Piceno la Salaria e la Flaminia davano origine ai due fondamentali sistemi viari: uno che seguiva la direttrice sud-nord (Salaria Picena e Salaria Gallica), l’altro che seguiva la direttrice ovest-est (Flaminia). I due sistemi si incrociavano, permettendo una viabilità di terra estremamente funzionale.

A questa strutturata rete viaria di terra si affiancavano i collegamenti fluviali: infatti, in epoca romana i fiumi marchigiani erano quasi tutti navigabili e costituivano le vie di comunicazione privilegiate per i traffici commerciali.

Bibliografia essenziale:
Enrico Giorgi, Il territorio della colonia. Viabilità e centuriazione, in Storia di Ascoli dai Piceni all’età Tardoantica, a cura di  G. PACI, Ascoli Piceno 2014, pp. 223-289;
https://www.academia.edu/10485446/Il_territorio_della_colonia._Viabilit%C3%A0_e_centuriazione_in_G._PACI_a_cura_di_Storia_di_Ascoli_dai_Piceni_all_et%C3%A0_Tardoantica_Ascoli_Piceno_2014_pp._223-289
Paolo Campagnoli, Enrico Giorgi, La viabilità delle marche centro meridionali in  età tardo antica e altomedievale, in Tardo antico 2006, pp. 111-156;
https://www.academia.edu/2220759/La_viabilit%C3%A0_delle_Marche_centro_meridionali_in_et%C3%A0_tardo_antica_e_altomedievale

Il Museo delle Tombe Picene di Montedinove. Una nuova splendida realtà museale

Montedinove, 8 novembre 2015. Approfittando d’una bella giornata di sole autunnale, ci siamo recati a Montedinove, con l’intento di scoprire una nuovissima realtà del territorio: il Museo delle Tombe Picene.

Abbiamo avuto l’immensa fortuna di essere accompagnati dal Vicesindaco, il Sig. Eraldo Vagnetti, che ci ha illustrato i vari reperti e soprattutto ci ha raccontato la storia del museo, essendone stato uno dei principali protagonisti.

Tutto è cominciato nel 1986, quando i lavori di costruzione d’una strada in località colle Pigna hanno portato alla luce una gran quantità di reperti ceramici e metallici. Quel luogo, in realtà, non era nuovo a rinvenimenti di materiale archeologico: i vecchi del luogo raccontavano che passando con l’aratro portavano alla luce una grande quantità di frammenti di ceramica, pezzi di vasi, che chiamavano “pignatte”, secondo l’uso popolare; e proprio per questo, quella località prese il nome di colle Pigna.

Le campagne di scavo si sono protratte a più riprese dalla fine degli anni Ottanta alla fine degli anni Novanta. I ritrovamenti più importanti, dopo un attento restauro, sono stati esposti nel Museo Archeologico di Ascoli Piceno. Montedinove ed i suoi orgogliosi abitanti hanno da subito lottato, per riportare a casa  le tombe dei loro antenati: così sarebbe stato giusto per gli uomini e le donne lì sepolti da più di duemila anni.

Finalmente, il 26 ottobre 2015, dopo anni di progettazione e di lavori, il Comune di Montedinove è riuscito ad aprire il nuovo centro museale nel cuore del suo borgo antico. L’ex chiesa seicentesca delle Clarisse, dopo una gentile donazione del Demanio, è diventata sede del Museo delle Tombe Picene.

Le sepolture appartenevano probabilmente ad un gruppo familiare, che doveva abitare in un villaggio identificato in località Case Arpini, vicino Rotella. La necropoli ha restituito ricchi corredi risalenti al VII e VI secolo a.C., la cui fattura lascia intendere una probabile parentela con le famiglie di alto lignaggio di Belmonte Piceno. Le somiglianze fra i reperti provenienti dai due siti sono incredibili: ciò si spiega con il fatto che ogni tribù avesse una propria tipologia di monili, disegni e stoffe, tramandati di generazione in generazione.

Ad un primo sguardo, si nota la grande differenza fra sepolture maschili e femminili: le prime molto spartane, le seconde ricchissime di gioielli, stoffe, vasellame. Possiamo soltanto immaginare lo splendore di queste nobili donne.

