Un faccia a faccia tutto marchigiano

Spesso la ricerca, a qualunque livello sia compiuta, porta a scoperte inaspettate. Mentre cercavamo informazioni su Antonio Perpenti, cui è intitolata una via del centro di Fermo, ci siamo imbattuti in un libello pubblicato nel 1876 e custodito presso la Biblioteca dell’Harvard College, dal titolo

INAUGURAZIONE
DELLE STATUE
DI ANNIBAL CARO E GIACOMO LEOPARDI
A FERMO
il 25 giugno 1876*

Esso contiene il verbale, i discorsi pronunciati dalle autorità e la corrispondenza (lettere e telegrammi) scambiata con illustri personalità dell’epoca, in occasione di un importante avvenimento cittadino.

Il 25 giugno 1876, due statue, una dedicata a Giacomo Leopardi e l’altra ad Annibal Caro, venivano inaugurate con solenni festeggiamenti.

Nel verbale del libello si racconta che il conte Lorenzo Maggiori, morto il 21 settembre 1872, aveva disposto un “legato di 500 lire” affinché, entro i due anni successivi alla sua morte, fossero realizzate due statue, “l’una a Giacomo Leopardi e l’altra ad Annibal Caro”. Nel testamento il Maggiori scrisse:

“Questo legato io feci per amore della mia patria, e perché tutti avessero innanzi agli occhi un esempio che sia d’incitamento ad imitar le opere di que’ Gloriosi, e ciò in ossequio di quei grandi che illustrarono la nostra patria”.

Nel mese di ottobre, il Consiglio Comunale di Fermo accettò il lascito e commissionò il lavoro allo scultore Odoardo Tabacchi di Torino. Le statue furono terminate nel 1874. La soddisfazione fu tale che il Consiglio Comunale conferì al Tabacchi la cittadinanza onoraria. All’ingegner Pompeo Marini furono commissionati i disegni per i due basamenti.

Posizionate le due statue, il sindaco Perpenti ne dette l’inagurazione il 25 giugno 1876. Il marchese Giulio Antici, Ruggero Simboli e Vito Regini furono invitati a rappresentare Recanati, città del Leopardi; il marchese Giacomo Ricci, Pasquale Martellini e Alessandro Paci furono invitati a rappresentare Civitanova, patria natia di Annibal Caro.

Furono invitati anche Carlo Leopardi e Antonio Ranieri – rispettivamente fratello e amico del poeta recanatese – i quali declinarono per motivi di salute, come si legge nei telegrammi riportati in appendice.

La statua del Leopardi attualmente si trova in Largo Euffreducci, dove si affaccia il liceo Classico “A. Caro”. La statua di Annibal Caro si trova all’interno del teatro dell’Aquila, vicino alla biglietteria.

In origine, le due statue si trovavano una di fronte all’altra nell’attuale Largo Calzecchi Onesti, al termine di Viale Vittorio Veneto, prima dell’ingresso nella piazza. Nell’archivio del sito dell’Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione del Ministero dei Beni e delle Attività culturali e del Turismo abbiamo trovato una foto che le ritrae nella posizione originale.

La foto è reperibile nel catalogo al seguente link: http://www.fotografia.iccd.beniculturali.it/index.php?r=search%2Fsearch&keyword=fermo&yt0=Cerca
La foto è reperibile nel catalogo al seguente link: http://www.fotografia.iccd.beniculturali.it/index.php?r=search%2Fsearch&keyword=fermo&yt0=Cerca

La statua di Leopardi, la preferita dei fermani, è stata restaurata nel 2009, grazie al contributo del Rotary Club di Fermo.

*La scansione in pdf può essere scaricata dal seguente link: http://www.barnesandnoble.com/w/inaugurazione-delle-statue-di-annibal-caro-e-giacomo-leopardi-a-fermo-il-25-giugno-1876-antonio-perpenti-fermo/1027638064

Bibliografia essenziale:
Perpenti A., Inaugurazione delle statue di Annibal Caro e Giacomo Leopardi a Fermo il 25 Giugno 1876, Fermo, 1876.

Ponti e miliari romani nelle Marche

Ponti, sostruzioni e miliari romani nelle MarcheNella mappa sono segnalati i principali ponti, le gallerie e i miliari presenti nelle Marche, i quali testimoniano la complessità e la modernità del sistema viario, costruito dagli antichi Romani nella regione.

