“Il cielo è blu, l’erba è verde”, conversazione con il pittore fermano Massimiliano Berdini

S’entrevoir in francese vuol dire “vedersi” o “incontrarsi brevemente” ed è la parola dalla quale deriva il termine italiano “intervista”. Mai come in questo caso il verbo francese è calzante per definire il breve e piacevole incontro, che abbiamo avuto con il pittore fermano Massimiliano Berdini nel suo studio.

D’accordo con lui abbiamo vissuto l’incontro come una discussione aperta, in cui le domande hanno costituito un pretesto tematico. Non abbiamo registrato la conversazione, affidandoci al registratore di una volta: carta e penna. Come il pittore rielabora in studio quanto abbozzato all’aria aperta, così noi abbiamo rimesso per iscritto il pensiero di Massimiliano.

Quello che più ricorderemo “di quella volta con Berdini” sarà proprio il difficile compito di dare ordine logico-discorsivo all’impetuoso flusso di concetti e immagini cui il pittore ha dato vita, rendendoci generosamente parte del suo mondo.

Dove e quando nasci? Qual è stata la tua formazione scolastica?
Sono nato a Fermo il 10 luglio del 1971. Per quanto riguarda la mia formazione, sono orgogliosamente autodidatta, da sempre. Penso infatti che la scuola, più che dare, tolga: per me è stata una teoria leggera, che non mi ha offerto quello che cercavo.

E’ vero, spesso la formazione trae il suo miglior nutrimento da fonti extra-scolastiche. In questo senso, allora, quali sono state le esperienze per te più importanti? Come hanno influenzato la tua arte?
La mia grande fortuna è stata incontrare Giuseppe Pende, che abitava proprio a due passi da casa mia. Pende mi ha insegnato a vivere l’arte, a vivere la passione per la pittura. Con lui ho instaurato un rapporto di amicizia e non la classica relazione maestro/discepolo. Io mi comportavo come una zanzara: le domande che gli ponevo erano come punture, con cui cercavo di carpire il suo pensiero, di succhiarlo come fosse il sangue, l’essenza dell’arte di cui avrei dovuto appropriarmi.

Fra gli artisti della tradizione, quali sono stati i tuoi modelli più importanti e quali i tuoi soggetti preferiti?
Sicuramente Giotto. Giotto mi ha insegnato come un’immagine può de-formare la realtà. Quando guardi l’immagine di S. Francesco nella Basilica Superiore d’Assisi, cosa vedi? Vedi un uomo immenso, eroico, che non rappresenta solo l’immagine fisica dell’uomo Francesco, ma anche quella spirituale del santo. Questo mi ha colpito molto. Ho conosciuto la pittura di Giotto attraverso i frati del convento fermano vicino a dove sono cresciuto. Crescendo a contatto con loro, ho vissuto l’incontro/scontro dell’arte comunicata dalla Chiesa e l’arte accesa nella mia interiorità. Oggi posso dire di aver raggiunto la pace fra arte, comunicazione dell’arte e fede. Io non sono più interessato né alla fede, né alla comunicazione dell’arte. A me basta osservare in silenzio: in quello che vedo c’è già tutto. L’uomo, il mostro edilizio, la campagna in fiore contengono già il tutto di cui fanno parte. Fino a qualche tempo fa, mi sono dedicato quasi esclusivamente alla rappresentazione dell’uomo, perché – in un certo senso – è “più facile” da trattare. Egli è solo una tessera infinitesima della Natura, infinitamente più complessa.

Quando ci siamo incontrati per la prima volta, ci hai raccontato che da piccolo tua madre ti portava con lei a lavoro, all’ex manicomio di Fermo, in via Zeppilli. Secondo te, c’è un nesso fra follia e arte?
Ingenuamente si potrebbe rispondere che l’arte è una specie di follia, ma si tratta di un costrutto romantico, tipo “genio e sregolatezza”… In verità, la pazzia, il manicomio – chiamiamolo con il suo nome! -, non c’entra niente con l’arte. Questa è assoluta lucidità, chiarezza suprema, piena coscienza di sé. La grave malattia, l’ottenebramento della mente, non può avere nulla a che fare con l’arte.