La tomba più antica è quella della coppia capostipite: l’uomo ha un corredo piuttosto povero, mentre lo scheletro della donna è accompagnato da una quantità incredibile di gioielli e manufatti. Curiosamente, accanto al suo corpo è stata posta anche una lancia: ciò voleva indicare il ruolo predominante che ella ricopriva all’interno del villaggio. Anche a Belmonte Piceno si trova un caso simile in quella che viene chiamata la tomba delle Amazzoni.

Nelle tombe più tarde, i corredi femminili si arricchiscono ulteriormente e si trovano due elementi molto particolari, come la grande fibula a gobbe traforata e ageminata ed il pettorale femminile, simbolo della fertilità della donna.

Fra le tombe maschili, è da citare una pregevolissima spada, che non trova nessun altro riscontro se non nel celeberrimo guerriero di Capestrano, esposto al museo di Chieti.

Non possiamo che esprimere il nostro stupore, prossimo alla commozione, per una realtà museale che, come anche il Museo archeologico di Belmonte Piceno, rappresenta un segnale, una sfida lanciata al futuro. Stiamo forse entrando in una nuova epoca, in cui finalmente ci stiamo accorgendo dei tesori, frutto del nostro affascinante passato. Forse è giunto il momento di tramandare e riscoprire questo passato illustre, per avere un’opportunità in più nel futuro; un futuro, che sia frutto di un felice connubio fra tradizione ed innovazione. E questo ci piace!

Per la prossima primavera, turisti e appassionati saranno in grado di ammirare gli splendidi materiali, mai esposti, rinvenuti durante gli scavi. Il Museo delle Tombe Picene è situato in largo Lea Caracini,  presso l’ex Convento delle Clarisse. Per informazioni sui giorni e gli orari d’apertura, è possibile contattare il Comune di Montedinove allo 0736 829410 (tutti i giorni dal lunedì al venerdì).

Cogliamo l’occasione per ringraziare di nuovo la squisita gentilezza del vicesindaco, Eraldo Vagnetti, che ci ha permesso di scoprire un altro meraviglioso angolo del nostro territorio.

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Sybilla Picena è uno spazio di condivisione, per raccontare e descrivere la storia (e le storie) di una terra quasi nascosta, ma non dimenticata: le Marche e più in particolare il Piceno, un territorio che è un vero e proprio tesoro a cielo aperto.

La Sybilla, secondo l’antica mitologia greca e romana, era una profetessa che aveva il potere di predire il futuro. Seguendo una certa tradizione medievale, doveva esservene una anche sui Monti Sibillini, tra Marche e Umbria: la cosiddetta Sybilla Appenninica o Picena. Qualunque sia la sua origine, le storie legate alla Sybilla sono piene di fascino e gettano un ponte attraverso la storia, testimoniando la sostanziale continuità storico-culturale e cultuale del nostro territorio, attraverso Preistoria, Età antica, Medioevo, Modernità.

La figura della Sybilla ci spinge a scavare, per mostrare come, nello scorrere del tempo, tutto si conserva.

La Sybilla Picena è dunque un simbolo, il simbolo del nostro territorio: è la profetessa che svela gli enigmi della nostra terra e che, da tempo immemore, ne racconta le storie di ieri, oggi e domani.

CHI SIAMO

Gli autori di Sybilla Picena sono Giacomo Morroni, laureato in Filosofia, e Stefano Vittori, laureato in Archeologia; entrambi marchigiani, appassionati di storia e delle radici culturali della loro “piccola” terra: il Piceno, il cui cuore comprende le valli del Tronto, dell’Aso, dell’Ete e del Tenna.Questo piccolo angolo di mondo è un autentico microcosmo, che in pochi chilometri quadrati riesce a stupire ogni giorno, anche chi come noi ci vive da sempre.

Con il tempo, stiamo imparando ad interrogare la nostra terra e farla parlare, per capire da dove veniamo e dove stiamo andando. Ogni singola pietra, sasso, mattone, albero, via, volto, è in grado di raccontarci qualcosa, per capire meglio il mondo che ci circonda.

Il nostro obiettivo è unire i due mestieri: quello dell’archeologo, che scava, e quello del filosofo, che comprende. Scavare per riportare alla luce, per far emergere quello che il tempo ha coperto e sopratutto quello che abbiamo smesso di guardare e che nonostante tutto, resta sotto ai nostri occhi. Capire, per avere uno sguardo più consapevole sul mondo, su ciò che accade e su quello che possiamo fare oggi per vivere meglio.