PONTI

Ponte dei Ciclopi, della Via Flaminia, Cantiano (PU);
Ponticello, poco più a Nord del Ponte dei Ciclopi, Cantiano (PU);
Ponte di Diocleziano sul fiume Metauro, Fossombrone (PU);
Ponte detto delle Piangole sul fiume Metauro, nei dintorni di Pesaro (PU);
Ponte di Porta Rimini, sul fiume Foglia, Pesaro (PU);
Ponte di Smirra, Acqualagna (PU);
Ponte di Traiano, sul fiume Metauro, Fossombrone (PU);
Ponte Grosso, sul torrente Burano, Cantiano (PU);
Ponte Mallio, sul fiume Bosso, Cagli (PU);
Ponte Taverna, sul fiume Burano, Cagli (PU);
Ponticello dell’Abbazia, Acqualagna (PU);
Ponticello di Case Nuove, Acqualagna (PU);

Ponte di Caudino, Caudino, Arcevia (AN);
Ponte Genga, sul torrente Sentino, Genga (AN);
Ponte del Lapis Aesinensis, Jesi (AN);

Ponte di Pioraco, Pioraco (MC);
Ponte sul fiume Potenza, in località Casa dell’Arco, Santa Maria in Potenza (MC);

Ponte sul fiume Tenna, località Molini, Fermo (FM);

Ponte Cecco sul torrente Castellano, Ascoli Piceno (AP);
Ponte sul rio Gran Caso, in località Marino del Tronto, Ascoli Piceno (AP);
Ponte sul fosso di Folignano, in località Piane di Morro, Folignano (AP);
Ponte sul fosso Pittima, in località Valle Scura, Ascoli Piceno (AP);
Ponte di Solestà sul fiume Tronto, Ascoli Piceno (AP);
Ponte sul fosso San Giuseppe, in località Mozzano, Ascoli Piceno (AP);
Ponte sul Rio Nile, in località Ponte d’Arli, Acquasanta Terme (AP);
Ponte sul fiume Tronto, in località Ponte d’Arli, Acquasanta Terme (AP);
Ponte sul fosso di Venerosse, in località Villa di Re, Ascoli Piceno (AP);
Ponte sul Rio Garrafo, Acquasanta Terme (AP);
Ponte di Porta Cappuccina, sul fiume Tronto, Ascoli Piceno (AP);
Ponte della Scutella, Cavignano, Ascoli Piceno (AP);
Ponte d’Arli, della Via Salaria, Ascoli Piceno (AP);
Ponte di Quintodecimo, sul fiume Tronto, Quintodecimo (AP).

SOSTRUZIONI, GALLERIE E TAGLI NELLA ROCCIA

Taglio della roccia in località La Travetta di Acquasanta Terme (AP);
Sostruzione in località Vene di Santa Caterina di Acquasanta Terme (AP);
Sostruzione in località Marzola di Acquasanta Terme (AP);
Galleria del Furlo, Acqualagna (PU).

MILIARI

Pietra miliare di Tito, conservata presso il Museo archeologico di San Severino Marche
Pietra miliare di Tito, conservata presso il Museo archeologico di San Severino Marche

 

Miliari di San Severino (MC);
Miliario di San Marone, Civitanova Marche (MC);
Miliario di Macchie, San Ginesio (MC);

Miliario di Trisungo, Arquata del Tronto (AP);
Miliario di San Pietro d’Arli, Acquasanta Terme (AP);

Miliario di Marino del Tronto (AP);
Miliario di Porchiano ad Ascoli Piceno (AP).

Bibliografia essenziale:
Enrico Giorgi, Il territorio della colonia. Viabilità e centuriazione, in Storia di Ascoli dai Piceni all’età Tardoantica, a cura di G. PACI, Ascoli Piceno 2014, pp. 223-289;
Paolo Campagnoli, Enrico Giorgi, La viabilità delle marche centro meridionali in età tardo antica e altomedievale, in Tardo antico 2006, pp. 111-156
https://it.wikipedia.org/wiki/Lista_di_ponti_romani

Lorenzo Mancini Spinucci

Conte Mancini Spinucci Il conte Lorenzo Mancini Spinucci nacque a Fermo nel 1902. Laureatosi in ingegneria civile, lavorò nell’agricoltura e nell’edilizia. A lui si deve il progetto della facciata del santuario della Madonna del Pianto (1935).

Uomo dal multiforme ingegno, viene anche  ricordato per i suoi interessi nel campo della parapsicologia*. Nel 1934 partecipò ad una seduta medianica con Bice Valbonesi, celebre medium che contava fra i suoi frequentatori Benito Mussolini e Gabriele D’Annunzio.

