Osvaldo Licini

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Foto del pittore appesa nel suo studio (Casa Museo Licini).

 

Osvaldo Licini nacque a Monte Vidon Corrado il 20 Marzo 1894, da genitori entrambi creativi: padre cartellonista e madre direttrice di un atelier di moda. Poco dopo la sua nascita, i suoi si trasferirono a Parigi ed egli restò a vivere nel paese natale, dove trascorse i primi anni di vita con i nonni paterni.

Verso il 1911 il giovane Licini si trasferì a Bologna. Qui si iscrisse al corso di pittura dell’Accademia di Belle Arti. Nel 1914, sempre nel capoluogo emiliano, organizzò la sua prima esposizione insieme al compagno di corsi Giorgio Morandi, Mario Bacchelli, Severo Pozzati e Giacomo Vespignani. La collettiva fu subito definita la “mostra dei secessionisti”, per via del loro spirito anti-accademico, sottolineato dalla presenza di Marinetti, presente all’apertura. In quegli anni, Licini fu seguace del movimento futurista, di cui cercò di cogliere lo spirito non solo con il pennello, ma anche con la penna: fu autore di una raccolta di storie musicate intitolata “I racconti di Bruto”.

Dopo il diploma, andò a studiare scultura all’Accademia di Firenze, ma il suo corso di studi fu interrotto dallo scoppio della Grande Guerra:  nel 1915 partì soldato e venne ferito ad una gamba. Fu proprio durante la convalescenza che conobbe la donna che sarebbe diventata la madre del suo unico figlio naturale, Paolo.

Nel 1917 si trasferì a Parigi, che in quegli anni era la capitale mondiale della cultura: un crogiuolo di musicisti, artisti, letterati e filosofi.  Nella capitale francese, ebbe la straordinaria opportunità di conoscere Picasso e strinse amicizia con Modigliani. Licini cominciò a dividersi fra Firenze e Parigi, con permanenze più o meno lunghe a Monte Vidon Corrado, Montefalcone, Porto San Giorgio e Fermo. In quest’ultima divenne un insegnante del prestigioso Istituto Tecnico Industriale di Fermo, continuando allo stesso tempo ad esporre le sue opere nella capitale francese.

Nel 1926 sposò la pittrice svedese Nanny Hellström, decidendo di trasferirsi in pianta stabile nel paese natale, Monte Vidon Corrado. La “vita di provincia” non frenò la sua carriera artistica, che anzi divenne sempre più impegnativa e fitta d’appuntamenti, con esposizioni a Milano, Parigi, Roma, Basilea, Berna e Stoccolma.

A proposito dello stile pittorico di quegli anni, Licini stesso scrisse: “La mia pittura preastratta è pittura fauve che viene da Cèzanne, Van Gogh e Matisse, tra i maestri di prim’ordine, e i miei disegni lo possono provare”.

Nel 1935, il suo stile mutò direzione: fu uno dei primissimi artisti italiani a sperimentare l’astrattismo che conobbe a Parigi, attraverso le opere di Vasilij Kandiskij, Klee e Man Ray.

A partire dagli anni ’40, nonostante il fermo proposito di non esporre nulla per tutto il periodo della Seconda guerra mondiale, cominciò ad avvicinarsi al surrealismo con influenze simboliste e nordiche, che, unendosi tra loro, davano forma ad un mondo fantastico, abitato da creature inquietanti, eroiche ed affascinanti. Nacquero così le Amalassunte, le sue più amate creature (1945). L’Amalassunta è, come ha scritto Licini stesso poi, “la luna nostra bella, garantita d’argento per l’eternità, personificata in poche parole, amica di ogni cuore un poco stanco”.

Nell’aprile del 1958 Osvaldo Licini espose per la terza volta alla Biennale di Venezia e fu insignito del Gran Premio per la Pittura. Di lì a poco, si spense nella sua casa di Monte Vidon Corrado, in un ritirato rifugio, tra le sue amate colline marchigiane.

Come per per altri uomini e donne d’arte di ogni luogo e tempo, anche per Licini il paesaggio fu un elemento fondamentale nella sua opera. Il paesaggio idilliaco di Monte Vidon Corrado si legò in modo profondo alla sua pittura, tanto da diventarne una componente essenziale. Licini, benché riservato, fu una personalità molto nota e amata nel suo paese, tanto da influenzarne la vita politica. I suoi concittadini, ammaliati dalla sua personalità, lo elessero sindaco per ben due volte, candidato con il Partito Comunista Italiano.

