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Le vie fluviali nell’Antichità

Le colline delle Marche sono solcate dalle valli dei fiumi che percorrono da ovest verso est la nostra regione. Le fonti antiche ci riportano almeno 12 nomi latini di fiumi: Isaurus, Metaurus, Suasanus, Sena, Aesis, Misco, Flosis, Flusor, Tinna, Asis, Tessuinum, Truentus.  Ad essi vanno aggiunti gli innumerevoli affluenti e  torrenti che costellano le vallate marchigiane. Temibili in occasioni di precipitazioni eccezionali, nella maggior parte dei casi sono poco più che torrenti, tanto che a volte chiamarli fiumi sembra quasi un’esagerazione. I racconti dei nonni, però, svelano un passato meno misero, quando i bambini dovevano essere presi sulle spalle dagli adulti per guadare il fiume, o quando gli adolescenti trascorrevano interi pomeriggi a tuffarsi e giocare in acqua. 

Se già il passato recente svela un perduto rapporto dell’uomo con la realtà idrografica del territorio, viene da chiedersi cosa potessero rappresentare i fiumi in epoca più remota, fino all’epoca preromana. Così come in molte altre aree della penisola, è verosimile pensare che molti di questi fiumi fossero navigabili e fossero delle vere e proprie forze motrici delle attività economiche locali.

Siamo abituati ad esaltare la prodigiosa rete viaria d’epoca romana, i cui itinerari sono ancora oggi in uso, ma dimentichiamo che strade terrestri e strade fluviali costituivano un unico sistema di vie di comunicazione. I fiumi erano delle vere e proprie autostrade dell’antichità. 

Non è un caso che molti dei più importanti centri antichi sorgessero sulle sponde di fiumi, dove gli abitanti potevano non soltanto approvvigionarsi di acqua potabile, ma anche scaricare i rifiuti urbani e trasportare più velocemente le merci. Roma stessa godeva di un porto fluviale sull’isola Tiberina, prima ancora dello sviluppo di Ostia e del suo porto marittimo; e non mancano tracce archeologiche di altri porti fluviali lungo il percorso del Tevere, il più noto dei quali è forse quello di Stifone, in Umbria, presso la Mole di Narni. Parimenti i rari, ma non unici, ritrovamenti di piroghe lignee d’epoca preromana, testimoniano quanto fosse sviluppata nell’antichità la navigazione delle acque interne. Il Lago di Bolsena ne ha restituito un esemplare in splendide condizioni, oggi conservato al Museo della Navigazione delle Acque Interne a Capodimonte.

Focalizzando la nostra attenzione sul Piceno, anche i fiumi Chienti, Tenna, Aso, Ete Vivo e Tronto sin dall’epoca preistorica erano navigabili e furono delle vie di comunicazione imprescindibili per gli spostamenti e soprattutto per i commerci in queste vallate. Le foci di questi fiumi erano dotate di approdi marittimi, da cui partivano o arrivavano le merci dagli empori marittimi del Mediteranneo – come testimoniano bene i ritrovamenti anforici nell’entroterra. Oltre, dunque, ai porti marittimi situati lungo la costa, come il Castellum Firmanorum (l’attuale Porto San Giorgio), Cluana, Cupra Maritima, Castrum Truentinum, possiamo affermare che esistessero una serie di attracchi e porti fluviali situati nelle località interne, i quali formavano una fitta ed efficiente rete di trasporto sin dall’epoca pre-romana

Un luogo di attracco di epoca romana è stato rinvenuto in località Casabianca di Fermo, nei pressi della foce del fiume Tenna, dove poco lontano è stato rinvenuto un magazzino di anfore. Un altro attracco portuale doveva trovarsi a ridosso della foce del fiume Ete Vivo, nell’attuale località di Salvano di Fermo. È importante ricordare come in epoca antica la linea di costa fosse più arretrata rispetto ai nostri giorni. 