Durante la seduta uno spirito sconosciuto gli avrebbe predetto l’invenzione del magnetofono, ovvero lo strumento in grado di registrare le voci provenienti dall’aldilà.

Benché non fu egli stesso ad inventare la metafonia**, si impegnò in prima persona per promuovere la ricerca metafonica. A tale fine fondò l’A.I.S.P., l’Associazione Italiana di Studi Psichici, e il CE. RI. ME. PS***, Centro di Ricerche Metapsichiche e Psicofoniche. Gli studi sul campo erano pubblicati sul periodico di riferimento, la Rassegna di studi psicofonici: ricerca psichica e transcomunicazione.

Organizzò importanti congressi a carattere nazionale e internazionale di parapsicologia.

E’ morto nel 1996.

 

NOTE:
* Studio di presunti fenomeni, detti paranormali, non spiegabili in base alle leggi scientifiche (fisiche, biologiche, psicologiche ecc.) conosciute (Fonte: http://www.treccani.it/enciclopedia/parapsicologia/).
** Captazione di suoni estranei all’ambiente con strumenti magnetici.
***AA. VV., La medianità, Edizioni Mediterranee, Roma 1985, p. 145.

Bibliografia essenziale:
AA. VV., La medianità, Edizioni Mediterranee, Roma 1985.

Sua maestà … I Princisgras!

Uno dei simboli della cucina marchigiana, in particolar modo maceratese e fermana, sono senza ombra di dubbio i vincisgrassi, variante regionale delle lasagne.

I vincisgrassi sono un primo piatto importante delle festività e delle grandi occasioni: ogni ristorante, cuoco o nonna che si rispetti ha la sua ricetta personale, con i suoi segreti tramandati di generazione in generazione. Se vi fermerete a chiedere la ricetta in due posti diversi, difficilmente vi risponderanno allo stesso modo! E questo contribuisce ad aumentare il fascino di questa specialità culinaria marchigiana!

Il testo è presente nella biblioteca civica "Romolo Spezioli" di Fermo
Il testo è presente nella biblioteca civica “Romolo Spezioli” di Fermo

Per la preparazione si lessa la pasta sfoglia in acqua salata; poi la stessa viene tagliata a strisce, disposte in una teglia strato dopo strato, alternata con un condimento di ragù di carne, frattaglie di pollo, bovino, parmigiano, mozzarella o tartufo.

La prima testimonianza scritta di questo piatto risale al 1779, quando il celebre chef Antonio Nebbia ne tramandò la ricetta ne “Il cuoco maceratese”, con il nome di “Princisgras”. Al capitolo undicesimo, tra la descrizione di torte salate, gnocchi e altri primi piatti, Nebbia descrisse la preparazione della sontuosa “Salza per il Princisgras”:

 

Prendete una mezza libra de persciutto [circa 150 grammi], facetelo a dadi piccoli, con quattr’once [circa 120 grammi] di tartufari fettati fini; da poi prendete una foglietta [circa mezzo litro] e mezza di latte, stemperatelo in una cazzarola con tre once di farina [circa 90 grammi], mettetelo in un fornello mettendoci del persciutto, e tartufari, maneggiando sempre fino a tanto che comincia a bollire, e deve bollire per mezz’ora; da poi vi metterete mezza libra di pana fresca [150 grammi], mescolando ogni cosa per farla unire insieme; da poi fate una perla di tagliolini con dentro due ovi e quattro rossi; stendetela non tanto fina e tagliatela ad uso di mostaccioli di Napoli [tagliati in forma romboidale], non tanto larghi; cuoceteli con la metà di brodo e la metà di acqua, aggiustati con sale; prendete il piatto che dovete mandare in tavola: potete fare intorno al detto piatto un bordo di pasta a frigè per ritenere in esso piatto la salsa, acciocché non dia fuori quando lo metterete nel forno, mentre gli va fatto prendere un poco di brulì [crosticina]; cotte che avrete le lasagne, cavatele ed incasciatele con formaggio parmiggiano e le andrete aggiustando nel piatto sopraddetto, con un solaro [strato] de salsa, butirro [burro] e formaggio e l’altro de lasagne slargate, e messe in piano, e così andrete facendo per fino che avrete terminato di empire detto piatto; bisogna avvertire che al di sopra deve terminare la salsa con butirro e formaggio parmiggiano e terminato, mettetelo in forno per fargli fare il suo brulì…

Come si legge, si tratta di un piatto piuttosto elaborato, che con ogni probabilità era già presente da tempo nella cucina tradizionale delle Marche. L’origine del nome Princisgras viene solitamente fatta risalire a “Grasso dei Principi”, per indicare tanto la grassezza del piatto in sé, quanto la sontuosa nobiltà dei suoi ingredienti.