Bibliografia essenziale: 

www.centrostudiosvaldolicini.it

Simoni D. a cura di, Casa Museo Osvaldo Licini, Rivista Centro Studi Osvaldo Licini 0/2013, Monte Vidon Corrado, 2013

Le Marche

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Il Monte Conero, uno dei luoghi simbolo delle Marche

Le Marche sono una regione dell’Italia centrale, situata lungo la costa adriatica. Essa è suddivisa in cinque province: Pesaro-Urbino, Ancona, Macerata, Fermo e Ascoli Piceno.

Già a partire dall’Età del Ferro, questa terra fu abitata da una miriade di popoli : Piceni, Siculi, Umbri e Galli. Anche nei secoli successivi, restò una terra variopinta, suddivisa in Stati più o meno estesi, più o meno duraturi. Non a caso, dopo essere stata nominata Picenum dai Romani, assunse durante il Medioevo il nome di Marche, proprio al plurale. In epoca feudale, infatti, la marca indicava un territorio di confine e le Marche lo furono di diritto, prima del Sacro Romano Impero, poi dello Stato Pontificio.

Le Marche restano un regione al plurale ancora oggi, un Arlecchino di città, di borghi, di dialetti e di paesaggi! Dai suoi colli, lo sguardo spazia dal mare Adriatico ai monti Appennini, in un paesaggio dolce e ondulato, che sembra più frutto di un sogno, che della realtà.

Le Marche in Europa

Il Museo delle Tombe Picene di Montedinove. Una nuova splendida realtà museale

Montedinove, 8 novembre 2015. Approfittando d’una bella giornata di sole autunnale, ci siamo recati a Montedinove, con l’intento di scoprire una nuovissima realtà del territorio: il Museo delle Tombe Picene.

Abbiamo avuto l’immensa fortuna di essere accompagnati dal Vicesindaco, il Sig. Eraldo Vagnetti, che ci ha illustrato i vari reperti e soprattutto ci ha raccontato la storia del museo, essendone stato uno dei principali protagonisti.

Tutto è cominciato nel 1986, quando i lavori di costruzione d’una strada in località colle Pigna hanno portato alla luce una gran quantità di reperti ceramici e metallici. Quel luogo, in realtà, non era nuovo a rinvenimenti di materiale archeologico: i vecchi del luogo raccontavano che passando con l’aratro portavano alla luce una grande quantità di frammenti di ceramica, pezzi di vasi, che chiamavano “pignatte”, secondo l’uso popolare; e proprio per questo, quella località prese il nome di colle Pigna.

Le campagne di scavo si sono protratte a più riprese dalla fine degli anni Ottanta alla fine degli anni Novanta. I ritrovamenti più importanti, dopo un attento restauro, sono stati esposti nel Museo Archeologico di Ascoli Piceno. Montedinove ed i suoi orgogliosi abitanti hanno da subito lottato, per riportare a casa  le tombe dei loro antenati: così sarebbe stato giusto per gli uomini e le donne lì sepolti da più di duemila anni.

Finalmente, il 26 ottobre 2015, dopo anni di progettazione e di lavori, il Comune di Montedinove è riuscito ad aprire il nuovo centro museale nel cuore del suo borgo antico. L’ex chiesa seicentesca delle Clarisse, dopo una gentile donazione del Demanio, è diventata sede del Museo delle Tombe Picene.

Le sepolture appartenevano probabilmente ad un gruppo familiare, che doveva abitare in un villaggio identificato in località Case Arpini, vicino Rotella. La necropoli ha restituito ricchi corredi risalenti al VII e VI secolo a.C., la cui fattura lascia intendere una probabile parentela con le famiglie di alto lignaggio di Belmonte Piceno. Le somiglianze fra i reperti provenienti dai due siti sono incredibili: ciò si spiega con il fatto che ogni tribù avesse una propria tipologia di monili, disegni e stoffe, tramandati di generazione in generazione.

Ad un primo sguardo, si nota la grande differenza fra sepolture maschili e femminili: le prime molto spartane, le seconde ricchissime di gioielli, stoffe, vasellame. Possiamo soltanto immaginare lo splendore di queste nobili donne.