Con l’arrivo dei Romani si avvia una stagione tra le più floride per l’area compresa tra il fiume Tenna e la valle dell’Aso. Non solo si ha la fondazione di ben due colonie romane (Firmum Picenum e Falerio Picenus), ma anche lo stanziamento della flotta romana nell’Adriatico, che assicurava una navigazione marittima più sicura. In questa epoca, le vie di comunicazione di terra raggiunsero uno sviluppo eccezionale. Si può ragionevolmente pensare che l’imponente sistema viario romano abbia dirottato su strada una parte delle merci che precedentemente viaggiava preferibilmente o esclusivamente per via fluviale, integrando il trasporto fluviale all’interno di un sistema più complesso. 

Quando però, nei primi secoli del Medioevo, cessò la manutenzione delle strade, il fiume tornò a rivestire un ruolo centrale per i commerci:  si pensi al sito di Ripa Bianca di Jesi, dove sono state trovati i resti di un attracco fluviale del XVII secolo, o i siti del Fosso di Cugnolo e del Fosso di San Biagio in località Torre di Palme (FM), dove le attività di cabotaggio sono testimoniate dal XVIII secolo in poi. Oppure le attività di porto del Lido di San Tommaso di Fermo, citate nelle carte nautiche dal XIV secolo in avanti.

In un tempo su cui incombe lo spettro della siccità e del cambiamento climatico, riconsiderare la cura che nel passato fu dedicato alle risorse idriche e fluviali (con tutte le sue implicazioni culturali e cultuali), può essere uno stimolo per ridefinire il nostro rapporto con questo vitale elemento della natura, il più prezioso: l’acqua.
Non nostalgia del passato, ma continuità attraverso le epoche

Bibliografia essenziale:
Emilio Barillaro, Fiumi navigabili nella Locride antica, San Giovanni di Gerace, 1973.

Simonetta Menchelli, Firmum Picenum: città, territorio e sistema portuale, Roma, 2005

Simonetta Menchelli, I depositi di anfore lungo il litorale fermano: nuovi dati per la produzione ed il commercio del vino piceno, disponibile sul portale Fastionline al seguente link: http://www.fastionline.org/docs/FOLDER-it-2009-132.pdf

Teodoro Monticelli, Sull’origine delle acque del Sebeto, Napoli, 1840

Gianfranco Paci, Medio-Adriatico Occidentale e commerci transmarini (II secolo a.C. – II secolo d.C.), Roma, 2001

https://www.beniculturali.it/luogo/museo-della-navigazione-nelle-acque-interne

Il santuario ellenistico-romano di Monte Rinaldo

Nell’entroterra della provincia di Fermo si trova il comune di Monte Rinaldo, un piccolo paese dell’alta valle del fiume Aso, che custodisce nel suo ameno territorio uno dei siti archeologici più affascinanti delle Marche e del Piceno: un santuario ellenistico-romano.

Tra il 1958 e il 1963, a seguito di alcuni lavori agricoli, sono venuti alla luce i primi rinvenimenti archeologici, che hanno dato il via ad una serie di interventi di indagine, a tutt’oggi non ancora terminati. A seguito degli scavi, nel corso degli anni ‘60, le colonne del porticato sono state fatte oggetto di anastilosi, cioè sono state reinnalzate, restituendo in parte l’aspetto monumentale che il sito doveva avere anticamente.


Il santuario si trova sul pendio della collina che porta al centro cittadino, in una località chiamata già “La Cuma”
. Nonostante l’etimologia del nome “Cuma” abbia fatto pensare ad evocativi contatti con l’omonima città della Campania sede della celebre Sibilla, in realtà il termine si riferisce alla morfologia del territorio: infatti, nei testi medioevali latini la parola cuma indica un terreno in pendio, che digrada a fondo valle, proprio come quello dove si trova il sito archeologico di Monte Rinaldo.

Il portico del santuario di Monterinaldo
Il portico del santuario di Monterinaldo

Il santuario sorgeva su un ampio terrazzamento artificiale, sostenuto dall’imponente muro di fondo del porticato settentrionale, lungo 63,50 metri. Davanti all’imponente muro si sviluppava il portico, costituito da due file di colonne (porticus duplex), una di ordine tuscanico, l’altra di ordine dorico: insieme creavano il perfetto sfondo scenografico dell’area sacra.