La ricetta del Nebbia sembrerebbe essere una variante “in bianco” dei vincisgrassi marchigiani, conditi con prosciutto cotto e tartufo. L’evoluzione nella sua variante “rossa” è quella che, secondo una tradizione locale, fu servita venti anni più tardi, nel 1799, al nobile Alfred von Windisch-Graetz. A seguito di un lungo assedio, le truppe austro-ungariche degli Asburgo riuscirono a riconquistare la città di Ancona, caduta due anni prima in mano alle truppe napoleoniche.

La leggenda narra che ad una delle cuoche a servizio presso una nobile famiglia filo-papale fosse venuta l’idea di sperimentare uno dei piatti del Nebbia, i princisgras, per ringraziare gli austriaci della liberazione di Ancona. Forse fu l’assonanza tra il nome del piatto e il nome del nobile Windisch-Graetz a suggerire alla cuoca di presentare il piatto come Vincisgrassi!

Il ricettario del Nebbia era ampiamente diffuso nelle Marche e non è da escludere che la cuoca di corte lo conoscesse bene, ma, non avendo a disposizione tutti gli ingredienti “canonici” della ricetta, optasse per la creazione di una variante, usando i più “esotici” pomodori al posto dei tartufi.

Ancora oggi le due varianti dei vincisgrassi, bianchi e rossi, permangono con alcuni adattamenti e i segreti dei ricettari che ogni famiglia e ogni vergara tramandano di generazione in generazione.

Bibliografia generale:
Nebbia A., Il cuoco maceratese, ristampa a cura di Scafà L. e Nebbia S., Grottammare, 1998
Ortolani C., L’Italia della pasta, Touring Editore, 2003
Petra C., Le ricette delle Marche in oltre 450 ricette, Newton Compton Editori, 2015

La viabilità antica nelle Marche. Storia delle nostre strade.

Spesso pensiamo che la strada sia una conquista della modernità e del progresso; in realtà, sin dalla notte dei tempi, sono state proprio le strade a veicolare i semi della civiltà. Fra tutti i popoli dell’Antichità, furono per primi i Romani a sviluppare una concezione moderna di rete stradale. Le loro opere ingegneristiche sono tutt’oggi presenti e “vive” anche nel nostro territorio marchigiano.

Gli itinerari delle antiche strade marchigiane possono essere ricostruiti principalmente grazie allo studio comparato di tre fonti: i ritrovamenti archeologici, l’Itinerarium Antonini e le opere di cartografia antica, come la celeberrima Tavola Peutingeriana.

Le tre principali vie di comunicazione dell’antico Picenum – che ancora oggi costituiscono i principali assi stradali delle Marche – erano la via Flaminia, la via Salaria e la via litoranea (chiamata Salaria Picena). Una caratteristica importante della viabilità romana era che le strade secondarie tendevano a mantenere il nome della via principale, specificato da un attributo. Ogni via consolare dava così origine ad un sistema viario ben studiato dal punto di vista strategico e logistico.

La mappa mostra gli itinerari delle principali vie romane che collegavano Roma al Piceno. Precisiamo che alcuni percorsi sono basati su teorie e ipotesi di ricerca e attendono una conferma archeologica.
La mappa mostra gli itinerari delle principali vie romane che collegavano Roma al Piceno. Precisiamo che alcuni percorsi sono basati su teorie e ipotesi di ricerca e attendono una conferma archeologica.

La via Flaminia collegava Roma a Fanum Fortunae (Fano); da qui proseguiva fino a Ariminum (Rimini), ricongiungendosi alla via Emilia. La via fu costruita da Gaio Flaminio Nepote (da cui il nome) intorno al 220 a.C. e fu ristrutturata più volte in epoca imperiale con opere d’altissima ingegneria, necessarie a vincere le asperità dei tratti montani. Ricordiamo ad esempio la galleria del Furlo, fatta costruire da Vespasiano fra Fossombrone e Acqualagna, nella provincia di Pesaro-Urbino. All’altezza di Nucera (Nocera Umbra) si staccava un’importante diramazione, che raggiungeva Ancona e da qui Fano, costeggiando il litorale. Altre strade secondarie procedevano da ovest verso est seguendo l’andamento delle valli. Ancora nel Medioevo e nel Rinascimento alcune strade di fondovalle venivano chiamate Flaminia.