Indubbiamente, però, dietro alla pazzia, spesso si nasconde una sensibilità artistica molto profonda. Molti folli sono stati artisti geniali.
Certo, ma dobbiamo assumere che il pazzo rinchiuso nel manicomio non era veramente malato. Spesso chi viveva una vita “normale” stentava a capire che gli internati non erano sempre persone malate, ma spesso gente non conforme alla società, che veniva isolata. Se ho conosciuto persone pure ed intelligenti nella mia vita, queste erano gli “ospiti” del manicomio. La follia dell’arte è questa purezza, che altro non è che l’assoluta coscienza di sé, e chi arriva a conoscere davvero se stesso, esce fuori dalla società. La follia è come il raggio di luce che attraversa l’intrico della foresta e arriva dall’altra parte. A proposito di matti … A scanso d’equivoci, per non destare timori sulla mia sanità mentale, rassicuro tutti, sostenendo che il cielo è blu e l’erba è verde (ma forse questa è solo una verità conformistica).

L’arte come strumento di ricerca: dove vuole andare la tua ricerca e dove ti sta portando?
La pittura non comunica, è ricerca infinita, ricerca per sé. Non comunica perché l’artista la fa innanzitutto per se stesso e perché non c’è niente da comunicare. Non c’è niente che debba essere detto ulteriormente. Come dicevo prima, nella cosa c’è già tutto.
L’opera pittorica è paradossale nella sua stessa esistenza, perché è un presente che non esiste, un presente che è fuori dal tempo; ma lo stesso presente non esiste, perché trapassa istantaneamente nel passato. Del tempo ci resta solo il futuro, quel che non è ancora stato. L’arte non comunica perché rimanda infinitamente la sua comunicazione al futuro. Non può parlare al passato, perché non c’è più; non può parlare al presente perché è confinato nell’attimo; può parlare al futuro che, però, non c’è ancora. Ecco che l’arte non può dare verità assolute, perché il suo contenuto è temporale: l’arte vive del suo tempo e, paradossalmente, quel suo rinviare al futuro la tiene aperta.

Cosa significa per te avere un pensiero libero e cosa significa essere un pittore libero?
L’arte non è mai stata libera. Gli artisti hanno sempre avuto bisogno di mecenati, protettori, finanziatori, committenti. L’arte è ed è stata strumento di un potere occulto, di cui gli artisti sono stati da sempre vittime. Il potere ha esercitato una violenza bestiale su di loro, che non hanno mai potuto essere davvero liberi. Penso subito a Caravaggio: quante angherie ha subito e quanti ostacoli hanno messo davanti al suo cammino? Egli ha, tuttavia, trasfigurato la violenza patita in assoluta bellezza.

Ma quindi proprio nessun artista è riuscito ad essere davvero libero?
A pensarci bene, forse solo i surrealisti sono riusciti a spezzare questo nodo di Gordio. Per uscire da questo mondo, si sono proiettati in un’altra realtà. Questa è stata la lezione dei visionari come Chagall, in parte Modigliani e soprattutto Dalì. Li amo per questo! La loro realtà altra, tuttavia, non è pura evasione, perché non dà certezze, non elimina il dubbio. Oh, il dubbio è fantastico, perché ti mette in azione, ti fa muovere per cambiare strada. C’è chi ha scelto deliberatamente di sbagliare sempre, per ripartire ogni volta. Io amo i visionari, perché riescono a vedere al di là. Il dubbio diventa una molla: per scavalcarlo devi “cambiare binario”.