Di fronte al porticato, si trovava il tempio, oggi visibile solo a livello delle fondamenta. Le strutture sono state interpretate come l’alzato della cella del tempio, con due alae laterali, o come i muri divisori di tre celle sul modello del tempio capitolino di Roma.

L’ingresso doveva trovarsi sul lato meridionale, dove si trova l’attuale ingresso al sito archeologico. Recenti indagini hanno portato alla luce le fondazioni di un’ala del porticato ad Est, che doveva chiudere il complesso da quel lato, così come si può supporre accadesse ad Ovest del tempio. Nelle immediate vicinanze, vi sono altre strutture murarie, a suddividere cinque piccoli ambienti, collegati ad un pozzo (ora non più visibile) tra il porticato Nord e il podio.

I reperti più antichi, come gli ex voto anatomici, sembrano testimoniare l’esistenza del sito già a partire dal III secolo a.C., ma la reale monumentalizzazione del santuario si ha a partire dalla metà del II a.C. fino al I a.C.: proprio in quel periodo il territorio Piceno entrava nell’orbita di conquista di Roma a seguito della battaglia di Sentino.

Il santuario perse gradualmente importanza a partire dal II d.C. fino al completo abbandono nel III d.C., a seguito di frane e smottamenti, che ne compromisero l’utilizzo. Il materiale di recupero fu dapprima utilizzato per la costruzione di una domus romana non distante dal sito. Successivamente, altri materiali furono riutilizzati per alcune costruzioni di Monte Rinaldo, come ad esempio l’ex chiesa del SS. Crocifisso, oggi Museo Civico Archeologico.

Il quesito più grande cui gli studiosi non sono riusciti (ancora) a dare una risposta soddisfacente, è a chi fosse dedicato il tempio. Le ipotesi più accreditate volgono lo sguardo verso Artemide o Giove, anche sulla base dei materiali ritrovati. Altri hanno parlato di una dedica alla dea Cupra, l’unica divinità picena di cui ci sia giunta notizia; ma l’accostamento, seppur suggestivo, non ha trovato dati di conferma.

L’unico elemento sicuro è che vi fosse un culto correlato all’acqua, elemento fondamentale in una società agricola. I pozzi e le canalizzazioni ritrovati provano che vi fosse una sorgente, ritenuta probabilmente curativa: i pellegrini del santuario venivano qui a lasciare i loro ex voto anatomici (e non solo) per chiedere alla divinità protettrice una sanatio, cioè la guarigione di una o più parti del corpo affette da una patologia.

La tipologia del santuario di Monte Rinaldo rientra nella serie di templi porticati tardo-ellenistici, costruiti in ambito extra-urbano, in zone considerate di confine, con funzione di demarcazione sacrale. Solo nell’Italia centrale sono numerosi gli esempi che attestano tale modello architettonico: il santuario di Giunone a Gabii, quello di Ercole Vincitore a Tivoli, quello di Esculapio a Fregellae e il santuario del Sannio di Pietrabbondante.

Il santuario di Monte Rinaldo, tra il mare Adriatico e i monti Sibillini, nel bel mezzo delle valli del fiume Aso e dell’Ete, non lontano dall’itinerario dell’antica via Salaria Gallica, è un fulgente esempio del fenomeno storico di “romanizzazione” nel Piceno, in cui le tradizioni italiche e il sincretismo romano hanno trovato una maestosa simbiosi.

Plastico tridimensionale del sito
Plastico tridimensionale del sito

Oggi l’area archeologica “La Cuma” di Monte Rinaldo fa parte del TAU (Teatri Antichi Uniti delle Marche): in estate funge da sfondo scenico per spettacoli teatrali e culturali unici per atmosfera.

Infine, suggeriamo la visione di un interessante videoclip, presente online su YouTube, della British Pathè, leggendaria agenzia britannica di cinegiornali storici, in cui si documenta l’inizio dello scavo in quella che oggi è l’Area Archeologica “La Cuma” di Monte Rinaldo (segui il link per visualizzare il video: https://m.youtube.com/watch?v=bzLP6jkZcVo).