La Salaria congiungeva l’Urbe a Castrum Truentinum (Martinsicuro), passando per Reate (Rieti) e Asculum (Ascoli Piceno). Itinerario antichissimo, seguiva la direttrice ovest-est, unendo il Tirreno all’Adriatico, per garantire alle città dell’entroterra e all’Urbe l’approvigionamento di sale. Il suo tratto più antico, d’origine sabina, aveva come meta d’arrivo le saline nei pressi di Ostia (cfr. Festo, L 436).

La Salaria è esplicitamente nominata per la prima volta da Cicerone nel 44 a.C. (De natura Deorum, III 5.11: At enim praesentis videmus deos, ut apud Regillum Postumius, in Salaria Vatinius). Pochi decenni dopo, l’imperatore Augusto promosse imponenti lavori pubblici per migliorarne la viabilità dal punto di vista infrastrutturale. A causa delle caratteristiche naturali del territorio, la via seguiva un percorso obbligato: ancora oggi, infatti, per ampi tratti l’odierna Salaria (SS4)  segue il percorso della strada antica. Giunta a Castrum Truentum, la Salaria si divideva: verso sud proseguiva fino ad Hadria (Atri); verso nord fino ad Ancona con il nome di Salaria Picena.

La Salaria dava inoltre vita ad una serie di itinerari secondari, che congiungevano le città dell’entroterra marchigiano meridionale, secondo la direttrice sud-nord. Questa complessa rete viaria prendeva il nome di Salaria Gallica.

La diramazione più importante della Salaria Gallica si staccava nei pressi di Surpicano, stazione di sosta che sorgeva molto probabilmente dove oggi si trova la chiesa di San Salvatore ad Arquata del Tronto. Attraversando i Sibillini, continuava verso Urbs Salvia (Urbisaglia) e raggiungeva Aesis (Jesi), riallacciandosi così al ramo marchigiano meridionale della Flaminia. Da Amandola, un ulteriore diverticolo si immetteva nella valle del Tenna e raggiungeva Castellum Firmanorum (Porto San Giorgio), passando per Falerio Picenus (Falerone) e Firmum (Fermo).

Ad Ascoli Piceno, dal ponte romano di Borgo Solestà, aveva origine l’altra importante diramazione della Salaria Gallica: la cosiddetta via Statia, che costeggiando le pendici dell’Ascensione e poi  attraverso Montedinove, Monterinaldo e Petritoli arrivava a Fermo.

Più a nord, da Aesis (Jesi) aveva origine anche un raccordo fra la Salaria Gallica e la Salaria Picena: la via Octavia, realizzata da Marcus Octavius Asiaticus in epoca augustea, come testimonia il Lapis Aesinensis. Da Jesi, correndo sulla sponda sinistra dell’Esino arrivava sino ad Ancona, in località Santa Maria di Posatora o Le Torrette.

Riassumendo, nel Piceno la Salaria e la Flaminia davano origine ai due fondamentali sistemi viari: uno che seguiva la direttrice sud-nord (Salaria Picena e Salaria Gallica), l’altro che seguiva la direttrice ovest-est (Flaminia). I due sistemi si incrociavano, permettendo una viabilità di terra estremamente funzionale.

A questa strutturata rete viaria di terra si affiancavano i collegamenti fluviali: infatti, in epoca romana i fiumi marchigiani erano quasi tutti navigabili e costituivano le vie di comunicazione privilegiate per i traffici commerciali.

Bibliografia essenziale:
Enrico Giorgi, Il territorio della colonia. Viabilità e centuriazione, in Storia di Ascoli dai Piceni all’età Tardoantica, a cura di  G. PACI, Ascoli Piceno 2014, pp. 223-289;
https://www.academia.edu/10485446/Il_territorio_della_colonia._Viabilit%C3%A0_e_centuriazione_in_G._PACI_a_cura_di_Storia_di_Ascoli_dai_Piceni_all_et%C3%A0_Tardoantica_Ascoli_Piceno_2014_pp._223-289
Paolo Campagnoli, Enrico Giorgi, La viabilità delle marche centro meridionali in  età tardo antica e altomedievale, in Tardo antico 2006, pp. 111-156;
https://www.academia.edu/2220759/La_viabilit%C3%A0_delle_Marche_centro_meridionali_in_et%C3%A0_tardo_antica_e_altomedievale

Il Fermano

In passato  per Fermano si indicarono due realtà territoriali analoghe, a seconda delle vicissitudini storico-politiche che unirono le due principali città, Fermo ed Ascoli, in un comune destino. Fermano fu  a volte sinonimo di Piceno, ma più spesso ne indicò una porzione, generalmente coincidente con le attuali Marche meridionali.