La tomba più antica è quella della coppia capostipite: l’uomo ha un corredo piuttosto povero, mentre lo scheletro della donna è accompagnato da una quantità incredibile di gioielli e manufatti. Curiosamente, accanto al suo corpo è stata posta anche una lancia: ciò voleva indicare il ruolo predominante che ella ricopriva all’interno del villaggio. Anche a Belmonte Piceno si trova un caso simile in quella che viene chiamata la tomba delle Amazzoni.

Nelle tombe più tarde, i corredi femminili si arricchiscono ulteriormente e si trovano due elementi molto particolari, come la grande fibula a gobbe traforata e ageminata ed il pettorale femminile, simbolo della fertilità della donna.

Fra le tombe maschili, è da citare una pregevolissima spada, che non trova nessun altro riscontro se non nel celeberrimo guerriero di Capestrano, esposto al museo di Chieti.

Non possiamo che esprimere il nostro stupore, prossimo alla commozione, per una realtà museale che, come anche il Museo archeologico di Belmonte Piceno, rappresenta un segnale, una sfida lanciata al futuro. Stiamo forse entrando in una nuova epoca, in cui finalmente ci stiamo accorgendo dei tesori, frutto del nostro affascinante passato. Forse è giunto il momento di tramandare e riscoprire questo passato illustre, per avere un’opportunità in più nel futuro; un futuro, che sia frutto di un felice connubio fra tradizione ed innovazione. E questo ci piace!

Per la prossima primavera, turisti e appassionati saranno in grado di ammirare gli splendidi materiali, mai esposti, rinvenuti durante gli scavi. Il Museo delle Tombe Picene è situato in largo Lea Caracini,  presso l’ex Convento delle Clarisse. Per informazioni sui giorni e gli orari d’apertura, è possibile contattare il Comune di Montedinove allo 0736 829410 (tutti i giorni dal lunedì al venerdì).

Cogliamo l’occasione per ringraziare di nuovo la squisita gentilezza del vicesindaco, Eraldo Vagnetti, che ci ha permesso di scoprire un altro meraviglioso angolo del nostro territorio.

Pio Panfili

Forse non tutti sanno che gli artisti marchigiani – fermani in particolare – eccelsero nella realizzazione del finto marmo e degli effetti illusionistici, così comuni nelle chiese barocche . Dal tempo della Controriforma, marmi e stucchi diventavano una spesa troppo costosa, che poteva essere tranquillamente sostituita con la maestria dei pittori.

Uno dei più noti esponenti di questo genere fu Pio Panfili (1723-1812): Nato a Porto San Giorgio nel 1723, fu attivo nelle Marche e soprattutto a Fermo. Qui realizzò gli effetti prospettici e illusionistici delle volte e della cupola della cattedrale cittadina (1787). Sempre a Fermo, dipinse le pitture prospettiche della sala consiliare del palazzo comunale (1760).

Nel territorio, sono da citare i suoi lavori presso l’atrio del palazzo comunale e della scala monumentale del municipio di Montegiorgio.

Oltre che nelle Marche, il Panfili operò a Bologna, dove si distinse come incisore e disegnatore di vedute cittadine. Operò presso lo stampatore Della Volpe, per pubblicazioni artistiche. Tra queste, citiamo: La regola di Vignola, L’architettura dell’Alberti, Claustro di San Michele in Bosco dello Zanotti, il Diario bolognese ecclesiastico e civile dal 1770 al 1796. Sue opere sono presenti anche nella Biblioteca dell’Archiginnasio, nella Pinacoteca Nazionale e nel Museo Civico.

La sua fama in patria fu notevole, se ancora a pochi decenni orsono, si poteva udire per le strade sangiorgesi la nota “filastrocca”:
Pio Panfili portese pittore
pitte pitture per poco prezzo
prete porco puzzone pagame presto.

Bibliografia essenziale:
Dizionario storico-biografico dei marchigiani, Il lavoro editoriale 1993, tomo II, p 108.

Augusto Murri

Ritratto di Augusto Murri
Ritratto di Augusto Murri

Nato a Fermo l’8 settembre 1841, fu medico e clinico di fama internazionale. Laureatosi a Firenze nel 1864, si perfezionò a Parigi e Berlino.