Veniamo ora al Piceno. Nella tua vita di uomo e di pittore, senti un legame con il paesaggio in cui vivi? Come esso è presente per la tua produzione pittorica?
Il paesaggio per me è sempre presente, anche se – come ho detto prima – in passato mi ha turbato parecchio. La natura è una confusione perfetta: non vedi mai un solido ben definito, ma una figura completamente astratta, in-forme. Guarda ad esempio un cespuglio in un fosso: per l’occhio è inestricabile. Per guardare la natura con l’occhio del pittore, sei costretto a guardarla come se avesse una forma, altrimenti diventi pazzo. Ella non resta mai ferma, si muove, cambia, scorre. Per questo dico che il paesaggio è completamente astratto da ogni forma. Poi, se vogliamo andare avanti, si è parlato tanto di natura bella e ancora oggi la natura è bella; però Leopardi ci ha insegnato che sa essere anche cattiva, impietosa, brutale. La cosa straordinaria è che, nonostante tutto, in essa regna sempre una specie di pace, una serenità ineffabile. Oggi mi sto concentrando su questa serenità ineffabile: è per questo che dico che rappresentare la natura mi spaventa meno.

Essere pittore / artigiano oggi: cosa significa al tempo della “riproducibilità tecnica” essere pittore, avere una bottega? Ci si sente diversi?
Certamente sì, ha ancora senso: la fotografia (penso subito a essa) non ha tolto assolutamente nulla alla pittura. Il fotografo cattura un’immagine da un occhio artificiale che non è il suo. Può solo scegliere cosa fotografare. E’ vero, può sistemare e ritoccare qualche dettaglio, ma non è mai la sua visione: è la visione di una macchina. Per di più, la foto è qualcosa che guardi nell’attimo: per il dipinto hai bisogno di più tempo. La foto vive dell’immediatezza dello scatto, del colpo d’occhio, mentre il dipinto no. Non è un caso che Monet abbia dipinto venti volte la stessa cattedrale. Quando lo ha fatto è stato perché l’ha vista ogni volta sempre in modo diverso. E di fatto quella stessa cattedrale era ogni volta un soggetto diverso.
Avere una personalità artistica oggi rende naturalmente diversi e può creare sospetto in una società di perfetti integrati. La diversità resta un bene prezioso, ma a volte spaventa.

Il cosiddetto progresso, il cattivo progresso, ha deturpato il paesaggio: la natura viene ghettizzata, costretta a sopravvivere nello spazio che avanza. L’occhio di chi contempla non può spaziare ma è costretto a restringere il campo. Dipingere il paesaggio diventa per te denuncia del brutto o può essere ancora espressione del bello?
Dipende da cosa ritrai nel quadro: in un quadro puoi mettere in primo piano un manufatto umano, un mostro di cemento circondato dalla natura, per denunciare il brutto. Io non lo toglierei dal paesaggio per ragioni pittoriche: se volessi ritrarre solo la Natura, sceglierei una diversa prospettiva. Vedete, il fatto che in un paesaggio dipinto io rappresenti un capannone o un’altra bruttura non mi spaventa, perché la sua violenza nei confronti della Natura è solo temporanea. Il capannone fra venti o trenta anni sarà polvere; il paesaggio sopravviverà in tutto il suo splendore e si riapproprierà di ciò che gli è stato tolto.

E allora cosa pensi possa fare l’arte per custodire il paesaggio?
Io rovescerei i termini del discorso: la difesa della natura, di cui oggi tanto si parla, deve essere condotta, non tanto per salvare il pianeta, ma per salvare l’uomo. La prima specie che sparirà per eventuali disastri ambientali sarà proprio l’essere umano, la specie biologicamente più debole. La natura sopravviverà anche senza l’uomo. Difendere la natura significa prendersi cura del luogo in cui viviamo e tramandarne l’assoluta bellezza: è il nostro Paradiso.