Un documento del 983 d. C. attesta per la prima volte l’esistenza della  Marca Fermana (Marchia Firmana), che fu una parte del Ducato Longobardo di Spoleto. Il suo territorio era compreso tra il fiume Musone ad nord e il Sangro a sud e comprendeva i Comitati di Camerino, Ascoli Piceno, le zone di Chieti e Teramo. In seguito alle complesse vicende storiche che videro antagonisti il papa e il re dei Normanni, la Marca Fermana si ridusse alla sola area delle Marche meridionali: nel 1080 il fiume Tronto fu preso come confine naturale tra lo Stato della Chiesa e il regno normanno.

Vista su Petritoli (FM)
Vista su Petritoli (FM)

Nel XIV secolo lo Stato Pontificio annetté completamente la Marca Fermana, che rimase assoggettata a Roma fino all’Unità d’Italia. Nel 1860, Fermo ed il suo territorio entrarono a far parte della provincia di Ascoli Piceno, non senza proteste: i fermani rivendicarono a lungo il loro diritto di trasferire nella loro città il capuologo di provincia. Ciò è avvenuto con la costituzione della provincia di Fermo nel 2009, che per la prima nella storia ha separato politicamente i due territori. Oggi, dunque, per “Fermano” si intende il territorio compreso da tutti i comuni che ne fanno parte. Provincia di Fermo

Quella temeraria scalata al cielo: la Casa Museo Osvaldo Licini

Nel piccolo castello di Monte Vidon Corrado, incastonato come una pietra preziosa nella bella campagna marchigiana, si trova uno di quei luoghi che non t’aspetteresti di trovare in un paese quasi sperduto fra i colli: la Casa Museo Osvaldo Licini.

Tutti conoscono, anche solo di nome, il grande pittore montevidonese, ma pochi ancora sanno che la casa, in cui visse dal 1926 fino alla morte, è diventata un museo.

Dopo un’attenta ristrutturazione dell’immobile, per opera dell’architetto Manuela Vitali, la casa è stata destinata a museo e restituita alla collettività. Tutti gli ambienti sono stati ricomposti con gli arredi e gli oggetti originali, generosamente donati da Caterina Celi Hellostroem, figlia adottiva della moglie dell’artista.

La casa di Licini è una veneranda dimora padronale del Settecento, disposta su tre livelli. Al seminterrato si trova la cantina, interamente in laterizio a vista: qui il Maestro preparava personalmente i colori e teneva riunioni segrete con i compagni di partito, durante il periodo in cui fu sindaco di Monte Vidon Corrado. Qui si trova la grande vasca per la preparazione del vino cotto e, appeso alla parete, un cerchio di botte in cui il pittore aveva inserito un crocifisso.

Al piano terra vi sono la cucina ed il salone, con un arredamento dal gusto tipicamente nord europeo. Parte degli arredi, infatti, furono acquistati in Svezia e, come sappiamo dai documenti della dogana, arrivarono nel porto di Ancona nel 1932.

Nel salone si possono ammirare due opere originali: il Ritratto della madre (1922) e Paesaggio, entrambe del periodo figurativo di Licini.

Dal piano terra, attraverso un’ampia scala si sale al primo piano. Da notare il soffitto dipinto dal pittore stesso di azzurro e grigio, per coprire alcune crepe formatesi in seguito al terrremoto del 3 ottobre 1943.

Arrivati al piano superiore, si trovano le camere e lo studio dell’artista. Nella camera matrimoniale, sulla parete cui è addossato il letto un’altra pittura parietale di Licini fa da testiera: si tratta dell’Archipittura in stile costruttivista, un disegno geometrico su fondo nero basato sulla forma triangolare, al cui centro si trova un quadro della Madonna. Colpisce davvero molto la modernità di questa scelta di design e di colore per l’epoca originalissima.

Veniamo ora al Sancta Sanctorum della casa: il luminoso studio, in cui l’artista soleva lavorare indisturbato. Tutto è stato riposizionato come quando era vivo: la scrivania incrostata di colori vicino alla finestra, i manifesti delle mostre alla parete, la branda dove l’artista dipingeva semi-sdraiato per non stancare la gamba ferita durante la Prima guerra mondiale. Nelle mensole della parete sono stati persino riposizionati i pennelli, le tavolozze e i colori, ritrovati in cantina.