Nel 1870 divenne assistente del Baccelli a Roma; quindi, nel 1875 fu inviato a Bologna, dove divenne docente di clinica medica, ruolo che ricoprì per quarant’anni, fino al 1916. Morì a Bologna l’11 novembre nel 1932.

Fu docente di grande fama, chiamato “il sommo dei clinici”. I suoi scritti ebbero vasta circolazione e furono tradotti in varie lingue. Fra i suoi studi ricordiamo: Teoria della febbre, Meccanismo di compenso fisiopatologico del cuore, Saggio sulle perizie medico legali, Lezioni di clinica medica. Importanti anche le ricerche sulle malattie cerebrali, in particolare sui tumori intracranici, sulle affezioni sifilitiche del cervello, sull’ascesso cerebrale cronico.

Murri fu anche deputato parlamentare e consigliere superiore della pubblica istruzione. A Fermo, gli è intitolato l’Ospedale Civile, che ha sede nell’omonima via.

Bibliografia essenziale:
Dizionario storico-biografico dei marchigiani, Il lavoro editoriale, 1993, tomo II.

La Sybilla Picena fra storia e leggenda

Tra Marche e Umbria, nel bel mezzo del Parco Nazionale dei Monti Sibillini, si cela il mito della cosiddetta Sybilla Appenninica o Picena.

La Sibilla (utilizziamo la grafia italiana) era una profetessa, che aveva il potere di predire il futuro di chi la consultava, durante uno stato di trance mistica. La sua figura, dai contorni non perfettamente delineati, deriverebbe da culti politeistici orientali, che furono importati prima del IX secolo a. C. nella vicina Grecia, dove la sua presenza storica è ben attestata. Un frammento del filosofo Eraclito di Efeso – vissuto fra il VI e il V secolo a. C. – costituisce la prima fonte scritta sulla Sibilla. Egli la descrive come “colei che con voce disadorna dice cose che non fanno ridere [DK 92]”. Le sue previsioni, infatti, erano generalmente terribili e preannunciavano quasi sempre sventure.

Nell’antica Grecia, esisteva già una figura profetica, con la quale condivideva probabilmente alcuni elementi: la Pizia del tempio di Apollo a Delfi. Contrariamente a quest’ultima, però, la Sibilla non sarebbe stata legata a nessun particolare luogo e forse neppure ad una particolare divinità; ciò le permise di “muoversi”, di volta in volta, da un luogo ad un altro.

Ritroviamo la Sibilla in tutto il bacino del Mediterraneo, Italia compresa. Qui, nel I secolo d.C., Marco Terenzio Varrone, nel suo Antiquitates Rerum divinarum, stilò un catalogo di dieci Sibille, che da allora è divenuto canonico. Esso comprende: la Sibilla Persica, la Libica, la Delfica, la Cimmeria, l’Eritrea, la Samia, la Cumana, l’Ellespontica, la Frigia e la Tiburtina. Precisiamo che spesso vengono citate come fonti attestanti la presenza di una Sybilla Picena anche passi del De Vita Cesareum di Svetonio (70-126 d. C.) e dell’Historia Augusta di Trebellio Pollione (IV sec.). In realtà, però, i due autori non ne parlano affatto.

Lattanzio (III-IV sec.) e Agostino di Ippona (354-430 d. C.) ripresero il decalogo delle Sibille, impiantandolo nella tradizione cristiana: nel passaggio dal paganesimo al cristianesimo, le Sibille furono trasformate in annunciatrici del Signore.

Seguendo Varrone, dunque, in epoca antica non sarebbe attestata l’esistenza di una Sybilla Picena o Appenninica; le uniche presenti in terra italica sarebbero state la Sibilla Cumana e la Sibilla Tiburtina. Questa, in particolare, è di nostro interesse, in quanto è citata da un autore francese del XII secolo, Philipe De Thaon. Costui citò un’antica tradizione latina secondo la quale la Sibilla Tiburtina avrebbe spostato la sua “sede” dal Campidoglio all’Aventino (Aventin). Per un errore di trascrizione o d’interpretazione, Thaon scrisse Apenin anziché Aventin: ecco probabilmente spiegata l’origine della nostra Sibilla, che in realtà sarebbe un costrutto squisitamente medievale.