Bibliografia essenziale:
Annibaldi G., Monterinaldo, in “Enciclopedia Arte Antica”, Supplemento, Roma 1973
Ciuccarelli M.R., Il santuario di Monte Rinaldo (Ascoli Piceno) e il suo territorio, Pisa 1999
Catani E., Il Santuario Ellenistico Romano presso Monterinaldo: Un’emergenza archeologica e monumentale dell’Ascolano, in “Il Piceno in età romana dalla sottomissione a Roma alla fine del mondo antico”, Atti del 3° Seminario di Studi per personale direttivo e docente della scuola (Cupra Marittima, 1991), Cupra Marittima 1992
Sisani S., Umbria Marche, Guide archeologiche Laterza, Roma-Bari 2006

Il Fermano

In passato  per Fermano si indicarono due realtà territoriali analoghe, a seconda delle vicissitudini storico-politiche che unirono le due principali città, Fermo ed Ascoli, in un comune destino. Fermano fu  a volte sinonimo di Piceno, ma più spesso ne indicò una porzione, generalmente coincidente con le attuali Marche meridionali.

Un documento del 983 d. C. attesta per la prima volte l’esistenza della  Marca Fermana (Marchia Firmana), che fu una parte del Ducato Longobardo di Spoleto. Il suo territorio era compreso tra il fiume Musone ad nord e il Sangro a sud e comprendeva i Comitati di Camerino, Ascoli Piceno, le zone di Chieti e Teramo. In seguito alle complesse vicende storiche che videro antagonisti il papa e il re dei Normanni, la Marca Fermana si ridusse alla sola area delle Marche meridionali: nel 1080 il fiume Tronto fu preso come confine naturale tra lo Stato della Chiesa e il regno normanno.

Vista su Petritoli (FM)
Vista su Petritoli (FM)

Nel XIV secolo lo Stato Pontificio annetté completamente la Marca Fermana, che rimase assoggettata a Roma fino all’Unità d’Italia. Nel 1860, Fermo ed il suo territorio entrarono a far parte della provincia di Ascoli Piceno, non senza proteste: i fermani rivendicarono a lungo il loro diritto di trasferire nella loro città il capuologo di provincia. Ciò è avvenuto con la costituzione della provincia di Fermo nel 2009, che per la prima nella storia ha separato politicamente i due territori. Oggi, dunque, per “Fermano” si intende il territorio compreso da tutti i comuni che ne fanno parte. Provincia di Fermo

Osvaldo Licini

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Foto del pittore appesa nel suo studio (Casa Museo Licini).

 

Osvaldo Licini nacque a Monte Vidon Corrado il 20 Marzo 1894, da genitori entrambi creativi: padre cartellonista e madre direttrice di un atelier di moda. Poco dopo la sua nascita, i suoi si trasferirono a Parigi ed egli restò a vivere nel paese natale, dove trascorse i primi anni di vita con i nonni paterni.

Verso il 1911 il giovane Licini si trasferì a Bologna. Qui si iscrisse al corso di pittura dell’Accademia di Belle Arti. Nel 1914, sempre nel capoluogo emiliano, organizzò la sua prima esposizione insieme al compagno di corsi Giorgio Morandi, Mario Bacchelli, Severo Pozzati e Giacomo Vespignani. La collettiva fu subito definita la “mostra dei secessionisti”, per via del loro spirito anti-accademico, sottolineato dalla presenza di Marinetti, presente all’apertura. In quegli anni, Licini fu seguace del movimento futurista, di cui cercò di cogliere lo spirito non solo con il pennello, ma anche con la penna: fu autore di una raccolta di storie musicate intitolata “I racconti di Bruto”.

Dopo il diploma, andò a studiare scultura all’Accademia di Firenze, ma il suo corso di studi fu interrotto dallo scoppio della Grande Guerra:  nel 1915 partì soldato e venne ferito ad una gamba. Fu proprio durante la convalescenza che conobbe la donna che sarebbe diventata la madre del suo unico figlio naturale, Paolo.

Nel 1917 si trasferì a Parigi, che in quegli anni era la capitale mondiale della cultura: un crogiuolo di musicisti, artisti, letterati e filosofi.  Nella capitale francese, ebbe la straordinaria opportunità di conoscere Picasso e strinse amicizia con Modigliani. Licini cominciò a dividersi fra Firenze e Parigi, con permanenze più o meno lunghe a Monte Vidon Corrado, Montefalcone, Porto San Giorgio e Fermo. In quest’ultima divenne un insegnante del prestigioso Istituto Tecnico Industriale di Fermo, continuando allo stesso tempo ad esporre le sue opere nella capitale francese.