Gli anziani del paese raccontano che lo studio era invaso da una buona dose di “disordine d’artista”: libri e carte d’ogni genere invadevano ogni angolo del pavimento. Naturalmente, i libri oggi non ci sono più, ma la presenza del pittore è ancora, in qualche modo, tangibile: quell’uomo così carismatico, così forte, pieno di vita, sembra ancora abitare quei luoghi.

Al termine della visita è come se lo si conoscesse da sempre: si scendono le scale e si è un po’ malinconici, quasi che si volesse rimanere ancora un po’, per rivivere quell’atmosfera “ribelle” di un’artista, che alla “festa mobile” di Parigi preferì il ritiro pacato di Monte Vidon Corrado.

Licini: l’Angelo di Santo Domingo

L’ESPOSIZIONE
Fino al 14 febbraio 2016 a Monte Vidon Corrado, nella Casa Museo Osvaldo Licini, sarà in esposizione l’Angelo di Santo Domingo (olio su faesite, 62,2 x 72,8), importante opera del pittore marchigiano.

Il dipinto è stato gentilmente concesso in prestito dal suo attuale proprietario, Giuliano Gori, imprenditore pratese che ha dato vita, a partire dal anni Settanta, ad una splendida collezione d’arte a Villa Celle vicino Pistoia.

L’evento è stato organizzato in concomitanza con l’acquisizione di un disegno preparatorio dell’opera da parte del Centro Studi Licini, resa possibile grazie al prezioso contributo della Fondazione Cassa di Risparmio di Fermo e di alcune aziende locali. Il disegno è tornato a casa, dopo essere appartenuto prima a Luigi Dania e poi a Egidio Mengacci, fondatore della galleria L’Aquilone di Urbino.

La scrivania dello studio del pittore (Casa Museo Licini).LA STORIA
L’Angelo di Santo Domingo è l’unico lavoro che Licini accettò di realizzare su commissione; il committente, Luigi Lombardi, era un collezionista di Prato. Il pittore avrebbe dovuto consegnarlo entro l’agosto del 1956, ma per alterne vicende, ancora all’inizio del 1957, dell’Angelo v’erano soltanto un gran numero di bozzetti preparatori. Licini invitò Lombardi a Monte Vidon Corrado per scegliere la versione definitiva e finalmente, nell’estate del 1957, spedì il dipinto, rammaricandosi che Lombardi non si fosse recato personalmente a Monte Vidon Corrado per ritirarlo.

IL DIPINTO
L’intera composizione è ridotta alla purezza dell’essenza geometrica. Sospeso in un paesaggio tra colline e mare, che ricorda proprio un tipico panorama marchigiano, vi è un angelo sospeso nel cielo azzurro. È l’aurora o il crepuscolo: un sole rosso-arancio fa capolino sul mare. Una falce di luna incornicia il volto dell’angelo, quasi a diventarne la chioma. In un etereo silenzio, venato di presagio, l’angelo guarda l’osservatore: cosa vorrebbe dirgli?

Una testimonianza del nipote del pittore, Lorenzo, svela l’origine del titolo: Licini raccontò che la forma dell’angelo gli sembrava molto simile a quella dell’isola di Santo Domingo. Eppure l’affascinante enigma che il quadro cela è ancora lungi dall’essere svelato, come dimostrano i due indecifrabili segni calligrafici presenti sul dipinto: il numero 5 posto vicino all’angelo e quella che pare essere una lettera “a” in corsivo, posta sul lato sinistro.

ORARI
Per gli orari della mostra, visitabile fino al 14 febbraio 2016,  è possibile visitare il sito del Centro Studi Licini di Monte Vidon Corrado.

Infoline:

Tel.: 0734 759348, interno 6

Cell.: 334 9276790 (anche per i gruppi).

“Occhi negli Occhi”, il nuovo album di Fabio Capponi

Sabato 9 gennaio il Teatro delle Api di Porto Sant’Elpidio ha fatto da sfondo alla presentazione di Occhi negli Occhi, il secondo album del pianista e compositore elpidiense Fabio Capponi. Diplomato in pianoforte al Conservatorio “G.B. Pergolesi” di Fermo, Capponi è già al suo secondo progetto discografico, realizzato in collaborazione con un quartetto d’archi costituitosi per l’occasione e composto da quattro brillanti musicisti marchigiani: Andrea Esposto (violino), Gaia Valbonesi (violino), Vincenzo Pierluca (viola) e Federico Bracalente (violoncello).