Alla fine della nostra breve incursione nel laboratorio di Massimiliano, circondati da tele, pennelli, prove d’autore e colori in polvere, restiamo quasi incantati ad osservare quel paesaggio agreste, ancora in opera sul treppiede, che Massimiliano stava ultimando. Quella natura per noi, dagli occhi inesperti, è già sbocciata nel suo quadro, ma forse sarà più giusto osservarla ad opera terminata. Ci ripromettiamo di avere la possibilità di rivederci, magari mentre mescolerà le sue terre o alle prese con un bozzetto. D’altra parte, l’artista, come l’artigiano, deve essere conosciuto in corso d’opera, nella speranza che renda visibile a tutti qualcosa che ancora non lo è.

Un bicchiere di dolce tradizione: il vino cotto

Se doveste chiedere in giro qual è il vino simbolo delle Marche, molti intenditori vi risponderebbero senza dubbio: “Il Verdicchio!”. Ma se doveste porre la stessa domanda agli anziani del fermano, del maceratese o del piceno, con ogni probabilità ricevereste come risposta: “Lo vi’ cotto!”.

Il vino cotto è una bevanda più unica che rara ed è la più rappresentativa delle tradizioni culinarie e culturali delle Marche meridionali. Alcuni estimatori la farebbero risalire addirittura ai Piceni, che appresero la coltura dei vigneti dai Greci.

Quel che è certo, però, è che già al tempo dei Romani se ne conosceva bene la tecnica di preparazione e gli usi più adatti, sia come bevanda da pasto, sia come rinvigorente. Citato da Plauto e Plinio il Vecchio, ne abbiamo anche una breve descrizione della tecnica di cottura nel De Re Rustica di Columella (libro XII, 20):

“Si faccia cuocere il mosto dal sapore dolcissimo fino a diminuzione di un terzo, quando è cotto si chiama defruntum. Appena raffreddato si travasa nelle botti e lo si ripone per usarne”.

Il procedimento è giunto identico sino ai giorni nostri: a seguito della pigiatura e pressatura delle uve locali (anticamente tutti i vitigni presenti in zona come Caccione, Chiapparone, Passerina, Pecorino, Pagadebit, Galoppa, Santa Maria, Trebbiano e oggi principalmente Sangiovese, Montepulciano, Maceratino), il mosto viene scaldato a fuoco diretto in calderoni di rame, fino a farne evaporare un terzo – spesso con l’aggiunta di qualche aromatizzante. La cottura determina la caramellizzazione degli zuccheri e la formazione di un colore granato profondo.

Botti contenenti vino cotto
Botti contenenti vino cotto

A cottura terminata, il mosto caldo decantato viene travasato in botticelle di rovere o castagno e lasciato invecchiare. Solitamente, si usa “rimboccare” il vino cotto invecchiato con del mosto concentrato e non ancora fermentato; tale pratica è tuttavia riservata ai più esperti, perché, se non effettuata con cura, potrebbe compromettere la sua lenta fermentazione.

La cottura del vino è stato un vero colpo d’ingegno, perché permetteva di mantenere inalterate le sue caratteristiche, senza temere che potesse inacetire. Tramandato di generazione in generazione, è stato il metodo migliore per produrre vino anche dalle uve più rovinate o particolarmente acide.

In tempi in cui lo spreco non era permesso e l’aggiunta di solfiti non era tecnicamente possibile, il vino cotto rappresentava un “dolce” tesoretto di cui avere somma cura. Ogni famiglia aveva una sua ricetta segreta, tramandata da padre in figlio: c’è chi aggiungeva una mela cotogna durante la cottura o chi usava mettere dei chiodi di garofano. Le varianti erano moltissime.

Era usanza inaugurare una nuova botticella di vino cotto ad ogni nuovo figlio maschio. Consumato persino nelle occasioni speciali, il vino cotto era ritenuto anche un potente medicinale contro raffreddore e influenza. Di fatto, recenti studi scientifici confermerebbero le sue proprietà antiossidanti.