Nel 1926 sposò la pittrice svedese Nanny Hellström, decidendo di trasferirsi in pianta stabile nel paese natale, Monte Vidon Corrado. La “vita di provincia” non frenò la sua carriera artistica, che anzi divenne sempre più impegnativa e fitta d’appuntamenti, con esposizioni a Milano, Parigi, Roma, Basilea, Berna e Stoccolma.

A proposito dello stile pittorico di quegli anni, Licini stesso scrisse: “La mia pittura preastratta è pittura fauve che viene da Cèzanne, Van Gogh e Matisse, tra i maestri di prim’ordine, e i miei disegni lo possono provare”.

Nel 1935, il suo stile mutò direzione: fu uno dei primissimi artisti italiani a sperimentare l’astrattismo che conobbe a Parigi, attraverso le opere di Vasilij Kandiskij, Klee e Man Ray.

A partire dagli anni ’40, nonostante il fermo proposito di non esporre nulla per tutto il periodo della Seconda guerra mondiale, cominciò ad avvicinarsi al surrealismo con influenze simboliste e nordiche, che, unendosi tra loro, davano forma ad un mondo fantastico, abitato da creature inquietanti, eroiche ed affascinanti. Nacquero così le Amalassunte, le sue più amate creature (1945). L’Amalassunta è, come ha scritto Licini stesso poi, “la luna nostra bella, garantita d’argento per l’eternità, personificata in poche parole, amica di ogni cuore un poco stanco”.

Nell’aprile del 1958 Osvaldo Licini espose per la terza volta alla Biennale di Venezia e fu insignito del Gran Premio per la Pittura. Di lì a poco, si spense nella sua casa di Monte Vidon Corrado, in un ritirato rifugio, tra le sue amate colline marchigiane.

Come per per altri uomini e donne d’arte di ogni luogo e tempo, anche per Licini il paesaggio fu un elemento fondamentale nella sua opera. Il paesaggio idilliaco di Monte Vidon Corrado si legò in modo profondo alla sua pittura, tanto da diventarne una componente essenziale. Licini, benché riservato, fu una personalità molto nota e amata nel suo paese, tanto da influenzarne la vita politica. I suoi concittadini, ammaliati dalla sua personalità, lo elessero sindaco per ben due volte, candidato con il Partito Comunista Italiano.

Bibliografia essenziale: 

www.centrostudiosvaldolicini.it

Simoni D. a cura di, Casa Museo Osvaldo Licini, Rivista Centro Studi Osvaldo Licini 0/2013, Monte Vidon Corrado, 2013

Augusto Murri

Ritratto di Augusto Murri
Ritratto di Augusto Murri

Nato a Fermo l’8 settembre 1841, fu medico e clinico di fama internazionale. Laureatosi a Firenze nel 1864, si perfezionò a Parigi e Berlino.

Nel 1870 divenne assistente del Baccelli a Roma; quindi, nel 1875 fu inviato a Bologna, dove divenne docente di clinica medica, ruolo che ricoprì per quarant’anni, fino al 1916. Morì a Bologna l’11 novembre nel 1932.

Fu docente di grande fama, chiamato “il sommo dei clinici”. I suoi scritti ebbero vasta circolazione e furono tradotti in varie lingue. Fra i suoi studi ricordiamo: Teoria della febbre, Meccanismo di compenso fisiopatologico del cuore, Saggio sulle perizie medico legali, Lezioni di clinica medica. Importanti anche le ricerche sulle malattie cerebrali, in particolare sui tumori intracranici, sulle affezioni sifilitiche del cervello, sull’ascesso cerebrale cronico.

Murri fu anche deputato parlamentare e consigliere superiore della pubblica istruzione. A Fermo, gli è intitolato l’Ospedale Civile, che ha sede nell’omonima via.

Bibliografia essenziale:
Dizionario storico-biografico dei marchigiani, Il lavoro editoriale, 1993, tomo II.