Lo splendido Teatro Delle Api, gremito di spettatori, è risultato una cornice perfetta per un concerto-spettacolo, in cui la musica è riuscita a creare suggestioni quasi figurative. La musica, infatti, ha lasciato spazio alla parola: l’attrice Pamela Olivieri ha recitato poesie e testi originali, ispirati ai brani del disco. Si è trattato di uno dei rarissimi casi in cui non è stata la musica ad accompagnare la poesia, ma questa a mettersi a servizio della potenza dell’espressione musicale, un po’ come accade in alcune opere di Robert Schumann, in cui la parola allude alla musica e non viceversa.

Interessante e risolutiva la scelta del pianista di alternare brani per piano solo a brani che prevedono la presenza del quartetto d’archi. Le scelte timbriche si sono rivelate particolarmente felici: Fabio Capponi è stato in grado di ricreare un sound cameristico mai scontato, dove quartetto e pianoforte hanno dialogato amorosamente; complice del successo un’esecuzione impeccabile, dove il tocco chiaro e trasparente del pianista si è perfettamente sposato con l’amalgama sonoro del quartetto, sempre a fuoco, mai secondario.

Quello del 9 gennaio è stato il primo di una serie di concerti che porteranno Occhi negli Occhi in giro per alcuni dei più bei teatri storici delle Marche. Ecco i prossimi appuntamenti:
13 febbraio, Corridonia, al Teatro Velluti, ore 21.30: per informazioni e prenotazioni chiamare lo 0733 431769;

10 aprile, San Ginesio, Teatro Leopardi, ore 18.00: per informazioni e prenotazioni chiamare il 347 0205759 o scrivere a teatro.sanginesio@libero.it.

(Clicca sull’immagine per ingrandirla. La foto pubblicata è stata realizzata e gentilmente concessa da Bianca Marucci.)

Dal soffio al suono. Il debutto dell’Atmós Ensemble

Atmòs_Ensemble_Montecosaro_0623 mark 2Montecosaro, 4 gennaio. Nella splendida cornice del Teatro delle Logge si è svolto l’entusiasmante debutto dell’Atmós Ensemble, la banda da concerto fondata da due giovanissimi maestri: Michele Paolino e Lorenzo Perugini, entrambi venticinquenni. In cartellone, un programma di tutto rispetto, con musiche di F. Erickson, P. Grainger, B. Appermont, E. Whitacre, L. Pusceddu, R. Sheldon, in grado di lasciare senza fiato (è proprio il caso di dirlo) il numeroso pubblico accorso ad ascoltare.

La banda da concerto costituisce una realtà ormai consolidata nel mondo anglo-americano, per numero di orchestre attive e repertorio, che l’Ensemble vuole riproporre al pubblico italiano nonostante l’organico ridimensionato, come “ridimensionate” sono le risorse che nel nostro Paese si destinano alla cultura.

L’Atmós Ensemble è costituito da 21 giovani strumentisti, tutti provenienti dalle Marche, che hanno scelto di fare della musica la propria ragione di vita e la propria professione. Tutti i componenti, infatti, hanno compiuto o stanno ultimando studi di alta formazione musicale. Ciò consente loro di potersi confrontare con repertori appartenenti a culture e generi diversi, spaziando tranquillamente dal classico al moderno. L’idea di contaminazione è compresa già nel nome che la formazione ha scelto di darsi: Atmós è parola presa in prestito dal greco antico, che vuol dire soffio, vapore, e che contiene sia il riferimento al soffio che produce il suono, sia al termine atmosfera, che è formata da una mescolanza di vapori (gas), proprio come l’ensemble è una mescolanza di strumenti a fiato.

Atmòs_Ensemble_Montecosaro_0206 mark 2Di seguito, riportiamo i nomi di tutti i componenti della formazione esibitasi ieri: FLAUTO E OTTAVINO: Gloria Giacomelli; OBOE E CORNO INGLESE: Manuel Mantovani; CLARINETTI: Elisa Cimadamore, Marylisa Mariani, Laura Veroli; CLARINETTO BASSO: Frenkli Mirto; SAX CONTRALTO: Michele Paolino, Agnese Giachè; SAX TENORE: Luca Marinelli; CORNI FRANCESI: Artem Kozlov, Giampaolo Baldelli; TROMBE: Federico Perugini, Mattia Zepponi; TROMBONI E EUPHONIUM: Niccolò Serpentini, Matteo Paggi; TUBA: Valerio del Bianco; PERCUSSIONI: Federico Occhiodoro, Simone Polenta, Stefano Manoni, Lorenzo Bruscantini. DIRETTORE: Lorenzo Perugini.

 

(Le foto dell’Atmós Ensemble sono state realizzate e gentilmente concesse da Emanuele “Memme” Animali.)