Oggigiorno il vino cotto è considerato un eccezionale vino da dessert. L’abbinamento più tradizionale è accanto alle castagne arrosto, onde il detto: “Verso Sammartì, li unnici de novembre, je se dà ‘na guardata; se adè chiaro e se te ne va, te ce poli pure ‘mbriacà!” che vuol dire: “Verso San Martino, l’undici di novembre, si va a dare una guardata; se è chiaro e se ne hai voglia, ti ci puoi anche ubriacare!”

Ad oggi, sono due i borghi che vantano le manifestazioni folkloristiche più importanti, incentrate sul vino cotto marchigiano: Loro Piceno e Lapedona. Vi invitiamo a visitarle entrambe!

Bibliografia essenziale:
Sersante R., Trattato teorico-pratico dell’arte della vinificazione avutosi riguardo specialmente alle diverse qualità d’uve ed alla temperatura atmosferica degli Abruzzi, Chieti – Tip. Vella, 1856
Plauto, a cura di Faranda G., Pseudolus, Milano, 2000
Columella, De re rustica, disponibile online su: http://www.thelatinlibrary.com/
http://www.vinocottodelpiceno.it/

Ponti e miliari romani nelle Marche

Ponti, sostruzioni e miliari romani nelle MarcheNella mappa sono segnalati i principali ponti, le gallerie e i miliari presenti nelle Marche, i quali testimoniano la complessità e la modernità del sistema viario, costruito dagli antichi Romani nella regione.

PONTI

Ponte dei Ciclopi, della Via Flaminia, Cantiano (PU);
Ponticello, poco più a Nord del Ponte dei Ciclopi, Cantiano (PU);
Ponte di Diocleziano sul fiume Metauro, Fossombrone (PU);
Ponte detto delle Piangole sul fiume Metauro, nei dintorni di Pesaro (PU);
Ponte di Porta Rimini, sul fiume Foglia, Pesaro (PU);
Ponte di Smirra, Acqualagna (PU);
Ponte di Traiano, sul fiume Metauro, Fossombrone (PU);
Ponte Grosso, sul torrente Burano, Cantiano (PU);
Ponte Mallio, sul fiume Bosso, Cagli (PU);
Ponte Taverna, sul fiume Burano, Cagli (PU);
Ponticello dell’Abbazia, Acqualagna (PU);
Ponticello di Case Nuove, Acqualagna (PU);

Ponte di Caudino, Caudino, Arcevia (AN);
Ponte Genga, sul torrente Sentino, Genga (AN);

Ponte di Pioraco, Pioraco (MC);
Ponte sul fiume Potenza, in località Casa dell’Arco, Santa Maria in Potenza (MC);

Ponte sul fiume Tenna, località Molini, Fermo (FM);

Ponte Cecco sul torrente Castellano, Ascoli Piceno (AP);
Ponte sul rio Gran Caso, in località Marino del Tronto, Ascoli Piceno (AP);
Ponte sul fosso di Folignano, in località Piane di Morro, Folignano (AP);
Ponte sul fosso Pittima, in località Valle Scura, Ascoli Piceno (AP);
Ponte di Solestà sul fiume Tronto, Ascoli Piceno (AP);
Ponte sul fosso San Giuseppe, in località Mozzano, Ascoli Piceno (AP);
Ponte sul Rio Nile, in località Ponte d’Arli, Acquasanta Terme (AP);
Ponte sul fiume Tronto, in località Ponte d’Arli, Acquasanta Terme (AP);
Ponte sul fosso di Venerosse, in località Villa di Re, Ascoli Piceno (AP);
Ponte sul Rio Garrafo, Acquasanta Terme (AP);
Ponte di Porta Cappuccina, sul fiume Tronto, Ascoli Piceno (AP);
Ponte della Scutella, Cavignano, Ascoli Piceno (AP);
Ponte d’Arli, della Via Salaria, Ascoli Piceno (AP);
Ponte di Quintodecimo, sul fiume Tronto, Quintodecimo (AP).