La leggenda della Sybilla Picena diede vita nei secoli successivi ad un nutrito filone di leggende e romanzi cavallereschi, quali, ad esempio, Le avventure di Guerrino detto il Meschino di Andrea da Barberino (1370 ca.- dopo il 1431), oppure Paradis de la Reine di Antoine de la Sale (1388ca – dopo il 1461). Grazie alla “leggenda” della Sibilla, questi autori riscossero un discreto successo, già a partire dal XV secolo.

Tale genere di testi fu dunque alla base della caratterizzazione della Sybilla dell’Appennino, i cui tratti delineano una figura profondamente “distorta” rispetto alle Sibille dell’Antichità. La Sibilla nostrana è una donna-maga, strega, seduttrice, complice del demoniaco: un mix di elementi, che trovavano un terreno davvero fertile nel superstizioso centro Italia. I racconti di maghi, streghe malefiche e della Sibilla seduttrice erano utili per la predicazione francescana, intenta a sradicare movimenti eretici e i riti di chiara derivazione pagana, che ancora persistevano da secoli nelle nostre terre dell’Appennino umbro-marchigiano.

La Sybilla Picena appartiene alla leggenda, che si mescola ad una tradizione antica, storicamente attestata, che tuttavia non appartiene all’Appennino umbro-marchigiano. Ciononostante, la sua presenza aleatoria anche nel centro Italia è stato un elemento fondante per la cultura del territorio, tanto che la Sibilla assurge a personaggio simbolo del Piceno.
La Sybilla Picena ha riscosso notevole interesse anche negli ultimi anni, grazie ad autori locali che le hanno dedicato numerosi scritti, enfatizzandone gli elementi più suggestivi, in un quadro letterario fantasy e/o esoterico.

 

Bibliografia essenziale:
Tea Fonzi, La Sibilla dell’Appennino: una risorsa dimenticata, in “Il Capitale Culturale” n. 11, Macerata 2015, pp. 483-518.

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Sybilla Picena è uno spazio di condivisione, per raccontare e descrivere la storia (e le storie) di una terra quasi nascosta, ma non dimenticata: le Marche e più in particolare il Piceno, un territorio che è un vero e proprio tesoro a cielo aperto.

La Sybilla, secondo l’antica mitologia greca e romana, era una profetessa che aveva il potere di predire il futuro. Seguendo una certa tradizione medievale, doveva esservene una anche sui Monti Sibillini, tra Marche e Umbria: la cosiddetta Sybilla Appenninica o Picena. Qualunque sia la sua origine, le storie legate alla Sybilla sono piene di fascino e gettano un ponte attraverso la storia, testimoniando la sostanziale continuità storico-culturale e cultuale del nostro territorio, attraverso Preistoria, Età antica, Medioevo, Modernità.

La figura della Sybilla ci spinge a scavare, per mostrare come, nello scorrere del tempo, tutto si conserva.

La Sybilla Picena è dunque un simbolo, il simbolo del nostro territorio: è la profetessa che svela gli enigmi della nostra terra e che, da tempo immemore, ne racconta le storie di ieri, oggi e domani.

CHI SIAMO

Gli autori di Sybilla Picena sono Giacomo Morroni, laureato in Filosofia, e Stefano Vittori, laureato in Archeologia; entrambi marchigiani, appassionati di storia e delle radici culturali della loro “piccola” terra: il Piceno, il cui cuore comprende le valli del Tronto, dell’Aso, dell’Ete e del Tenna.Questo piccolo angolo di mondo è un autentico microcosmo, che in pochi chilometri quadrati riesce a stupire ogni giorno, anche chi come noi ci vive da sempre.

Con il tempo, stiamo imparando ad interrogare la nostra terra e farla parlare, per capire da dove veniamo e dove stiamo andando. Ogni singola pietra, sasso, mattone, albero, via, volto, è in grado di raccontarci qualcosa, per capire meglio il mondo che ci circonda.

Il nostro obiettivo è unire i due mestieri: quello dell’archeologo, che scava, e quello del filosofo, che comprende. Scavare per riportare alla luce, per far emergere quello che il tempo ha coperto e sopratutto quello che abbiamo smesso di guardare e che nonostante tutto, resta sotto ai nostri occhi. Capire, per avere uno sguardo più consapevole sul mondo, su ciò che accade e su quello che possiamo fare oggi per vivere meglio.