SOSTRUZIONI, GALLERIE E TAGLI NELLA ROCCIA

Taglio della roccia in località La Travetta di Acquasanta Terme (AP);
Sostruzione in località Vene di Santa Caterina di Acquasanta Terme (AP);
Sostruzione in località Marzola di Acquasanta Terme (AP);
Galleria del Furlo, Acqualagna (PU).

MILIARI

Pietra miliare di Tito, conservata presso il Museo archeologico di San Severino Marche
Pietra miliare di Tito, conservata presso il Museo archeologico di San Severino Marche

 

Miliari di San Severino (MC);
Miliario di San Marone, Civitanova Marche (MC);
Miliario di Macchie, San Ginesio (MC);

Miliario di Trisungo, Arquata del Tronto (AP);
Miliario di San Pietro d’Arli, Acquasanta Terme (AP);

Miliario di Marino del Tronto (AP);
Miliario di Porchiano ad Ascoli Piceno (AP).

Bibliografia essenziale:
Enrico Giorgi, Il territorio della colonia. Viabilità e centuriazione, in Storia di Ascoli dai Piceni all’età Tardoantica, a cura di G. PACI, Ascoli Piceno 2014, pp. 223-289;
Paolo Campagnoli, Enrico Giorgi, La viabilità delle marche centro meridionali in età tardo antica e altomedievale, in Tardo antico 2006, pp. 111-156
https://it.wikipedia.org/wiki/Lista_di_ponti_romani

Il Fermano

In passato  per Fermano si indicarono due realtà territoriali analoghe, a seconda delle vicissitudini storico-politiche che unirono le due principali città, Fermo ed Ascoli, in un comune destino. Fermano fu  a volte sinonimo di Piceno, ma più spesso ne indicò una porzione, generalmente coincidente con le attuali Marche meridionali.

Un documento del 983 d. C. attesta per la prima volte l’esistenza della  Marca Fermana (Marchia Firmana), che fu una parte del Ducato Longobardo di Spoleto. Il suo territorio era compreso tra il fiume Musone ad nord e il Sangro a sud e comprendeva i Comitati di Camerino, Ascoli Piceno, le zone di Chieti e Teramo. In seguito alle complesse vicende storiche che videro antagonisti il papa e il re dei Normanni, la Marca Fermana si ridusse alla sola area delle Marche meridionali: nel 1080 il fiume Tronto fu preso come confine naturale tra lo Stato della Chiesa e il regno normanno.

Vista su Petritoli (FM)
Vista su Petritoli (FM)

Nel XIV secolo lo Stato Pontificio annetté completamente la Marca Fermana, che rimase assoggettata a Roma fino all’Unità d’Italia. Nel 1860, Fermo ed il suo territorio entrarono a far parte della provincia di Ascoli Piceno, non senza proteste: i fermani rivendicarono a lungo il loro diritto di trasferire nella loro città il capuologo di provincia. Ciò è avvenuto con la costituzione della provincia di Fermo nel 2009, che per la prima nella storia ha separato politicamente i due territori. Oggi, dunque, per “Fermano” si intende il territorio compreso da tutti i comuni che ne fanno parte. Provincia di Fermo

Quella temeraria scalata al cielo: la Casa Museo Osvaldo Licini

Nel piccolo castello di Monte Vidon Corrado, incastonato come una pietra preziosa nella bella campagna marchigiana, si trova uno di quei luoghi che non t’aspetteresti di trovare in un paese quasi sperduto fra i colli: la Casa Museo Osvaldo Licini.

Tutti conoscono, anche solo di nome, il grande pittore montevidonese, ma pochi ancora sanno che la casa, in cui visse dal 1926 fino alla morte, è diventata un museo.

Dopo un’attenta ristrutturazione dell’immobile, per opera dell’architetto Manuela Vitali, la casa è stata destinata a museo e restituita alla collettività. Tutti gli ambienti sono stati ricomposti con gli arredi e gli oggetti originali, generosamente donati da Caterina Celi Hellostroem, figlia adottiva della moglie dell’artista.

La casa di Licini è una veneranda dimora padronale del Settecento, disposta su tre livelli. Al seminterrato si trova la cantina, interamente in laterizio a vista: qui il Maestro preparava personalmente i colori e teneva riunioni segrete con i compagni di partito, durante il periodo in cui fu sindaco di Monte Vidon Corrado. Qui si trova la grande vasca per la preparazione del vino cotto e, appeso alla parete, un cerchio di botte in cui il pittore aveva inserito un crocifisso.

Al piano terra vi sono la cucina ed il salone, con un arredamento dal gusto tipicamente nord europeo. Parte degli arredi, infatti, furono acquistati in Svezia e, come sappiamo dai documenti della dogana, arrivarono nel porto di Ancona nel 1932.

Nel salone si possono ammirare due opere originali: il Ritratto della madre (1922) e Paesaggio, entrambe del periodo figurativo di Licini.

Dal piano terra, attraverso un’ampia scala si sale al primo piano. Da notare il soffitto dipinto dal pittore stesso di azzurro e grigio, per coprire alcune crepe formatesi in seguito al terrremoto del 3 ottobre 1943.

Arrivati al piano superiore, si trovano le camere e lo studio dell’artista. Nella camera matrimoniale, sulla parete cui è addossato il letto un’altra pittura parietale di Licini fa da testiera: si tratta dell’Archipittura in stile costruttivista, un disegno geometrico su fondo nero basato sulla forma triangolare, al cui centro si trova un quadro della Madonna. Colpisce davvero molto la modernità di questa scelta di design e di colore per l’epoca originalissima.

Veniamo ora al Sancta Sanctorum della casa: il luminoso studio, in cui l’artista soleva lavorare indisturbato. Tutto è stato riposizionato come quando era vivo: la scrivania incrostata di colori vicino alla finestra, i manifesti delle mostre alla parete, la branda dove l’artista dipingeva semi-sdraiato per non stancare la gamba ferita durante la Prima guerra mondiale. Nelle mensole della parete sono stati persino riposizionati i pennelli, le tavolozze e i colori, ritrovati in cantina.

Gli anziani del paese raccontano che lo studio era invaso da una buona dose di “disordine d’artista”: libri e carte d’ogni genere invadevano ogni angolo del pavimento. Naturalmente, i libri oggi non ci sono più, ma la presenza del pittore è ancora, in qualche modo, tangibile: quell’uomo così carismatico, così forte, pieno di vita, sembra ancora abitare quei luoghi.

Al termine della visita è come se lo si conoscesse da sempre: si scendono le scale e si è un po’ malinconici, quasi che si volesse rimanere ancora un po’, per rivivere quell’atmosfera “ribelle” di un’artista, che alla “festa mobile” di Parigi preferì il ritiro pacato di Monte Vidon Corrado.

Licini: l’Angelo di Santo Domingo

L’ESPOSIZIONE
Fino al 14 febbraio 2016 a Monte Vidon Corrado, nella Casa Museo Osvaldo Licini, sarà in esposizione l’Angelo di Santo Domingo (olio su faesite, 62,2 x 72,8), importante opera del pittore marchigiano.

Il dipinto è stato gentilmente concesso in prestito dal suo attuale proprietario, Giuliano Gori, imprenditore pratese che ha dato vita, a partire dal anni Settanta, ad una splendida collezione d’arte a Villa Celle vicino Pistoia.

L’evento è stato organizzato in concomitanza con l’acquisizione di un disegno preparatorio dell’opera da parte del Centro Studi Licini, resa possibile grazie al prezioso contributo della Fondazione Cassa di Risparmio di Fermo e di alcune aziende locali. Il disegno è tornato a casa, dopo essere appartenuto prima a Luigi Dania e poi a Egidio Mengacci, fondatore della galleria L’Aquilone di Urbino.

La scrivania dello studio del pittore (Casa Museo Licini).LA STORIA
L’Angelo di Santo Domingo è l’unico lavoro che Licini accettò di realizzare su commissione; il committente, Luigi Lombardi, era un collezionista di Prato. Il pittore avrebbe dovuto consegnarlo entro l’agosto del 1956, ma per alterne vicende, ancora all’inizio del 1957, dell’Angelo v’erano soltanto un gran numero di bozzetti preparatori. Licini invitò Lombardi a Monte Vidon Corrado per scegliere la versione definitiva e finalmente, nell’estate del 1957, spedì il dipinto, rammaricandosi che Lombardi non si fosse recato personalmente a Monte Vidon Corrado per ritirarlo.

IL DIPINTO
L’intera composizione è ridotta alla purezza dell’essenza geometrica. Sospeso in un paesaggio tra colline e mare, che ricorda proprio un tipico panorama marchigiano, vi è un angelo sospeso nel cielo azzurro. È l’aurora o il crepuscolo: un sole rosso-arancio fa capolino sul mare. Una falce di luna incornicia il volto dell’angelo, quasi a diventarne la chioma. In un etereo silenzio, venato di presagio, l’angelo guarda l’osservatore: cosa vorrebbe dirgli?

Una testimonianza del nipote del pittore, Lorenzo, svela l’origine del titolo: Licini raccontò che la forma dell’angelo gli sembrava molto simile a quella dell’isola di Santo Domingo. Eppure l’affascinante enigma che il quadro cela è ancora lungi dall’essere svelato, come dimostrano i due indecifrabili segni calligrafici presenti sul dipinto: il numero 5 posto vicino all’angelo e quella che pare essere una lettera “a” in corsivo, posta sul lato sinistro.

ORARI
Per gli orari della mostra, visitabile fino al 14 febbraio 2016,  è possibile visitare il sito del Centro Studi Licini di Monte Vidon Corrado.

Infoline:

Tel.: 0734 759348, interno 6

Cell.: 334 9276790 (anche per i gruppi).

Impressum

Web: www.sybillapicena.wordpress.com

Email: redazionegsblog@gmail.com

Sede: Fermo

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Il Piceno

Piceno (Picenum) è il nome che i Romani diedero alla loro Quinta Regio, desumendone il nome dal popolo dei Piceni, che abitavano questa terra già dall’XI secolo a. C.

Centro storico di Montedinove
Centro storico di Montedinove (AP)

L’antico Piceno abbracciava grossomodo le Marche meridionali, l’attuale provincia di Teramo e una parte dell’attuale provincia di Pescara. I suoi confini naturali erano: il fiume Esino a nord, l’Appennino ad Ovest, il fiume Saline a sud e il mar Adriatico ad est.

Oggi si è soliti riferirsi al Piceno, intendendo la sola provincia di Ascoli Piceno.

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Le Marche

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Il Monte Conero, uno dei luoghi simbolo delle Marche

Le Marche sono una regione dell’Italia centrale, situata lungo la costa adriatica. Essa è suddivisa in cinque province: Pesaro-Urbino, Ancona, Macerata, Fermo e Ascoli Piceno.

Già a partire dall’Età del Ferro, questa terra fu abitata da una miriade di popoli : Piceni, Siculi, Umbri e Galli. Anche nei secoli successivi, restò una terra variopinta, suddivisa in Stati più o meno estesi, più o meno duraturi. Non a caso, dopo essere stata nominata Picenum dai Romani, assunse durante il Medioevo il nome di Marche, proprio al plurale. In epoca feudale, infatti, la marca indicava un territorio di confine e le Marche lo furono di diritto, prima del Sacro Romano Impero, poi dello Stato Pontificio.

Le Marche restano un regione al plurale ancora oggi, un Arlecchino di città, di borghi, di dialetti e di paesaggi! Dai suoi colli, lo sguardo spazia dal mare Adriatico ai monti Appennini, in un paesaggio dolce e ondulato, che sembra più frutto di un sogno, che della realtà.

Le Marche in Europa